Malkovic – Malkovic Ep (Autoprodotto, 2016)

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Articolo di Gianluca Porta

Ci sono dischi che appena li ascolti ti sembrano un capolavoro, dopo pochi ascolti li sai già a memoria e li consigli a tutti i tuoi amici ma, dopo poche settimane, rimangono solo un’icona su iTunes e ti sembra non abbiano più niente da dirti. Ce ne sono altri che, invece, non conquistano così rapidamente ma a cui continuamente ritorni, quasi a malavoglia, quasi ci fosse un lavoro da fare.
Sono gli album che ti arrivano dritti al cuore, che ti spezzano lo stomaco e ti tagliano le gambe, che ti buttano a terra per la loro schiettezza. Con l’ep dei Malkovic accade questa dinamica, un po’ strana, per cui ti scopri affezionato a quattro pezzi che ti si insediano tra lo stomaco e i polmoni. Ti ritrovi legato a delle canzoni scritte da un atipico trio milanese che suona insieme (sotto il moniker Malkovic) dal 2014, sapientemente confezionate tra Milano (dove sono avvenute le registrazioni e il mixaggio) e Chicago (dove Carl Staff ha fatto il master finale).

Quello che più colpisce è come, dalla linea di basso che sembra voglia martellare anche lei sulla grancassa, alla chitarra che stride e taglia qualunque velleità pop, tutto contribuisce a creare un clima di attesa, di disordine controllato che passo dopo passo arriva ad esplodere. La voce si insinua fra gli accordi, e lentamente emerge fino a risaltare sopra tutto, pur rimanendo perfettamente inserita nel tessuto musicale. E da questa esplosione tenuta stretta stretta, questo impetuoso mare sonoro arriva a sommergere l’ascoltatore, a rovesciare il paradigma dell’ascoltatore passivo che apre Spotify solo perché così, con la musica nelle cuffiette, non si sente solo. Il loro lavoro non vuole suscitare un’emozione, non cade sotto le macro-categorie di “musica allegra”, “musica triste” o tutti i nomi delle migliaia di playlist dozzinali che si trovano su qualunque piattaforma di streaming, non si può ascoltare mentre si studia o mentre si fa altro. È un disco che deve essere ascoltato con calma, immedesimandosi nella condizione di chi, quei pezzi, li ha scritti, fermando su una pagina una vita intera. È una continua lotta tra un quieto vivere e un troppo vivere, tra due modi opposti (ma sorprendentemente vicini) di essere sopraffatti dalla realtà: il primo perché ormai ogni cosa è scontata, il secondo perché ogni cosa è nemica. I Malkovic ribadiscono più volte quanto la vita sia ricerca, sia lavoro, sia un giudizio sulla realtà. «Cerchi solo qualche cosa, qualche cosa che non muore» urla Giovanni Pedersini (voce e chitarra) nella prima traccia dell’ep, Carlo. Ed è proprio la necessità di trovare questo punto fermo il motore del disco, che sia infine capace di dire che si è qui per davvero, che non si vive per essere «come acqua fra le dita».

Circa poco dopo la metà di Ufo, il secondo brano, c’è uno stacco: sembra che tutto sia finito, la chitarra fa il suo ultimo giro e arriva all’ultimo accordo con il basso, la batteria mantiene la rullata conclusiva che, normalmente, finirebbe per scomparire con un fade out; e invece no. Lancinante, come un urlo, parte l’elettrica a ribadire la stessa nota, come un aratro testardo che ribalta qualunque pregiudizio musicale, e il pezzo riparte per l’ultima esplosione. Ecco, tutto l’ep si gioca a questo livello, come il continuo susseguirsi di crescendo, di vampe che salgono sempre più in alto e che bruciano l’ascoltatore sempre più sul vivo. E tutto per affermare, a pieni polmoni, che «le bombe non ci scindono», che si può andare più in alto.

In conclusione è un disco che merita di essere ascoltato, che affascina a livello musicale, che conquista per le abilità tecniche di chi suona, ma che rimane addosso (in modo ostinato oserei dire, visto che è circa un mese che lo ascolto in ripetizione senza stancarmene) per una costante bellezza, che non dà niente per scontato e usa ogni situazione per affermare sé, per affermare una bellezza così disarmante.

Tracklist
1. Carlo
2. Ufo
3. Tre
4. Nucleare

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