R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Chi dovesse ascoltare per la prima volta Jon Lloyd Quartet in quest’ultimo Earth Songs ed esprimere un giudizio affrettato, correrebbe il rischio di prendere un granchio. Perché superficialmente si potrebbe pensare a questa formazione come a una delle tante che percorrono un territorio più facile e più immediato nella forma. Poche note, niente o quasi fraseggi be-bop, preferenza per l’espressione modale – suonare sugli accordi costruiti su un’unica scala – e per un andamento ipnotico e molto rilassante. Ma basta avere un po’ di esercizio d’ascolto per rendersi conto che le scelte operate dal gruppo sono in realtà molto più ricercate e profonde di quanto non possano apparire ad un ascoltatore distratto. Non solo, ma la biografia di Lloyd cì racconta di un musicista sassofonista sessantaseienne – nato a Stratford on Avon (!!) – proveniente addirittura dal free-jazz. Se cercate una prova attendibile di tutto questo andate a riascoltarvi due lavori completamente differenti da Earth Songs – sono facilmente reperibili in streaming – come Head del 1993 oppure By Confusion del 1997. Il fatto è che Lloyd ha attraversato varie fasi nella sua carriera, passando dall’improvvisazione libera alla musica classica contemporanea per arrivare, dal 2009, ad una nuova forma espressiva che lo stesso autore ama definire come European Jazz.

Si presume che sotto questa estemporanea etichetta di comodo, si voglia indicare un modo differente di approcciare il jazz, modalità già peraltro ampiamente esplorata da molte formazioni nordiche e non solo. Il termine europeo indica probabilmente una strada che si sta allontanando – ed è cosa che volenti o nolenti registriamo già da parecchi anni – dall’impostazione originale della tradizione nera d’origine. Non è una distanza netta, non è un solco invalicabile ma è pur sempre, sotto sotto, una dichiarazione d’indipendenza che vede l’Europa cominciare a misurarsi ad armi pari contro la straordinaria storia del jazz USA. E, volendo approfondire la questione, nuove vie diventano sempre più visibili anche in altri continenti, dalla madre patria Africa all’Australia, dal medio fino dall’estremo Oriente. Basterebbe sfogliare le recensioni presenti già solo su Off Topic degli ultimi anni per comprendere come etichette a livello internazionale – l’ECM è stata capostipite di tutto ciò – stiano da tempo coltivando un nuovo genere di musica che vuoi per abitudine o comodità semantica, continua a definirsi jazz. A tal punto che i più conservatori, quasi potrebbero rifiutarsi di coniugare questo termine per definire, ad esempio, una musica analoga a quella proposta da Jon Lloyd Quartet. Ma se cerchiamo di leggere Earth Songs con spirito più libero ed ecumenico, se proviamo a non temere di delineare come semplicemente piacevoli la somma di sensazioni che proviamo quando ascoltiamo melodie belle e non convulse, come in questo caso, allora penso che ci sarà più facile intendere il significato di jazz europeo, almeno come credo sia nelle attuali intenzioni dell’Autore. Accanto al tenore e al soprano di Lloyd suonano il fido John Law al pianoforte, uno degli attuali miglior pianisti d’Inghilterra – presente, anche se in maniera non continuativa, a fianco del sassofonista dagli anni ’90 – con Nick Pini al contrabbasso e Alex Goodyear alla batteria. La musica dell’album, come avrete già intuito, non ha bisogno di ebollizioni tecniche né di momenti atonali. Manca l’ossessione modernista e si lavora a favore di atmosfere dilatate, piene di rarefazioni idonee alla meditazione, fino a corteggiare un onirismo magico che a tratti rimanda a suggestioni classiche e a malinconie stagionali. Il sax di Lloyd si avvicina talvolta all’impressione di un Garbarek più cauto e frenato nell’impeto fiatistico, mentre la componente ritmica si adatta come un guanto di velluto al clima ammorbidito dell’album.

