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Giorgio Canali & Rossofuoco – Venti (La Tempesta Dischi, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

I mostri della ragione generano il sonno”.

Se avete seguito Giorgio Canali sui social da Marzo ad oggi non vi stupirete di certo del contenuto di questo nuovo disco Venti (di nome e di fatto) uscito il 4 dicembre per La Tempesta Dischi. Nulla da dire, la coerenza non è certo quel che gli manca e, a sessant’anni suonati, è un bel pregio. Se in passato i suoi album non nascevano “come fiori sugli alberi” ma solo quando lui aveva qualcosa che valesse la pena esternare, oggi una pandemia mondiale, a soli due anni dalle sue Undici canzoni di merda, ha fatto tornare il vecchio immortale a bestemmiarci nelle orecchie la sua incazzatura senza sconti per nessuno, come nel suo immancabile stile.
Volevo partire con un approccio estremamente critico, visto che lo seguo da una vita intera, prima nelle chitarre disturbate dei C.S.I. e poi nella sua famiglia Rossofuoco. Ma, sebbene quell’anarchico saccente spesso non trovi la mia condivisione nelle sue esternazioni estreme ed anche un po’ fuori moda, devo arrendermi alla sua innegabile perfezione artistica. Ma chi te lo sforna un disco di venti pezzi senza (quasi) annoiarti oggi? Dai avanti… fatevi sotto e ditemi un nome. Nonostante sia piacevolmente eterogeneo, non mancano di certo “liaisons” con brani di precedenti produzioni, Morire perché mi sembra un pezzo “scartato” dal penultimo album, Acomepidì è una “Solita tempesta” cantata senza Angela Baraldi, Cartoline Nere è una perla che sembra una b-side delle Undici Canzoni di merda; così come ci sono i sequel Dodici e Come quando non piove più

ph. Nicola Montanari

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The Zen Circus – L’ultima casa accogliente (Polydor/Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Ogni volta che ascolto un nuovo disco, soprattutto italiano, mi immergo a pensare a come renderà dal vivo, poi mi ricordo del periodo storico in cui viviamo e mestamente mi ridirigo sui binari della realtà e provo a concentrarmi su questi nuovi meccanismi. La promo oggi non può di certo essere lo showcase, gli album escono in punta di piedi dai social, dove scopro da un post che introduce il singolo Appesi alla Luna che un nuovo lavoro degli Zen sta uscendo, mentre imperversano gli ascolti su Spotify o Amazon Music. E intanto che cerco consolazione perché non so quando potrò di nuovo sudare in mezzo alla folla di un live, la trovo commuovendomi mentre la voce di Andrea Appino mi grida nelle orecchie un po’ di rabbia, un po’ di chirurgica analisi della realtà, un po’ di ricordi di fanciullezza e di illusioni di libertà a cui siamo ancora immancabilmente aggrappati.
Non sono mai stata una fan estrema del Circo Zen, sebbene io li abbia sempre apprezzati e seguiti, quanto una grande estimatrice del cantautore Appino, il grande paroliere, il ragazzo dal sorriso ammaliante e dall’accento squisitamente e odiosamente toscano, dalla voce inconfondibile che mi procura sempre una stretta al cuore ed un brivido lungo la schiena non appena le mie orecchie ne percepiscono il timbro.

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Marilyn Manson – We Are Chaos (Loma Vista Recordings, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Un personaggio come Marilyn Manson, che ha costruito la sua immagine a metà tra satanismo e rockschock, non poteva che scegliere una data nefasta, come quella del 11 settembre, per l’uscita del suo undicesimo album in studio. We Are Chaos (un titolo, un programma!) è l’ultima fatica del Reverendo, pubblicata da Loma Vista Recordings e distribuita da Universal, che vede alla regia Shooter Jennings, produttore con un bel Grammy Awards nel curriculum, conosciuto sul set di Sons of Anarchy. Dieci tracce in tutto, con una copertina dipinta dallo stesso Manson durante i mesi del lockdown, annunciato dall’ autore come un concept album, un tentativo di domare la pazzia e i deliri che da sempre guidano la sua mano nella scrittura dei testi.

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Emma Nolde: A volte la coerenza è una virtù sopravvalutata

