R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Il nuovo disco dei Tersø, per chi li conosceva da un po’, era molto atteso: non era solo il primo disco ma anche la possibile conferma dopo l’ottimo Ep pubblicato nel 2017. Fuori dalla Giungla arriva dopo due singoli e si presenta con una copertina affascinante. Ammetto che ciò che sto per dire sia abbastanza triste ma per un millennial come me queste cose contano più di quanto dovrebbero effettivamente pesare. Questo è uno di quei casi in cui il lavoro grafico è davvero bello: riesce a riassumere il contenuto del disco, a farti vedere l’anima di questo progetto. La copertina, come il disco, è abbastanza minimale nonostante entrambi siano curati in ogni dettaglio; potrei guardare la copertina per ore, come sto spendendo molte ore all’ascolto di questo piccolo capolavoro.

Il disco dura poco più di mezz’ora ed è composto da nove brani che riescono a fondere unicamente la componente strumentale fortemente elettronica e la melodica voce di Marta. Ammetto che Lynch, il primo estratto, all’uscita non mi aveva convinto completamente; la produzione musicale era ottima ma non si può dire lo stesso (a parer mio) della scrittura. Ho trovato alcune soluzioni un po’ banali, però dopo aver ascoltato tutto il disco sono riuscito ad apprezzare di più questo brano che, essendo quello più facile, aveva effettivamente senso che venisse pubblicato come singolo.

Sugli altri brani c’è poco dire; risultano tutti soddisfacenti. Quelli che mi hanno colpito di più sono gli ultimi tre: Petali, Libellule e La Tigre Bianca. Sono molto diverse tra loro: nella prima vengono ripetute ossessivamente le stessi frasi che sono costruite in modo magnifico e coinvolgono completamente nell’ascolto. Libellule invece ha una strumentale geniale (senza togliere nulla alle altre) che lascia lo spazio da protagonista alla voce, ma senza svalutare il proprio valore nel risultato finale. La chiusura del disco invece si stacca leggermente dall’uniformità che ha il resto del progetto e la parte cantata arriva dopo poco meno di due minuti di una strumentale che strizza l’occhio all’ambient; in questo caso inoltre la voce di Marta è ancor più modificata rispetto ai brani precedenti e, grazie al connubio con i suoni informatici presenti nella strumentale, sembra di essere all’ascolto di una produzione post apocalittica.

L’aspetto migliore del progetto è la voce di Marta; quando si ascolta questo genere (soprattutto in italiano) spesso si rischia di non cogliere le parole pronunciate al primo ascolto e a volte è anche necessario andare a leggersi il testo. Qui tutto ciò non succede, la voce di Marta è cristallina e nonostante ciò, come accennavo prima, non rischia di porre in secondo piano le strumentali. In questo disco le basi e la voce sono entrambe protagoniste e creano un’unione magica.

Con un po’ di ritardo, anche in Italia, sta arrivando questa ondata di pop con dell’elettronica di ottimo livello al centro delle produzioni. Basti pensare ai Sxrrrxwland o ad alcuni brani del disco di Frenetik & Orang3 per capire di cosa si tratta. Tra le varie prove che abbiamo avuto di questo genere nella penisola questa è sicuramente una delle migliori, gli appassionati del genere rimarranno stupiti mentre per chi non ne sa niente ma è desideroso di approfondire è un ottimo punto d’inizio.

Tracklist:

1. Le Frasi
2. Lynch
3. Stramonio
4. Sembra
5. Le promesse
6. Metamorfosi
7. Petali
8. Libellule
9. La tigre bianca