R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Nel panorama affollato delle attuali pubblicazioni jazzistiche, Source di Lorenzo Bellini Quartet si impone con la quieta determinazione di chi s’impegna a scavare nel profondo, attraversando – con gesti misurati ma intensi – le varie stratificazioni della coscienza. E se teniamo buona la pur antica definizione che Paul Janet attribuisce alla coscienza stessa, intesa come sintesi compenetrante tra qui ed ora e la Memoria, in questo lavoro assistiamo realmente ad una ricapitolazione tra passato, sia jazzistico ma anche classico, e una fusione con le istanze contemporanee della musica odierna. Il toscano Bellini, pianista e compositore residente a Vienna e attualmente al suo secondo album dopo Love Grain (2021), guida un ensemble coeso e complice costituito da Luca De Toni – leggi qui – alla chitarra elettrica, Matteo Padoin al contrabbasso e Andrea Dionisi alla batteria. Il loro è un percorso collettivo dove forma e flusso, analisi e rivelazione, si intrecciano in un dialogo costante, lucido e lirico, asservito scientemente al ruolo preponderante della melodia. E forse questa presenza del melodismo, come lo stesso Bellini ha raccontato, è frutto dell’eredità culturale tardo romantica assorbita giocoforza dalla capitale austriaca in cui l’Autore risiede.

La scrittura è complessa, sì, ma non nel senso sterile della ricerca di un virtuosismo fine a sé stesso. Qui la complessità è invece veicolo di consapevolezza, è la capacità di affrontare l’Enigma – ogni forma artistica degna di questo nome lo prevede – tra una certa ipotesi di idealismo armonico a cui il tutto inevitabilmente si rapporta e il conseguente filo della narrazione musicale. La rigorosa formazione accademica di Bellini – dal bostoniano Berklee, dove ha conosciuto gli altri elementi del suo gruppo, alla Royal Academy di Londra – è presente, ma come linfa vitale nascosta ed operante, sebbene mai volontariamente esibita. Il suo linguaggio è piuttosto personale, proiettato verso una chimica di contrappunti e metri ritmici irregolari. In effetti il tempo musicale diviene a volte occasione verticale dove l’atto compositivo assume la valenza di un’offerta – ascoltate la prima parte dell’ultima traccia, Offering, ad esempio, quasi liturgica – verso l’altro e conseguentemente verso sé stessi. In alcuni momenti si coglie un’istanza contemplativa, come se la musica cercasse di dire ciò che resta oltre il dicibile, una sorta di evoluzione del gesto improvvisativo, capace di accogliere l’incertezza senza rinunciare alla forma, e viceversa. Il titolo Source è già, in sé, una dichiarazione d’intenti, dove si allude alla metafora della sorgente come simbolo di forza attiva e generativa. Ogni brano del disco sembra rimandare a un principio primo dove Logos e mistero tendono ad unirsi, a sovrapporsi, facendo sì che l’armonia si faccia centro visibile e fortemente presente. Bellini, in questo, si mostra non solo musicista, ma pensatore in – piuttosto che di – suoni, artigiano in un sentire che non separa mai tecnica e spirito. L’ascolto rivela, in un brano come Odruis, tracce di improvvisazione libera. Nell’intervista rilasciata a Davide Riccio per il sito Kult Undergound, raccolta i primi giorni di Luglio 2025, molto onestamente Bellini racconta che “...Odruis” nasce da un momento in cui, durante la sessione di registrazione in studio, ci siamo trovati ad essere overwhelmed, sopraffatti da una scelta da fare riguardo a una take, per cui non riuscivamo ad andare avanti nel nostro lavoro di registrazione. Come momento di liberazione siamo tornati in sala davanti ai nostri strumenti ed è nato il brano, frutto di un’improvvisazione libera guidata principalmente da Luca e Andrea.” Questa improvvisazione è però filtrata da un’urgenza poetica che rifugge l’informe cacofonico. Vi si coglie la lezione di certi maestri del modernismo colto ma anche quell’etica che porta l’album verso un’espressività nobile ed essenziale, come in certi lavori ECM degli anni ’80.

Fragile Spirit ci sorprende con una complessa e incalzante struttura poliritmica che muta continuamente scivolando piacevolmente sulla strada di una melodia dall’incedere seducente. Il contrabbasso e soprattutto la batteria affrontano con scioltezza questa variazione dei tempi mentre il pianoforte esegue una serie di passaggi armonici che contornano un assolo scintillante. Ma subito al di sotto si avverte il leggero ribollire della chitarra, pronta a decollare anch’essa con una corsa in stile Metheny. Si apre poi un varco per la batteria che cerca giustamente un po’ di luce poco prima della chiusura del brano. La title track Source richiede un’attenzione particolare, in quanto si tratta del rifacimento dell‘Andante Cantabile per quartetto d’archi n°1 op.11 di Tchaikovsky. Onestamente ho faticato a riconoscere questa sorgente, forse inchiodato alla memoria dello struggente brano originale che ho intrasentito solo nella seconda parte del pezzo. Ma ancora una volta mi interrogo sulla necessità di questi riadattamenti, che mi lasciano spesso piuttosto perplesso. Comunque il quartetto non fa mancare il suo motore energetico e anche qualche momento più raccolto. Auntie Lu rientra nei ranghi di un puro brano di jazz lento, in un classico ¾, condotto dal morbido timbro chitarristico di De Toni. L’asciutto piano dell’Autore lavora quasi sottovoce e tutto il brano esprime una dolcezza diffusa, un’atmosfera che contiene una malcelata malinconia di fondo. Out of the Blue esce dallo stato mentale del brano precedente riallacciandosi a quei temi complessi che sono un po’ una caratteristica di questo quartetto. Si alternano stralci melodici e complicità ritmiche, arditi pinnacoli sonori e momenti d’intenso pianismo impegnato in continui salti tonali alternati e commisti con il chitarrismo molto pulito di De Toni. Di Odruis si è già accennato qualcosa in precedenza e nonostante sia un brano più o meno nato come riempitivo in un momento di crisi creativa, il risultato porta con sé una certa pirotecnica, acrobatica effettistica, soprattutto affidata alla chitarra elettrica e al drumming di Dionisi. L’effetto finale possiede il dono dell’evanescenza e contemporaneamente l’insight di uno svelamento inatteso agli occhi degli stessi musicisti che suggellano la fine del brano con un urlo liberatorio. Chiude Offering, a mio parere il pezzo migliore di Source. Un abito gospel per un profondo momento riflessivo e rilassato, che racchiude un significato legato ad una forma di gratitudine. La procedura innodica del quartetto prevede, per evitare qualsiasi deriva stucchevole, una parentesi moderatamente dissonante nell’ultimo quarto del brano.
Source è un atto di testimonianza sonora, una dichiarazione di intenti in cui la musica si fa veicolo di coscienza, consapevolezza e tensione spirituale. Bellini non cerca consensi facili né scorciatoie formali e al di là di alcune scelte ardite, il suo linguaggio non rischia l’autoreferenzialità o tanto meno il manierismo. E proprio per questo, per il suo coraggio sostanziale e la sua coerenza poetica che Source è uno di quegli album destinati a sedimentare nel tempo, a lavorare in silenzio come fa ogni vero processo alchemico.
Tracklist:
01. Fragile Spirit (04:43)
02. Source (05:21)
03. Auntie Lu (04:28)
04. Out of The Blue (07:09)
05. Odruis (04:01)
06. Offering (06:00)






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