R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Qual è, attualmente, il gruppo italiano musicalmente più vicino al jazz nordico? Probabilmente è il quartetto di Lorenzo De Finti e penso che almeno parzialmente lo stesso pianista sarebbe d’accordo nel confermare questa opinione. Perché credo che poche volte, nei lavori precedenti di questo musicista ci sia stata un’impronta così forte degli svedesi E.S.T e del loro modo di assemblare puro jazz, rock ed elettronica al fine di ottenere un amalgama di ampia apertura espressiva, come avviene effettivamente in questo caso. A compensazione di questo dato, però, occorre rilevare che c’è sempre più di un momento, nell’ascolto di Backlash of Uncertainly – ultimo lavoro del quartetto di De Finti – in cui il tempo sembra galleggiare in uno spazio sospeso. E questo si realizza là dove il gruppo riesce a rintracciare la sua voce più autentica, il momento di reale svincolo dalle influenze nordiche sopra accennate. Tutto avviene nel fuggevole lasso di tempo tra un suono e l’altro, nella presenza aerea della tromba di Alberto Mandarini e nel tocco calibrato delle dita di De Finti sui tasti del pianoforte, nonché nel passo attento della componente ritmica. Proprio in questi momenti di maggior levità e di naturale incertezza, come suggerisce lo stesso titolo dell’album, si coglie non solo un’autonoma formula di stile ma anche una condizione mentale che spinge ad una ricerca ostinata di equilibrio tra lirismo e rischio, tra scrittura e improvvisazione.

Il gruppo, oltre che con De Finti al pianoforte, comprende Alberto Mandarini alla tromba, Stefano Dall’Ora al contrabbasso – coautore di tutti i brani insieme al pianista – e Marco Castiglioni alla batteria. Questo ensemble – che tra l’altro è il medesimo presente nell’affascinante Mysterium Lunae del 2022, vedi qui – riesce ad integrare con misura le componenti elettroniche che tendono più che altro, per contrasto, a far risaltare proprio la dimensione acustica originale dell’insieme. C’è una luce che attraversa Backlash of Uncertainly. Non si tratta di un bagliore netto ma di un chiarore soffuso che emerge dallo stesso contesto strumentale. Questa luminosità dipende soprattutto dall’impostazione melodica del pianismo di De Finti, di evidente derivazione classica. Il pianoforte, infatti, pare dettare la direzione, rifuggendo da sterili virtuosismi – peraltro assolutamente assenti tra tutti gli elementi della band – votato ad inseguire linee spesso cantabili, immerse in un intenso lavoro ritmico. Si viene così a costruire un linguaggio dove l’acustico e l’elettronico si abbracciano quasi per naturale necessità. La musica, al netto delle influenze sopra menzionate, sfugge ad una facile categorizzazione, mostrando di sé stessa un aspetto lirico ma non sentimentale, analitico senza essere cerebrale. Del resto i riferimenti musicali dichiarati non si manifestano come dirette citazioni ma bensì come postura estetica, la consapevolezza cioè di appartenere a una genealogia del jazz europeo che tende alla rarefazione sonora e ad un certo grado di ricerca intimista. L’album sembra provenire a tratti da un pianeta senza forza gravitaria, un luogo di architetture flessibili, dove il senso non si spiega mai esaustivamente ma si lascia per lo più intuire, approfittando come già prima accennato, di quei momenti di sospensione riflessiva in cui emerge la vera natura del progetto. Il pensiero costiero di De Finti sembra lambire le sponde dell’incertezza attuale del mondo, accettandone l’arbitrio ma senza intelligentemente fornirne interpretazioni fittizie o risposte fuori contesto. Ne regala, invece, una visione fragile e dignitosamente umana, una riflessione sulla percezione del rapporto tra suono e realtà e sulla possibilità che la musica — e non solo la parola — diventi veicolo di conoscenza.
La sequenza dei brani di Blacklash of Uncertainly consta solo di cinque tracce ma tutte piuttosto lunghe, dato che nessuna è al di sotto degli otto minuti di durata. È proprio la title track Blacklash of Uncertainly che viene posta in apertura. Un inizio di note ribattute di pianoforte leggermente mascherate con effetti elettronici funge da introduzione, insieme ad una tromba allusiva al cambiamento che si manifesterà di lì a poco con un attacco tipicamente rock in deciso tempo intero. Il pianoforte disegna il tema, in parte seguito quasi all’unisono da Mandarini. Uno stacco dai colori tenui gestito da De Finti viene sottolineato da un accorato intervento in crescendo dinamico al contrabbasso archettato. Pause, silenzi sottintesi, passaggi di accordi di pianoforte tra il gospel, accenni di new age e impronta classica costituiscono quei momenti pensosi caratterizzanti a volte il percorso di questo album e che sono, a mio parere, l’elemento più autentico del quartetto. Il dialogo sottovoce tra contrabbasso pizzicato e il solismo di De Finti è un’architettura aperta in crescendo che continua fin quando Dall’Ora passa ad utilizzare l’archetto. Si prosegue arrivando ad un’ulteriore sospensione dove ricompare la tromba a gestire il movimento, sostenuta dalla ritmica rockkeggiante che torna in auge. Il brano si spegne sfumando tra solitarie note pianistiche ed effetti elettronici in dissolvenza. The Other Route That Wasn’t There è una iniziale struttura duale sostenuta da un pianoforte delicato che si muove inizialmente tra una coppia di accordi ripetuti e la robusta cavata del contrabbasso. Quando si propone il contributo percussivo, il brano decolla lentamente fino alla comparsa della tromba sordinata di Mandarini. Uno stacco collettivo porta all’ascolto di archi in sottofondo, probabilmente frutto di interventi elettronici e così la traccia prende decisamente quota. Lo strumento a fiato abbandona la sordina e diventa ovviamente più brillante. Un momento di contrazione accende l’assolo di piano e si continua così tra spegnimenti e riaccensioni dinamiche. Buon pezzo, anche se in definitiva appare un po’ troppo frammentato e discontinuo.

