R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La maggioranza dei musicisti jazz, quando questi raggiungono una certa maturità, sembra avvertire sempre meno il bisogno di affermarsi. Non perché gli artisti abbiano esaurito ciò che avevano da dire, ma perché invece hanno dimostrato di aver compreso che il senso della loro creatività non coincide con la quantità di suono prodotta, né con la complessità del gesto e tanto meno con l’urgenza di occupare ogni interstizio di tempo disponibile. Esiste dunque un momento, nella vita di un jazzista, in cui l’esperienza accumulata non si traduce più nell’aggiungere elementi ma per contro nel sottrarli fino a che la musica stessa diventi più essenziale, l’ascolto più vigile e il silenzio assuma una funzione più strutturale. È precisamente in questo territorio che sembra collocarsi Salt Catchers, il nuovo lavoro di Andy Sheppard con Rita Marcotulli e Michel Benita. Non è soltanto un album di jazz cameristico, né semplicemente il risultato dell’incontro fra tre musicisti di comprovata esperienza. È piuttosto una riflessione implicita sulla possibilità di continuare a essere creativi dopo aver attraversato quasi mezzo secolo di storia musicale. Una questione tutt’altro che secondaria per Sheppard, la cui carriera ha conosciuto ambienti, linguaggi e personalità tanto differenti da rendere difficile qualsiasi tentativo di ricondurlo a una sola genealogia.

Sheppard arriva dunque a questo progetto dopo una carriera nella quale la curiosità ha rappresentato una costante più significativa di qualsiasi appartenenza stilistica. La lezione di John Coltrane, assimilata da giovanissimo, non è mai diventata per lui una gabbia estetica ma al contrario, è stata una delle condizioni attraverso cui poter attraversare territori differenti, dal jazz più avanzato con le collaborazioni con George Russell, Gil Evans, Paolo Fresu e Carla Bley, fino agli incontri con mondi musicali apparentemente lontani come quelli di Baaba Maal e John Martyn. In Salt Catchers questa esperienza non viene esibita, ma metabolizzata. Il sassofonista inglese sembra finalmente liberarsi dall’obbligo di dimostrare la propria versatilità avendo costruito la sua identità personale proprio attraverso una certa propensione all’alterità. Ma Salt Catchers sembra compiere il movimento inverso, dato che dopo avere esplorato molte possibilità, in questo lavoro si torna alla forma primaria del dialogo. Un sax, un pianoforte, un contrabbasso. Niente batteria. Tre corpi sonori che devono continuamente negoziare il tempo, senza poterlo delegare a un’autorità ritmica esterna. È una scelta che comporta una precisa assunzione di responsabilità in quanto ogni nota pesa di più, una pausa acquista maggior funzione espressiva, ogni ingresso modifica l’equilibrio generale. Il tempo non viene scandito ma quasi pensato in corso d’opera. Proprio questa ritengo possa essere la prima, sostanziale qualità dell’album. Il trio, privo di batteria, potrebbe apparire nell’immediato come una formazione incompleta. Accade invece il contrario perché proprio l’assenza di una componente ritmica esplicitamente deputata a organizzare il tempo permette a Sheppard, Marcotulli e Benita di ridefinire continuamente la percezione dei confini della loro musica. Il ritmo non scompare, solo che diventa più ambiguo, più elastico, affidato alle inflessioni del pianoforte, alle sospensioni del sax e alla capacità del contrabbasso di suggerire una direzione senza imporla. È qui che si comprende la particolare natura di Salt Catchers, una musica che trova la propria ragion d’essere nella libertà controllata dell’interplay. Michel Benita al contrabbasso non ha solo il compito di sostenere gli altri due musicisti ma ne condiziona il movimento, ne accompagna le esitazioni, talvolta anticipandone le intenzioni. Rita Marcotulli al pianoforte – qui spesso splendidamente suonato in armonia modale – non costruisce un semplice fondale per il sax, ma interviene continuamente sulla percezione complessiva del materiale musicale. Andy Sheppard al sax tenore sembra trovare uno spazio permeabile dove la sua cella sonora si fa attraversare dal contrabbasso e dal pianoforte in completa trasparenza. Salt Catchers è un lavoro che sembra chiedere alla musica