Primo brano che scorre è Al’Afijah, termine arabo che proviene dalla religione islamica e che significa pressapoco stato di grazia. Inizia un La bemolle ribattuto a oltranza sulla cui base Law alterna una coppia di accordi a distanza di una terza maggiore, per dare agio al tenore di Lloyd d’impostare la sua tranquilla melodia. Questa viene ripetuta sul tappeto ritmico molto discreto operato da contrabbasso e batteria. Segue un assolo di piano dalle stimmate new-age che poi però evolve in una forma più swingante. La ripresa del sax avviene riagganciando la linea melodica iniziale con qualche semplice modifica di traiettoria che va a sfumare senza sforzo verso le battute finali. Il mondo fin qui tracciato dal quartetto sembra smaterializzarsi in una qualche forma di preghiera interiorizzata. Il brano nel suo complesso sprigiona una bellezza che potrà anche essere evanescente, ma sembra possedere un assetto così carezzevole da fa venir voglia di riascoltare la traccia ad libitum, anche per la sensazione aggiunta di serenità che diffonde. Segue Breaking the Waves annunciato da accordi solenni di piano. Il pezzo si presenta in forma di lenta ballad, con il sax che distilla frasi suadenti a volo d’uccello sulla tastiera di Law. E mentre il pianoforte si raccoglie in una serie di arpeggi che ricordano le onde suggerite dal titolo, il successivo dialogo tra i due strumenti principali si adagia flemmatico sulla ritmica che si mantiene dietro le quinte, mentre l’aerofono di Lloyd espande note levigate, misurate quasi una per una. Si avverte il contrabbasso che costruisce qualche frase più avvolgente sopra il mormorio educato della batteria, proprio quando il piano si allunga in un assolo luminoso, sempre appoggiato su un bordone di note fisse. Il tutto sprigiona una strana, vaporosa sensualità, accentuata dalle soffici melodie del sax. Lloyd col suo stile girovago, quasi svagato, ribadisce il suo pensiero, fortemente antitetico ai fraseggi titanici di molti sassofonisti contemporanei. Pare quasi una provocazione, tra l’altro espressa da un musicista con un passato free!! Cinq Feuilles esibisce una strana ritmica che ricorda un poco A Love Supreme di memoria coltraniana. E in effetti si crea un insolito ibrido tra Coltrane e lo stile nordico, anche se il piano di Law è molto lontano da quello concepito da McCoy Tyner e Lloyd in effetti non è Coltrane. Siamo in due mondi diversi ma per qualche stregonesco motivo vi trovo un passaggio nascosto, un tunnel sotterraneo in cui il lessico molto elaborato del grande sassofonista della Carolina del Nord si stempera nelle scale beneducate di Lloyd. Stranezze? Recensore ubriaco? Eppure… Segue Flux, inabissato in una scorreria di note cristalline e riverberanti di pianoforte in pura successione modale, mentre tra il passo felpato del contrabbasso e il fruscio della batteria, si attende il soprano bellissimo di Lloyd che decolla puntando al cielo. Vengono evocati meridiani di regioni lontane, fondali d’acqua trasparenti, paesaggi d’intrinseca bellezza naturale. La musica così liscia non presenta smagliature e si muove con naturalezza senza intralci accademici. A mio parere è il brano migliore dell’intero album. River non devia molto dall’imprinting del brano precedente ma il sax soprano, questa volta, racconta qualche ombra malinconica in più che ha sostituito la grande serenità che si sprigionava da Flux. Il suo assolo si spinge fino a qualche fraseggio più stretto ma non perde mai il gusto melodico. La differenza più evidente sta nel fatto che a metà brano circa, il gruppo abbandona la sicurezza degli sviluppi modali per avventurarsi nella maggior angolosità della musica tonale, anche se solo per poche battute. Ed è proprio il piano di Law ad osare di più, esibendo un eclettismo che lo porta a certi cambi di tono inaspettati e persino a qualche passaggio be-bop. Diciamo che da questo assolo, anche condotto con una certa energia percussiva, comprendiamo perché il pianista sia così ben valutato in Inghilterra e non solo. C’è spazio anche per un momento solitario di Pini al contrabbasso. Prosegue poi il dialogo tra il piano e il sax, con le ultime volute sonore di Lloyd che disappaiano progressivamente perdendosi tra un delicato ticchettio di batteria. Meta Meta s’insinua in percorsi più ambigui, con un piano preparato che stigmatizza un abituale bordone di note per lo sviluppo modale del sax, tornato in forma di tenore. La musica si riempie di parentesi umbratili, sax e piano sembrano svelarsi attraverso sillabe austere con suoni vagamente misteriosi.

Lanovo ha un fantastico incipit di piano solo con note che sembrano rubate al Ravel di Gaspar de la Nuit, per poi andare a confluire in una ballad dai toni levitanti grazie al tema appena sollevato a mezz’aria del sax. Il contrabbasso di Pini, sempre carezzevole, si merita un assolo ben calibrato, prima che il brano si sposti verso un grazioso down tempo spudoratamente cantato dai notturni fiati di Lloyd. Desert Song concede l’abbrivio alla batteria di Goodyear per poi inseguire, in parte, lo stesso canovaccio di sempre. L’accompagnamento molto armonico del piano per il tema cantabile esposto dal sax si trasforma in un assolo quasi fusion dove Law offre il meglio di sé dal punto di vista tecnico. Tempi strettissimi, scale vertiginose e poi parte il contrabbasso, con un po’ meno di autocontrollo, in un breve assolo che precede un excursus di sax, sostenuto dalla sola batteria. Il retaggio free di Lloyd lo ascoltiamo proprio qui in queste battute, anche se diluite e stemperate in un contesto assai diverso. Con The Trip sembrano irrompere ritmi latini e con quelli anche una certa solarità. Ma non ci si devono aspettare carnevali di samba. Ci si agita elegantemente e misuratamente, muovendo appena un po’ il tronco e le braccia. Leggendo il brano trasversalmente lo si potrebbe definire malinconico con brio o come un disarmante ballo very, very cool. Conclude The Heron, ovvero l’Airone. Si chiude perciò in grande, con un brano talmente pieno di azzurro, di mare e di vento che il sax soprano si trova a raccontare queste descrizioni con lirica precisione.

Il mondo prezioso che Jon Lloyd Quartet ci lascia ha qualcosa di fatato. Al diavolo le disquisizioni su ciò che è o non è jazz. Questo è un album che vale la pena di ascoltare in tutte le stagioni, in diversi momenti del giorno e della notte. Una sorta di amuleto contro le brutture dell’esistenza, un’educazione sentimentale per adulti vaccinati, l’elisir che cura i vuoti emotivi e le solitudini non volute. Da bersi tutto d’un fiato.

Tracklist:
01. Al’Afiyah (7:24)
02. Breaking the Waves (9:18)
03. Cinq Feuilles (5:27)
04. Flux (6:09)

05. River (7:56)
06. Meta Meta (6:13)
07. Lanovo (8:38)
08. Desert Song (8:02)
09. The Trip (5:48)
10. The Heron (4:23)

 

 

 


 

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