L I V E – R E P O R T


Articolo di James Cook ed ElleBi

I Deaf Kaki Chumpy sono un ensemble nato a Milano sui banchi della Civica scuola di jazz Claudio Abbado. Un incontro che poteva essere solo didattico, è diventato invece sia personale che artistico. Lo spunto di questo progetto risale al 2015, quando il pianista Alberto Mancini ed il bassista Andrea Daolio, partiti da un trio, decidono di allargare il gruppo. Spinti da quella che i ragazzi stessi definiscono una “ingordigia musicale”, nel tempo hanno aggiunto: una sezione fiati, due batterie, due chitarre, percussioni, tastiere e cinque cantanti, arrivando all’attuale formazione composta da 18 elementi. Partiti dalla convinzione che le cose grandi si possono fare tutti insieme, i Deaf con talento ed entusiasmo hanno creato una musica fatta di comunione, scambio, sinergia sia fra i musicisti che con il pubblico. Le loro sono note estremamente colorate e narrative, ogni componente è un elemento piccolo ma indispensabile per dare forma al suono d’insieme che si propone come una miscela unica di jazz, funk, r’n’b, latin, hip-hop, elettronica e progressive.

Dopo il primo Ep omonimo del 2017, qualche mese fa è uscito Stories, un disco che racconta, appunto, storie, dando voce a pensieri e punti di vista differenti. L’approccio cambia di volta in volta, da narrativo, a psicologico, a politico-sociale, ma a legare il tutto rimane il filo rosso del concetto di resilienza, ossia la capacità di reagire a qualsiasi avversità ci accada nella vita. Dal punto di vista musicale nel nuovo lavoro i Deaf ribadiscono la voglia di spaziare tra musiche diverse, una modalità grazie alla quale le loro capacità espressive si arricchiscono di suggestioni e contaminazioni fantasiose. Nel disco troviamo anche una personalissima versione di Thinking Out Loud, celebre brano di Ed Sheeran trasformato in una raffinata soul ballad con inserti rap.

Avevo colto l’opportunità di assistere ad un loro live negli studi di Radio Popolare e ne ero rimasto entusiasta, al punto che ho voluto replicare a distanza di poche settimane, l’8 febbraio al Centro culturale Rosetum, in occasione del quinto appuntamento all’interno del Rosetum Jazz Festival. La rassegna è voluta da Padre Marco Finco, direttore artistico del centro francescano inaugurato da Maria Callas nel 1957 e curata dal pianista Lorenzo de Finti. Gli eventi proseguiranno fino al mese di giugno, con concerti di artisti provenienti da varie parti d’Europa. Il calendario completo e le modalità per partecipare le potete trovare QUI.

La matrice comune jazzistica dei Deaf Kaki Chumpy e lo stampo afroamericano vengono sempre a galla, ma si amalgamano a gusti personali diversissimi; tutto ciò che musicalmente attrae ciascun componente confluisce poi nell’esibizione in gruppo.  Con queste premesse danno vita ad una musica che non è totalmente scritta, ma vive sul momento, spontanea e imprevedibile, si nutre di grande energia, voglia di divertirsi e divertire, contagiando i presenti. Durante il concerto, è davvero intrigante cercare di individuare le influenze di cui sono sempre ricchi i loro brani, ancor di più perché spesso, quando ci riesci, i pezzi si interrompono o mutano direzione. Dal vivo, ancor più che in studio, tutto è ancor più diluito e variegato, le composizioni si allungano, tanto che al termine della serata ho realizzato che sono (solo) sette i titoli in scaletta, e alcuni hanno superato i dieci minuti…

Si inizia piano, una lunga introduzione apre Haydee, una suite in 4 movimenti che offre continui cambi di ritmo, gli strumenti di volta in volta si mettono in evidenza, mostrando già tutte le anime del combo: voci, fiati, chitarre, percussioni, tastiere in grande spolvero. Delirium Tremens, partito con un incedere soul jazz, raggiunge sonorità urban, i ritmi latini la fanno da padrone e i fiati duettano con l’elettronica. Space pt. 2 è la traccia più intima in scaletta, una delle prime scritte, concepita in un periodo in cui c’era un trip divinità (racconta Alberto). L’atmosfera mistica pian piano cresce, fino ad arrivare ad un elettrizzante finale free jazz. Purple haze viene introdotta da note che fanno pensare all’acid jazz anni ‘90 con inserti rap, poi diventa latin, funk, fino a trasformarsi in una grande festa, in cui c’è spazio anche per le chitarre e un conclusivo tripudio di fiati. Se non fosse per il testo sarebbe davvero difficile riconoscere il classico di Jimi Hendrix…

In chiusura parte Shake it up, pezzo dance dal titolo emblematico, “datti una mossa, scuotiti”, che naturalmente non si riferisce solo al fatto di ballare. Chiudo gli occhi e mi ritrovo al Blue Note durante un concerto degli Incognito – ma poi il pezzo vira sul latin. Toccante il bellissimo coro a più voci che sollecita tutti quanti a tornare nuovamente a vivere; il pubblico risponde in piedi, pienamente coinvolto nell’atmosfera gioiosa. I Deaf tornano in scena per proporre African fire e ancora una volta tanti colori, tante atmosfere, tanti cambi di registro inondano il palco e ci travolgono.

Quando si riaccendono le luci mi ritrovo a pensare agli Snarky Puppy e agli Hiatos Kayote, ma non siamo a Brooklyn né in Australia, siamo a Milano. Qui, c’è un bel gruppo di giovani musicisti italiani, che ama sperimentare, dare nuova forme alle sue idee, e lo fa con coerenza, raccontando storie ben precise, autentiche, dense di significato, musicalmente intriganti ma orecchiabili. La loro, infatti, è una proposta destinata ad essere apprezzata sia da un orecchio colto, sia da chi viene ad un concerto semplicemente per divertirsi e lo fa godendosi fino in fondo dell’ottima musica. Sul palco, ad accoglierlo, trova diciotto elementi che si compongono fino a creare un’unica anima variegata, affascinante e coinvolgente. Non sarà facile portare in giro una formazione così numerosa, ma chi riuscirà a vederli dal vivo potrà trascorrere una serata emozionante e ad alto tasso energetico. Vi invito quindi ad ascoltarli e sostenerli, lo meritano davvero!

Photo Credits: Matteo Reni
Grazie a Carolina Zarrilli per la disponibilità.