non tanto di dimostrare quanto sa fare, quanto di interrogarsi su ciò che può ancora dire quando ogni elemento superfluo venga lasciato fuori dalla porta. Una scelta che, in un’epoca nella quale l’esibizione della complessità rischia spesso di diventare una forma di automatismo, assume quasi il significato di un orgoglioso distanziamento dalla tradizione intesa come repertorio di gesti già disponibili. Volendo osservare il tutto più in profondità, dietro la calma apparente di Salt Catchers, ho l’impressione che esista una severa idea della musica. Non basta essere delicati, nè essere melodici e tanto meno saper suonare bene. La delicatezza contiene una tensione, altrimenti diventa semplice forma di superficie, così come la melodia può nascere da un conflitto per evitare il rischio di trasformarsi in facile arredamento emotivo. La musica di quest’opera assume allora una dimensione quasi politica nel senso più originario del termine, dove tre individualità accettano di interagire reciprocamente affinché si possa ottenere qualcosa che nessuno di loro, da solo, forse avrebbe potuto produrre. Ma indubbiamente la preponderanza melodica e la controllata rarefazione sonora – resa tale in termini audiofili anche dalla registrazione impeccabile di Stefano Amerio – fanno di questo album ECM un approdo di solenne bellezza ed apollinea misura, insomma un autentico appuntamento da non mancare.

In Elevation, primo brano dell’album, Rita Marcotulli stabilisce un clima di estrema concentrazione, aprendo la traccia con una serie di interventi misurati mentre Sheppard entra in linea con il suo tenore, un sax che porta con sé una qualità timbrica che è il risultato della lunga sedimentazione di chi non ha più bisogno di sovraccaricare la propria presenza. Il suono è pieno ma non gravoso, attraversato da una componente affettiva che negli anni sembra essersi fatta sempre più evidente. Si avverte la memoria di una certa tradizione della ballad jazzistica, ma anche la volontà di non trasformarla in nostalgia. Il sassofonista costruisce così frasi lunghe, respirate, nella quale il tempo sembra dilatarsi. Emerge allora una delle caratteristiche più interessanti del suo linguaggio attuale, un calore nuovo o forse semplicemente una maggiore disponibilità a lasciarlo emergere. Il giovane musicista che aveva incontrato Coltrane è ancora presente, ma ormai filtrato da decenni di esperienza. La presenza della Marcotulli diventa decisiva in quanto il suo pianismo non accompagna semplicemente il sax me tende a modificarne la prospettiva. La pianista possiede la preziosa capacità di intervenire senza saturare, lasciando che un accordo abbia il tempo di produrre le proprie conseguenze. In alcuni passaggi sembra quasi voler sottrarre materia alla materia, mentre in altri introduce minime alterazioni capaci di spostare il baricentro armonico. È una dolce reverie che non scivola mai nell’evanescenza ma è evidente come dietro tale discrezione esista una straordinaria consapevolezza formale. In questo brano Marcotulli rappresenta molto più di una partner musicale. Il suo pianoforte possiede una qualità quasi tattile, ma soprattutto una straordinaria intelligenza nella misura. Non esiste gesto ornamentale che non sembri avere una conseguenza, la pianista sa essere lirica senza diventare decorativa, astratta senza perdere il contatto con la materia melodica. Lawns, il brano di Carla Bley tratto dall’album Sextet (1987), costituisce un passaggio fondamentale. Sheppard lo aveva suonato dal vivo con la compositrice e la sua familiarità con quella scrittura gli consente di evitare qualsiasi atteggiamento reverenziale. La composizione viene lasciata respirare nella sua essenzialità, ma il trio riesce contemporaneamente a rivelarne la profondità emotiva. Marcotulli non cerca di abbellire la linearità di Bley ma imposta un assolo estremamente controllato, mentre Benita sembra inserirsi nella logica interna del pezzo sostenendolo con un contrabbasso ordinato. Sheppard, infine, individua nella semplicità melodica una possibilità espressiva enorme. La composizione viene affrontata dal trio con una sobrietà quasi radicale. Marcotulli e Benita ne preservano l’equilibrio interno, mentre Sheppard porta in superficie la componente