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Sex Pistols

Faz Waltz – On The Ball (Spaghetti Town/Surfin’ Ki, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Qualcuno ha detto che il rock’n’roll non cancella i problemi, ma ti consente di ballarci sopra: ecco, i Faz Waltz sono il gruppo giusto per scacciare dalla mente i pensieri negativi; nati nel 2007 dalla mente di Faz La Rocca, voce, chitarra e piano, il trio di Cantù vede al basso Diego Angelini e alla batteria Marco Galimberti. Tra le realtà più belle dell’underground italiano, la band ha già otto album alle spalle e centinaia di concerti in giro per l’Europa e negli States, con la partecipazione, nel maggio 2019, ad una serata evento al Punk Rock Bowling di Las Vegas in compagnia di grossi nomi del calibro di The Hives, Rancid, The Specials, Descendents, Damned e Undertones. Se conoscete la stazione radio americana SiriusXm forse vi sarà capitato di sentirli perchè Dj Rodney Bingenheimer è uno che di buona musica se ne intende eccome, essendo stato il primo a scoprire gente come Ramones, Blondie, Sex Pistols, Joan Jett e Guns’n’Roses, in Italia li avrete visti invece nei locali di Milano e hinterland o in apertura ai Dropkick Murphys a Pisa nel 2015.

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Crass – Normal Never Was-Revelations-The Remix Compilation (One Little Independent Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

In un mondo che gira al contrario, in cui tutti, ma proprio tutti, si sentono in diritto di dire la propria anche su cose di cui non sanno una beata cippa, a volte sento la necessità di un “sano isolamento domiciliare”, con la musica come unica arma di distrazione dalle miserie umane: ed è così che mi capita tra le mani una bizzarra cartella stampa di una raccolta di brani remixati di una band mai sentita, i Crass. Perchè bizzarra? perchè una compilation di quaranta brani, sì avete capito bene, quaranta brani, non l’avevo ancora vista. Comincio ad ascoltare distrattamente e resto subito folgorata, cerco spasmodicamente su wikipedia e scopro che si tratta di un collettivo punk anarchico, nato nel ’77 nell’Essex, famoso per aver coniato lo slogan “DIY” (Do it Yourself). Un gruppetto bello corposo, originariamente formato da nove membri (due chitarristi, tre cantanti, un bassista, un batterista, una disegnatrice grafica e un ingegnere delle luci), tutti viventi all’epoca in una comunità. Mea culpa non averli incrociati prima, anche se per ovvi motivi anagrafici, essendo stati pionieri del genere anarcopunk, e tra i primi a scrivere canzoni contro fascismo, razzismo, sessismo, guerre e sfruttamento, temi, ahimè, ancora attuali. Musica di protesta, ma anche fortemente propositiva, oltre i semplici proclami, fini a se stessi, di gruppi come i Sex Pistols; anarchia non per seguire la moda del momento, ma come vero e proprio modus vivendi.

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Plug Out Head – Apocalyptic Dream (Autoproduzione, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

I Plug Out Head nascono come punkrock band nel 2013 a Reggio Calabria, iniziano fin da subito a produrre inediti, entrando in studio nello stesso anno al Saan Record Studioreg per pubblicare il primo singolo, Can Not Get Enough. Nel luglio del 2014 partecipano al contest PostePay Rock di Roma che dà loro la possibilità di esibirsi all’Ippodromo delle Capannelle in apertura ai Placebo. Quello stesso giorno esce il secondo singolo, Take My Hand. A settembre partecipano, sempre a Roma, al Reset Rock Festival per la prima edizione del Green Day Fest, il raduno nazionale dei fans dei Green Day. Nel 2015 si chiudono in studio di registrazione a Verona per l’etichetta Kreative Clan e il primo album vede la luce il 13 maggio 2016, con il titolo di Milkshake, un lavoro in cui si sente forte l’influenza di gruppi come Offspring, Ramones, The Clash e Sex Pistols. Tra i brani spicca subito il singolo My Grandma is a Punk Rocker, accompagnato da un videoclip prodotto da Officine Alpha. Parte poi un tour promozionale che tocca gran parte della penisola. A distanza di quattro anni sono tornati in studio per realizzare nuovi pezzi, dopo l’esperienza solista di Luframilia di cui vi avevo parlato qualche mese fa, ed ecco che il 3 settembre è stato pubblicato il nuovo lavoro, prodotto e masterizzato da Alessio LeX Mauro, sotto forma di EP, dal titolo Apocalyptic Dream, in linea con il periodo travagliato che abbiamo vissuto.

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The Prats – Prats Way Up High (One Little Independent Records/Audioglobe, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Alzi la mano chi tra voi ricorda il nome The Prats. Pressocchè sconosciuti all’estero, ma tra le band punk più promettenti di Edinburgo tra il 1977 e il 1981, tanto da attirare l’attenzione di John Peel, il leggendario speaker della BBC, stanno per pubblicare il prossimo 13 novembre una compilation in vinile con inediti e brani rivisitati dal titolo Prats Way Up High.
Un gruppo nato tra i banchi di scuola, come spesso accadeva a quei tempi e come si può capire dalla voce, composto da Paul McLughlin alla voce e chitarra, Dave Maguire alla batteria, Greg Maguire alla chitarra, Jeff Maguire al basso, Tom Robinson al basso e Elspeth Mcleod alla chitarra. Ascoltando su Soundcloud i brani si riscopre il piacere delle registrazioni in analogico dell’epoca, forse non perfette come quelle attuali, ma che restituiscono una dimensione umana alla musica: sembra quasi di entrare nella macchina del tempo e di essere catapultati nell’Inghilterra di fine anni ’70, tra disordini sociali e crisi economica. Un periodo sicuramente burrascoso, che tuttavia diede il via ad un fermento artistico senza pari: si suonava praticamente ovunque, nei garages, nelle vecchie stazioni abbandonate e nei locali underground delle grandi metropoli; un’intera generazione di ragazzi si risvegliava dal torpore per mettere a ferro e fuoco un’isola con testi irriverenti e ritmi ossessivi, fatti di note dissonanti e semplici accordi.


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Sex Pistols – Too Fast To Live Too Young To Die

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Articolo e illustrazione di Mauro Savino

Alla fine del concerto di San Francisco del ‘78, Johnny Rotten dei Sex Pistols disse: “Avete mai avuto l’impressione di essere stati imbrogliati?”.

Era la fine di un’avventura, che, per quanto burrascosa, era quella che aveva fornito a quattro disagiati la possibilità di riscattarsi raccontando se stessi. Si trattava di ventenni in rotta contro ciò che li aveva oppressi tutta la vita, una società che non capivano e che non li capiva, che alimentava l’individualismo ma dimenticava i problemi dell’individuo, che non era più in grado di promettere. A volte si parla del Punk come di una rivoluzione nel mondo della musica. Se lo fu durò poco e diede il la a ciò che sarebbe venuto dopo. Ma in sé si trattò di un grido disperato, che sostituì il dolore riflesso e accumulato con l’urlo liberatorio, che visse per il momento e proclamò la distruzione dell’esistente in toto.
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