R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Provasi

Il 16 marzo è uscito il primo disco di Solo The importance of words (songs of love, anti – capitalism and mental illness), tanto giovane quanto interessante cantautore. Non è la prima pubblicazione a suo nome: sono già stati cinque i titoli pubblicati in precedenza, ripresi anche per questo primo “long playing”, come si diceva una volta. Come anche ammesso dallo stesso autore, le influenze sono non solo chiare e lampanti, ma anche ben mescolate tra loro: lungo le dieci tracce che compongono l’album possiamo scorgere intuizioni derivate dal sound dei primi lavori discografici dei Muse, moltissimo dal britpop anni ’90, soprattutto sotto il profilo degli arrangiamenti, dai lavori più eterogenei e sperimentali dei Beatles (in due parole “White Album”), nonché tracce strumentali ispirate a Stockhausen, alla musica concreta e, a mio modesto parere, alle composizioni drone music, stile compositivo molto approfondito negli ultimi anni nel panorama americano.

Facciamo il punto della situazione: pop, indie, rock, musica colta, tanto tanto tanto panorama musicale britannico, testi molto legati a tematiche sociali e attuali quanto all’importanza dei sentimenti. Questi sono gli ingredienti principali di un album che per essere un primo lavoro in studio promette davvero bene, ma che mostra comunque ancora limiti sono diversi aspetti.

Abbiamo detto che l’opera si struttura in dieci tracce, sei delle quali brani completi di musica, testo e arrangiamento e quattro più legati alla dimensione più sperimentale e “classica” descritta in precedenza. Il problema è che tre di quest’ultimi (Emotional (e)state, “It’s propaganda time! (rejoice!) e In the end (nothing matters)) sono concentrati nelle ultime quattro tracce e, in aggiunta, sfiorano il minuto di durata, generando un forte squilibrio nelle ipotetiche due parti del disco. Lungi da me seguire il dettame “brano corto = brano brutto”, ma l’impressione che si ha è che tali composizioni strumentali siano sostanzialmente intuizioni (e anche non male, sia chiaro) poco approfondite e valorizzate, con arrangiamenti e scelte di suoni molto approssimative.

Ascoltando le sei tracce più complete invece, si rimane piacevolmente colpiti dalla varietà stilistica presentata, che varia dalle atmosfere oasisiane della traccia d’apertura Don’t shoot the piano player (it’s all in your head), al rock più marcato e in stile Muse e The Cure di Propaganda in my eyes, again (you’re erased) e Look out (consumerism will consume you). L’energia e la creatività non mancano, non c’è ombra di dubbio. Solo un appunto: più che sufficienti i testi e le intuizioni armoniche, ma meno brillante la dimensione dell’arrangiamento che, spesso (e purtroppo) penalizza l’ascolto. Infatti, alcuni momenti paiono fin troppo densi di suoni e alcuni effetti risultano mal gestiti, come il phaser sulla batteria della terza traccia, Hypocrisy (it’s all I see). Per essere un primo sforzo discografico facente parte del panorama alternative, mi sento comunque di consigliare The importance of words (songs of love, anti – capitalism and mental illness), che nonostante alcune carenze, incuriosisce e permettere di riporre sincere speranze per i prossimi lavori.

Tracklist:

  • 01. Don’t shoot the piano player (it’s all in your head) 02:31
  • 02. Summer fading (late love song) 06:08
  • 03. Hypocrisy (it’s all I see) 03:29
  • 04. What’s the topic of the day? (forget the rest) feat. Alidavid 02:44
  • 05. Propaganda in my eyes, again (you’re erased) 04:05
  • 06. Something (you don’t need) feat. Nobody 05:09
  • 07. Emotional (e)states 02:08
  • 08. Look out (consumerism will consume you) 03:42
  • 09. It’s propaganda time! (rejoice!) 01:03
  • 10. In the end (nothing matters) 01:02

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