malinconica senza trasformarla in sentimentalismo. La cosa più sorprendente è che un brano tanto semplice possa assumere, nelle mani del trio, una simile densità. Lawns non viene infatti ampliato bensì approfondito. Le ripetizioni non sono reiterazioni ma variazioni percettive. È come se ogni ritorno della melodia introducesse una minima differenza nel nostro modo di ascoltarla. In questo frangente la scrittura di Bley incontra la poetica di Sheppard, nella consapevolezza che la forma più elementare possa contenere una complessità emotiva inesauribile. La title track Salt Catchers si presenta con una diversa qualità energetica. Marcotulli mette in discussione la superficie del pianoforte, appoggiando la mano sulle corde e ricavandone una materia ritmica che prepara l’ingresso del soprano. Sheppard cambia registro e con esso muta la temperatura del disco. La melodia del suo sax, questa volta soprano, possiede una maggiore mobilità, quasi una disposizione narrativa e cinematografica, senza tuttavia spezzare l’equilibrio generale ma diventando una sorta di parentesi dinamica all’interno di un’opera prevalentemente introspettiva. Il riferimento alle saline di Aveiro nell’ovest del Portogallo e agli uomini impegnati nella raccolta del sale offre un’origine concreta al titolo, ma la musica riesce a trasformare quell’immagine in qualcosa di meno descrittivo e più concettuale, in un lavoro minuzioso di ripetizione e di pazienza. Il significato più interessante di questo titolo non è però quello documentaristico. La raccolta del sale è un’attività ripetitiva, paziente, fisicamente concreta, un gesto nel quale la precisione conta più della spettacolarità. Ed è quindi una buona metafora per questa musica, che procede attraverso piccoli spostamenti e minime concentrazioni di materia.

In Encantos emerge invece la dimensione più affettiva del progetto. Costruito inizialmente su una progressione pianistica discendente che ritorna più volte lungo l’arco della traccia, Sheppard sembra accogliere una sensualità discreta, una sorta di sguardo fanciullesco sulla melodia, capace di conservare stupore senza cadere nell’ingenuità. Il suo fraseggio mantiene una componente agrodolce, senza enfatizzarla. Un brano che sfiora il romanticismo ma che non perde il controllo della propria architettura, quasi una forma di amor fou per la canzone e per il suo potere evocativo. Draw You In Stars appartiene a un’altra zona ancora, più sospesa e introspettiva. Qui il dialogo fra Marcotulli e Benita diventa particolarmente significativo, perché il contrabbasso non si limita a sostenere l’armonia e il pianoforte a commentarla. Entrambi costruiscono uno spazio nel quale Sheppard può modulare il proprio intervento con estrema libertà. L’assolo di Benita possiede un’economia di note che non cerca l’effetto, ma sviluppa una frase dopo l’altra, come se il contrabbassista avesse compreso che la forza del suo intervento dipende soprattutto dalla capacità di non interrompere il discorso narrativo nella sua complessità. Il pianoforte costruisce un ambiente armonico sospeso in un arpeggio aperto nel quale il sax può muoversi senza dover necessariamente seguire una traiettoria prestabilita e del resto l’assolo della Marcotulli è un piccolo capolavoro di misura e delicata raffinatezza. This Too – Three Hills introduce inizialmente un toccante spazio solo pianistico per poi modificarsi in un movimento più accentuato, sostenuto dalla fisicità del contrabbasso di Benita e da un ragionato fraseggio di sax che restituisce al trio una maggiore elasticità. Non si tratta di una brusca accelerazione, bensì di una modifica della postura musicale. Un tranquillo riff di note basse diventa il punto di partenza per un andamento rilassato ma non immobile da parte del sax – con un accenno forse casuale a It Never Entered My Mind – ed una lunga coda di sax solitario che s’affaccia verso le fasi terminali del brano. Qualche sequenza in velocità del pianoforte funge da ornamento all’espressività di Sheppard in uno di quei momenti in cui la struttura ritmica torna a farsi percepibile come forza propulsiva – qui forse si rimpiange il ruolo della batteria – senza che il trio perda comunque la propria natura cameristica. Anche in Salgado appare una componente