A R T E – M O S T R E
Articolo e immagini di Mario Grella
Clair-obscur, la grande mostra che la Bourse de Commerce/ collection Pinault, ha allestito nel suo sontuoso spazio espositivo nel ventre di Parigi (inutile ricordate che Les Halles erano così chiamate), curata da Emma Lavigne con la collaborazione di Nicolas-Xavier Ferrand, mi pare abbia un titolo vagamente posticcio, quasi una sorta di pretesto per esporre opere della collezione trovando una giustificazione puramente nominale. Questa considerazione è comunque del tutto irrilevante, di fronte alle opere esposte che sono tutte di eccezionale qualità, a cominciare dalla installazione nella Rotonde, la fantasmatica Brouillard di Fuijko Nakaya, “scultrice della nebbia” come ella stessa ama definirsi. Un quadrato di nebbia inscritto in una rotonda, le cui evoluzione (si tratta di vapore acqueo micronizzato, nebbia appunto) lascia incantati i visitatori: per chi la nebbia l’ha sempre amata, non è una novità, per chi non ci ha mai convissuto, una piacevole sorpresa, per gli indifferenti nulla da dichiarare.
A circondare la nebbia della Nakaya, nelle raffinate ventiquattro vetrine del Passage dell’antica borsa di commercio, Laura Lamiel presenta opere che tentano di dare forma all’invisibile o al volatile, usando la luce come pennello. Delle altre sezioni della mostra, vale certo la pena di sottolineare quella dedicata interamente a Vittorio Man, pittore rumeno che fa dello scarto tra la banalità del quotidiano e la grandezza dell’universo la tematica della sua pittura, una pittura crepuscolare, tutta giocata su una luce da eclissi e sulle cupe ombre che fanno prendere forma a soggetti apparentemente surreali, con una costante e repulsiva attrazione per la morte, luogo delle ombre per eccellenza. E proprio nella successiva sezione denominata Ombres, vi sono tante sculture con parvenze di ombre uscite dagli anni della guerra, figure spettrali di Jean Dubuffet, Alberto Giacometti, Maria Martins, Germain Richier. Poi nel XX secolo, la rappresentazione del corpo umano ha continuato la sua trasformazione: i corpi ibridi, ma ancora relativamente completi e identificabili del periodo precedente, hanno lasciato il posto ad apparizioni frammentate, eterogenee e spesso a malapena riconoscibili.

Opere sovente dominate da una visione pessimistica dell’umanità, legata ai traumi personali dagli artisti alle esperienze di internamento nei campi di concentramento o alla malattia, come nel caso di Alina Szapocznikow scomparsa nel 1973. Nella stessa sezione anche opere di artisti non disposti a conformarsi, come nel caso di Bruce Nauman, o esperienze di artisti che hanno vissuto l’esilio e la colonizzazione, come il vietnamita Danh Vô, infine corpi colpiti da malattie sociali come l’AIDS, accolta con fatale indifferenza, da Robert Gober. Della sezione “Broullard” non fa parte solo la nebbia artificiale della Nakaya, ma anche, opere di grade suggestione come quelle di Trisha Donnelly o dell’americano Bruce Conner che, utilizzando filmati d’archivio militare, come l’esplosione sottomarina di una barriera corallina nel Pacifico durante un test nucleare americano del 1946, documenta l’episodio che proietta l’ombra dell’autodistruzione dell’umanità, in una sequenza in cui terrore e bellezza si fondono. Di grande interesse la mappa nebulosa di Frank Bowling artista della Guyana britannica che propone una contro-narrazione delle origini afro-diasporiche, in cui la nebbia che dissolve i contorni dei territori suggerisce l’attraversamento dei mari, segnato dalla violenza dello sradicamento.

Per finire i paesaggi di Wolfgang Tillmans (che lo scorso anno ebbe l’onore di chiudere con una grandiosa mostra il Centre Pompidou per gli attuali lavori di ristrutturazione) descrivono grandi distese sospese tra crepuscolo e luce con opere, in cui nella sfocatura della stampa, la figura umana riappare fugacemente in territori deserti e sublimi abitati solo da vortici e miraggi. Di impressionante impatto, nella sezione “Incandescence”, la video-opera di Bill Viola che, ossessionato fin dall’infanzia dalla questione della soglia che separa la vita dalla morte, ha cercato nei suoi film di trascrivere questi spazi liminali sia fisicamente che simbolicamente, evocando un immaginario spirituale e poetico: qui lo fa egregiamente attraverso un fuoco devastante, con una figura umana che viene inghiottita da questo roveto ardente e che si trasforma, liquefacendosi, in una sorta di brodo primordiale. Infine le opere in dialogo della strana coppia Yves Tanguy e Pierre Huyghe: i paesaggi desolati e notturni (creati dopo le esplorazioni delle spiagge bretoni) di Tanguy sono chiamati al confronto dialettico con i materiali sintetici e con le interpretazione delle onde celebrali da parte di un algoritmo che permette la materializzazione dell’invisibile (ma esistente). Di questa tipologia l’opera Mind’s Eye ben rappresenta questa soglia tra l’immaginario e il reale.

È fuor di dubbio che l’abilità dei curatori e dei conservatori della Collection Pinault sia alla base dello strabiliante successo delle mostre alla vecchia Bourse de Commerce, ennesimo centro gravitazionale dell’arte contemporanea a Parigi, ma ciò non infirma il fatto che sono sempre proposte al pubblico internazionale opere di straordinaria qualità di artisti noti e meno noti. Una bella lotta con la nuova sede della Fondation Cartier pour l’art Contemporaine e in attesa della riapertura del Centre Pompidou. Nessuna metropoli al mondo oggi possiede una simile capacità di proposta per le arti visive e per la contemporaneità: Parigi é stata e resta assolutamente inarrivabile per le proposte e per la loro qualità.




Photo Credit © Bourse de Commerce / Collection Pinault






Rispondi