I N T E R V I S T A


In questi giorni esce il quarto album del tuo quartetto ‘Backlash of Uncertainty’. Partirei dal titolo, che immaginiamo voglia fotografare il presente che non può certo dirsi sereno…
Il titolo nasce da una sensazione molto concreta: viviamo in un’epoca in cui l’incertezza non è più un sottofondo, ma un rumore costante che entra nella nostra vita quotidiana. Non volevo però fare un disco “sull’ansia”, quanto raccogliere il contraccolpo emotivo – il backlash, appunto – che questa incertezza produce: la fragilità, ma anche le reazioni creative, la resilienza, e in un certo senso la necessità di reinventare continuamente il proprio equilibrio, il cercare nella realtà un punto fermo nella tempesta, punto fermo che non dobbiamo inventare noi, ma semplicemente riconoscerlo nel turbinio degli eventi. Musicalmente questo si traduce in forme più aperte, in improvvisazioni che si espandono e si contraggono, e in un interplay ancora più spinto rispetto ai lavori precedenti.

Altri titoli di brani del disco che ci hanno incuriosito sono ‘Nine Bridges in Königsberg’ e ‘Occam’sRazor’, legati a concetti rispettivamente matematici e filosofici. Vuoi parlarci di come associ i titoli alle composizioni? Questi temi ti hanno ispirato la musica?
Mi piace che i titoli dei brani parlino con la musica, senza descriverla. Mi chiedete dei due brani in cui la parte compositiva principale è di Stefano Dall’Ora. Nine Bridges in Königsberg nasce dal celebre problema di Eulero. Nella città prussiana di Königsberg (oggi Kaliningrad) c’erano sette ponti che collegavano diverse zone lungo il fiume Pregel: due isole e due rive. Gli abitanti si chiedevano se fosse possibile fare una passeggiata che attraversasse tutti e sette i ponti una sola volta, senza mai ripassarci. Euler dimostrò che è impossibile. Il brano  è quindi costruito come un percorso, un giro continuo che prova diverse strade per tornare al punto di partenza. È quasi un gioco sulla struttura formale. I ponti citati sono nove e non sette perché il brano è scritto in nove ottavi, ma in un modo tale per cui il tempo reale è difficilmente percepibile.
Occam’s Razor, al contrario, lavora sulla sottrazione. Il rasoio di Occam invita a eliminare tutto ciò che è superfluo: noi lo abbiamo interpretato riducendo il materiale tematico all’essenziale. È un brano che si regge su pochissimi elementi, ma molto esposti, quasi senza protezione. Anche la presenza di una ghost track alla fine del brano, come chiusura del disco, tanto per cambiare un po’ alla Beatles, nasce da questa idea: togliere, ma anche lasciare tracce nascoste.

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