moderatamente più terrena e ritmica. Il titolo, che tradotto dal portoghese all’italiano significa saporito – si riferisce inoltre anche al fotografo Sebastião Salgado – presenta una mobilità più marcata, con una pulsazione che sembra provenire da un punto esterno al jazz più convenzionale e sovvenzionata principalmente dal pianoforte della Marcotulli che s’increspa di note gravi. Sheppard si muove con naturalezza, dimostrando come il proprio lirismo possa convivere con una scansione più incisiva. Non tutto, però, è allo stesso livello di tensione: in qualche passaggio il discorso rischia di diventare un po’ monocorde. È un limite relativo, tra l’altro all’interno di un brano sempre piacevole ma leggermente dispersivo. In Those That Left la musica torna invece a una dimensione più meditativa. Il titolo stesso introduce il tema dell’assenza, ma il trio evita qualsiasi rappresentazione programmatica del dolore. La perdita non viene teatralizzata. Viene lasciata sussistere come pura condizione esistenziale. In questi momenti emerge l’aspetto quasi sciamanico della musica di Sheppard che consiste non in una presunta dimensione esoterica, ma nella capacità di utilizzare il suono come luogo di transito fra esperienza privata e memoria collettiva. Il sax sembra allora diventare una voce che non racconta una storia precisa, ma conserva le tracce di molte altre storie. La sua forza deriva proprio da questa indeterminatezza. È il contrario di una musica didascalica: non spiega, ma allude suggerendo. Altrettanto significativo che questo percorso conduca infine a Irene, dedicata alla madre. Il soprano di Sheppard assume qui una qualità fragile e lucente, ma la luminosità non cancella la componente dolorosa della memoria. Al contrario, la rende percepibile senza trasformarla in retorica. È come se una nuvola scura attraversasse un paesaggio senza modificarne immediatamente i colori e la sua presenza venisse avvertita proprio perché il resto della musica mantiene una grande compostezza. Marcotulli e Benita comprendono perfettamente questa misura e intervengono senza sovrapporsi al significato personale della composizione, portando questa concezione al suo punto più delicato. Forse in questo momento Sheppard dimostra più chiaramente ciò che significa avere attraversato una lunga esperienza musicale senza perdere la preservazione di un personale candore. Non si tratta di innocenza, perché l’innocenza è ormai incompatibile con la sua biografia artistica. Si tratta piuttosto della capacità di non diventare cinico nei confronti della melodia, dell’affetto e della memoria.

A ben vedere, tutto Salt Catchers è attraversato da una tensione fra esperienza e meraviglia. Da una parte ci sono decenni di storia musicale, collaborazioni prestigiose, una conoscenza profonda delle grammatiche jazzistiche. Dall’altra permane il desiderio di verificare cosa succeda quando tre musicisti si incontrino senza una gerarchia precostituita. In questa dialettica si colloca anche un grande amore per la melodia, non una passione sentimentale nel senso più ovvio, ma una fiducia quasi ostinata nel fatto che poche note, se sufficientemente ascoltate, possano contenere un mondo. Sheppard avrebbe potuto costruire un album più denso, più moderno, più irrequieto ma ha preferito evidentemente una forma di intimità nella quale ogni musicista possa raccontarsi con rilassatezza. L’immagine allegorica di una lucerna, allora, potrebbe essere il tratto più idoneo per definire l’album: una fonte luminosa, circoscritta, che non pretende di illuminare il mondo ma soltanto la porzione di realtà immediatamente necessaria. Salt Catchers non credo abbia mai voluto essere concepito come un album abbagliante ma solo adatto a rendere visibili alcune cose che normalmente restano nell’ombra. La memoria, in Salt Catchers, non è un archivio ma un processo attivo. Entra nel suono, ne altera la densità, ne modifica la percezione. Proprio come la sapidità offerta dal sale.

Tracklist:
01. Elevation (04:03)
02. Lawns (06:27)
03. Salt Catchers (05:08)
04. Encantos (03:48)
05. Draw You in Stars (05:13)
06. This Too – Three Hills (09:08)
07. Salgado (05:33)
08. Those That Left (08:31)
09. Irene (04:06)

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