R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Non scrivo di musica da un po’ e torno a farlo, per l’impellente necessità di fissare qualche pensiero su un disco fresco di novità, in un panorama che, qualche volta, ha il sapore del déjà vu, anzi del déjà-déjà vu. Quando però le sonorità sono quasi del tutto inusitate, un po’ per gli splendidi arrangiamenti, un po’ per la vitalità della formazione, (ma anche per la lingua non consueta dei pezzi cantati) e, perché no, per la grande personalità di chi canta e compone, allora la pigrizia nell’incominciare a scrivere, che da un po’ di tempo mi pervade, si fa da parte da sola, poiché la scrittura diventa un’urgenza. Chi ha dettato questa urgenza? Sophie Tassignon, cantante jazz tedesca, ma nata a Bruxelles, “capitale” di quell’Europa che qualcuno sente minacciata dall’arrivo del “turco invasore” o dello straniero di turno. Ed è proprio questa l’interessantissima materia del suo ultimo lavoro discografico che si intitola Khyal che in lingua araba letteralmente sta letteralmente a significare “ricordare e/o desiderare qualcosa del (lontano) passato”. Cos’è questo qualcosa? È il luogo delle proprie origini, quel “lontano da dove” a cui Joseph Roth si riferiva per il popolo della diaspora (gli ebrei), ma che ormai è comune a tanti popoli martoriati e disperati che vagano attraverso i continenti del cosiddetto mondo sviluppato.

C’è anche un “casus belli” per il quale Sophie Tassignon ha deciso di concentrare tante energie su questo lavoro: cinque anni fa a Berlino, a due isolati dall’abitazione di Sophie, fu aperto un grande centro per migranti, provenienti in gran parte dalla Siria. Anziché chiudersi a riccio, l’artista (ed un artista è tale anche per questa sensibilità e diversamente non potrebbe essere), decise di fare qualcosa, prendendosi cura personalmente di alcuni di loro. Ma non si è fermata qui, perché Sophie decise anche di intraprendere lo studio della lingua araba. Un gesto di grande apertura e curiosità intellettuale che l’ha portata a considerare l’arrivo di popoli “altri”, come un ineguagliabile arricchimento, anziché come un terribile problema. “I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo”, scriveva Ludwig Wittgenstein, e superare questa barriera si è rivelata per Sophie un’operazione fortemente salutare e di rafforzamento delle proprie convinzioni. Ascoltando il pezzo che dà il titolo all’intero lavoro, non si può che constatarne la vibrante ispirazione poetica, oltre che il magnifico arrangiamento musicale. Il brano, che si apre con una inaspettata chitarra elettrica, fa spazio subito dopo, insieme all’entrata della voce, alla tromba di Lina Allemano, special guest del disco. Certo, la lingua araba non è una novità nella storia del  jazz e tantomeno il jazz fatto da musicisti arabi (basti pensare alle magnifiche sound di Rabih Abou-Khalil, per buttare lì un nome) quindi la voce di Sophie e la tromba di Lina sembrano trovare un magnifico punto di equilibrio in Tes’al (cullate anche dal sax di Peter Van Huffel), voce che si fa poi quasi narrazione di una epopea, in The Wave Has Passed con i bellissimi assoli della chitarra di Hub Hildenbrand, malinconica e dolce: qui la voce di Sophie, fondendosi con il sax, sembra dare origine a una dolce ballad, il cui testo fa però riferimento ancora all’epocale trasmigrazione di un popolo (e dei popoli). Struggente e vagamente mistico Time is Your Only Healer, una profonda meditazione sul trauma del distacco e sulla necessità della guarigione, una guarigione che, naturalmente, dipende anche da noi, perché nessuno può sottrarsi alla sofferenza altrui. Magnifica citazione finale  alla “zaghroutah”, ovvero il canto-ululato delle donne arabe, per la coerenza è la capacità di inserimento nel brano, segno di una sapienza musicale non comune. L’album, che si era aperto con la solenne e complessa Everybody Knows il cui titolo faceva già riferimento alla comunità, al gruppo e alla vicinanza fisica dei corpi, si chiude con l’intimo ed introspettivo Etab.

Un gran disco quello di Sophie Tassignon, al quale partecipano, oltre ai musicisti già citati, anche Roland Fidezius al basso elettrico e Mathias Ruppnig alle percussioni. Un’operazione, quella di unire la lingua araba ad un jazz sofisticato e ad una tematica importante, assolutamente riuscita e di estrema godibilità estetica, ma anche di profondo significato etico ed umano.

Tracklist:
01. Everybody Knows (06:27)
02. Khyal (04:55)
03. Time Is Your Only Healer (05:41)
04. Kitebak (feat Mohammad Mallak) (06:35)
05. The Card Game (06:51)
06. Tes’al (05:36)
07. The Wave Has Passed (06:42)
08. Etab (05:24)

Photo © Katrin Andrzejewski

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