L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Credo siamo tutti unanimamente d’accordo nell’attribuire ad Amy Winehouse la giusta importanza nell’aver rinvigorito generi che sembravano ormai dimenticati dal grande pubblico, come il jazz e lo ska. Forse uno dei talenti più brillanti del nuovo millennio, con una voce completamente diversa da quella delle colleghe, un look e uno stile di vita unici, per certi versi più vicini al rock e al punk che al jazz a lei tanto caro: non è un caso che avesse messo le radici a Camden, il quartiere più colorato e artisticamente più vivace di Londra, già quartier generale nei decenni precedenti di band come Sex Pistols e The Clash. Ed è proprio con le immagini di Camden che si apre il concerto di The Amy Winehouse Band ai Magazzini Generali di Milano, il locale giusto per ricreare l’atmosfera dei piccoli pub inglesi dove Amy amava esibirsi. Mi fa un po’ strano andare a vedere la sua band senza di lei, mi chiedo anche se sia giusto continuare dopo aver perso un personaggio così iconico, tante band lo hanno fatto con successo, penso agli Ac/Dc dopo Bon Scott, a The Queen dopo Freddie Mercury, altre invece hanno deciso di chiuderla là, The Cranberries ad esempio, e non so quale sia effettivamente la scelta giusta, ma forse il miglior modo per rendere omaggio ad un grande artista è proprio quello di far sopravvivere la sua arte in modo che anche le generazioni successive possano goderne. Certo non oso immaginare la pressione che debba avere sulle spalle chi la sostituisce sul palco, i paragoni non sono mai piacevoli, ma anche quelli fanno parte del gioco, e così sono andata a vederli senza pregiudizi e senza troppe aspettative e il risultato è stata una bellissima serata di musica.

Inizio del concerto alle ore 21.00 con la sala che si riempie negli ultimi minuti, tanti i ragazzi che, vent’anni fa, quando esplose il fenomeno Winehouse, non erano neppure nati, qualche fanciulla pure agghindata in stile Amy, con il classico fiocco sulla testa, esattamente come la cantante che ne ha preso le veci, Bronte Shande, vestita un pò anni ’50, con dei bei tatuaggi sulle braccia e delle scarpe rosse che saltano subito all’occhio. Voce simile a quella di Amy, forse un po’ meno rauca, più squillante, ma ugualmente potente nell’arrivare dritta al cuore, una bella presenza scenica, tanto che sembra non temere il confronto con chi l’ha preceduta. Alle sue spalle il direttore e bassista Dale Davis, amico intimo di Amy, che resta in penombra per tutto il concerto, salvo poi farsi avanti nel finale per i ringraziamenti di rito: per tutto lo show infatti saranno le sue mani a parlare per lui, scivolando veloci sulle corde dell’inseparabile Fender.

Alla sua destra la chitarra di Hawie Gondwe e la sezione fiati (sassofono e tromba), onnipresente e con un ruolo in primo piano nelle canzoni, a sinistra la tastiera e, relegata in fondo, ma con un suono bello potente, la batteria.

La serata si fa subito calda non appena si comincia a ripercorrere le tappe di quella che è stata una straordinaria, seppur breve, carriera di una delle più grandi voci femminili britanniche: ad uno a uno vengono riproposti i brani che scalarono le classifiche di mezzo mondo nei primi anni duemila, da Back To Black a Tears Dry on Their Own, da Love Is a Losing Game, la mia preferita, a Our Day Will Come, da Valerie a Monkey Man, da Rehab a Me & Mr. Jones. Alla fine saranno ben ventidue le tracce proposte senza neanche una pausa, fatta eccezione per una di pochi secondi prima del bis finale. Bella l’atmosfera, con Bronte che tiene benissimo il palco, come se le canzoni fossero state cucite ad hoc sulla sua pelle, nessuna esitazione, nessun timore reverenziale, solo una grande energia e un’emozione positiva che traspariva dalla luce nei suoi occhi.

Incredibile anche la partecipazione del pubblico, scatenatissimo sulle note di Monkey Man e di Valerie, con i testi cantati a menadito, nonostante, ripeto, molti di loro non fossero neanche in viaggio con la cicogna ai tempi della Winehouse, questo può significare solo due cose: 1) che la bella musica sopravvive a tutto, anche alla scomparsa del proprio interprete, per quanto possa essere triste, 2) che in Italia, contrariamente a quello che si può pensare da una lettura superficiale delle classifiche e delle vendite, esiste una cultura musicale che supera le barriere del mainstream e porta alla scoperta e alla riscoperta di generi e artisti passati o, semplicemente, alternativi alla corrente dominante, lo dimostra l’esistenza stessa e il successo di una manifestazione come JazzMi. Scoccano le 22.40, le luci in sala si riaccendono e ordinatamente ce ne usciamo dal locale con la sensazione di aver partecipato ad una festa invece che ad un tributo per un’amica che non c’è più.


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