Bridges in Konigsberg s’annuncia con un arpeggio di pianoforte dal carattere impressionista sul quale la tromba si allunga innescando un’ariosa melodia. Mandarini ha la prerogativa di utilizzare il suo strumento in maniera quasi cantabile, estraendo suoni puliti e prolungati, in questa occasione all’unisono col contrabbasso. L’atmosfera si fa malinconica, tromba e contrabbasso si separano e irrompe una cupa variazione climatica, dove le note cavernose di Dall’Ora s’intercalano tra quelle drammaticamente arpeggiate da De Finti. La musica, come già più volte abbondantemente rilevato in altri contesti, si abbandona in uno spazio senza peso, cullata dal suono della tromba verso un crescendo dinamico contornato da ondulazioni elettroniche, riappropriandosi dei temi proposti nelle fasi iniziali del brano. Temporary Shunt si affida anch’essa alle note introduttive del pianoforte, subito prima della comparsa di un tema malinconico eseguito alla tromba. La batteria lavora sui piatti e l’arco sul contrabbasso ripete più o meno la linea adottata da Mandarini. Una pulsazione progressive segue queste fasi d’inizio con un assolo di Dall’Ora, seguito da uno scambio d’impressioni tra De Finti e il trombettista. Un po’ troppa enfasi verso il finale, nonostante il bell’assolo di pianoforte e l’arco passionale che scivola sulle corde del contrabbasso. Occam’s Razor si riferisce, nel titolo, al filosofo del XIV° secolo Guglielmo d’Occam, propugnatore di un famoso metodo considerato tra i precursori del ragionamento metodologico scientifico moderno. Non saprei commentare la relazione logica con questo brano ma la parte iniziale paga tutto il suo debito ad Esbjorn Svennson, soprattutto nella ritmica lineare scandita in tempi più vicini al rock che non al jazz. Il piano imposta un tema di struttura semplice e reiterata ma sarà il flicorno a sancire buona parte della differenza con il gruppo svedese, portando il quartetto verso una dimensione più personale. L’incisione è magnifica, con le percussioni che si avvertono su diversi piani di profondità. A metà brano arriva il momento sospeso che quasi, ormai, ci si aspetta, con stridori elettronici compresi. Il passo ostinato del piano disegna un bordone modale che conduce la danza, almeno fino alla ricomparsa del flicorno. Ma l’ultimo terzo del brano è vicenda a parte. Come nelle migliori storie di ghost tracks, dopo una quindicina di secondi di silenzio assoluto, riprende la musica con quella che pare essere tra le improvvisazione più libere dell’album, peraltro condotta senza la presenza della tromba.
In ultima analisi, Backlash of Uncertainly si presenta come un laboratorio di ricerca sul suono lavorando sopra un jazz contemporaneo — o almeno in questa sua declinazione europea — dove influenze nordiche si mescolano a fattive proposte italiche, secondo una visione personalizzata da De Finti. Il suo quartetto costruisce un sistema aperto tra l’acustico e l’elettronico, la tradizione e l’innovazione per far si che tutto possa convivere quasi sotto forma di una grammatica nuova e insolita. Ma sono le pause e i momenti di abbandono — forse più di ogni suono — che diventano lo spazio in cui l’incertezza smette di essere un difetto e si rivela come feconda sorgente di idee e di autenticità.
Tracklist:
01. Backlash of Uncertainty (08:10)
02. The Other Route That Wasn’t There (08:20)
03. Nine Bridges in Konigsberg (09:16)
04. Temporary Shunt (08:34)
05. Occam’s Razor (12:03)
Photo © Francesco Licata





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