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Accade sempre più raramente, forse per l’eccessiva ricchezza di impulsi e la nostra sempre più cronica distrazione, ma continuo a pensare che il modo migliore per scoprire un nuovo artista sia quello di sentirlo dal vivo. Mi è successo pochi giorni fa con Emma Nolde: un nome che nei circuiti specializzati gira da parecchio (la partecipazione, tra le altre cose, al Mi Ami TVB è stata di per sé una certificazione di garanzia), due singoli usciti durante l’estate che però, tra una cosa e l’altra, mi ero dimenticato di ascoltare. Me ne sono ricordato il 27 agosto, quando sono andato a sentire Francesca Michielin nell’ambito di una delle serate di “Cuori impavidi”, la rassegna concertistica messa coraggiosamente in piedi da Carlo Pastori e dal team del Mi Ami, di fatto l’unica occasione, a parte Parco Tittoni, Mare Culturale Urbano e qualche sporadica data qua e là, di ascoltare musica dal vivo a Milano durante questa estate interlocutoria. Emma Nolde (che vive a San Miniato ma di fatto è cresciuta ad Empoli) si è presentata sul palco subito dopo il pregevolissimo set di Hån (spendiamo due parole anche per questa ragazza e per il suo ultimo Ep ”Gradients”, uscito a luglio; magari non originalissimo ma di pregevole fattura, certificazione indubbia di un talento cristallino, anche se forse sul palco c’è qualche cosa da aggiustare), in compagnia di Renato d’Amico e Andrea Pachetti, amici e collaboratori di lunga data, fondamentali anche per gli arrangiamenti e la produzione dei pezzi. Ha aperto con “Nero ardesia”, uno dei due singoli già usciti e che non avevo ascoltato, e non ci è voluto altro per conquistarmi. Capacità di scrittura, voce, personalità, impatto: questa ragazza possiede tutto questo e fa impressione perché ha solo vent’anni e le canzoni che compongono il suo disco d’esordio le ha scritte tutte durante l’adolescenza. Ci sono voluti cinque anni di lavoro, subito dopo la decisione di passare dal cantato in inglese a quello in italiano, ma alla fine le canzoni selezionate, otto in tutto, hanno trovato il loro vestito migliore e anche grazie alla sapiente cura di Renato e Andrea, brillano di luce propria, mettendo a nudo un’artista dalla maturità sorprendente, che sa perfettamente cosa vuole fare e che non sembra troppo preoccupata dalla quantità di influenze che ha disseminato nel disco, caratteristica che si avrebbe la tentazione di bollare come mancanza di sicurezza. La incontro a Milano, nella sede di Universal, che pubblica “Toccaterra” assieme a Woodworm, durante una giornata interamente dedicata alle interviste promozionali. Chiacchierata molto interessante, che, come vedrete, ha offerto parecchi spunti che sarebbero stati meritevoli di approfondimento. Anche questo non è un dato da poco: è verissimo che un artista debba innanzitutto sapere esprimersi attraverso la propria arte, ma se si trova qualcuno che è anche in grado di riflettere e di mettere a fuoco ciò che fa, tanto meglio!

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Massimo Zamboni – La macchia mongolica (Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Sono passati quasi quarant’anni dalla Berlino che fece incontrare  Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, i due padri del punk rock italiano che formarono gli indimenticabili C.C.C.P. dalle cui ceneri nacquero i C.S.I. E’ in questo periodo che i due intraprendono un viaggio in Mongolia attraverso la Transiberiana, un viaggio che lascerà un segno profondo soprattutto in Massimo e dal quale verrà alla luce un capolavoro della musica italiana, Tabula Rasa Elettrificata. Ma non sarà l’unico frutto di questa esperienza forte e trascendentale. Vent’anni dopo, Zamboni sente il richiamo di questa terra che oramai gli appartiene e intraprende un nuovo pellegrinaggio con la moglie; poco dopo, sarà concepita la loro figlia Caterina che verrà al mondo con una macchia inconfondibile, la cosiddetta “macchia mongolica”, un livido che contraddistingue la maggior parte dei bambini dell’Asia, destinato a dissolversi negli anni. Così il senso di appartenenza e la voglia di tornare all’origine si impossessa anche di Caterina e la famiglia si riunirà per recarsi nuovamente in questa terra ormai diventata casa; stavolta il viaggio farà nascere le 13 tracce di questa Macchia Mongolica.

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M¥ss Keta – Paprika (Island/Universal, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Venerdì 29 Marzo è uscito Paprika, il nuovo disco di M¥ss Keta. Prima di parlare del disco in sè ci tengo a sottolineare che per lei e tutto il suo progetto stra vedo. Mi ha conquistato inizialmente con In gabbia (anche grazie alla citazione alla mia Busto Arsizio) per poi riconfermarsi in tutti i progetti successivi, che alla fine la hanno portata a Una Vita In Capslock, ovvero la ciliegina sulla torta. Ammetto che le aspettative riguardanti questo disco non erano altissime, dopo quello precedente era veramente difficile riconfermarsi. Inoltre quando ho visto la tracklist, con moltissimi featuring, i quali potevano fate felici un po’ tutti (Guè Pequeno, Gabry Ponte, Mahmood…) non ero convintissimo.

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Carmen Consoli – Eco di sirene (Narciso records/Universal music, 2018)

Articolo di Stefania D’Egidio

Dal 13 aprile è in vendita l’album di Carmen Consoli “Eco di sirene” per Narciso Records/Universal Music, in doppio cd, doppio vinile e in formato elettronico con un totale di 22 canzoni in versione acustica, con gli stessi arrangiamenti da orchestra che la Cantantessa ha portato in tour nei teatri italiani ed esteri nel corso dell’anno passato insieme a Emilia Belfiore al violino e Claudia Della Gatta al violoncello.

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Selton – Manifesto tropicale (Universal, 2017)

Una saudade milanese – articolo di Giacomo Starace

Nella scena pop milanese c’è una band che è giunta nel capoluogo lombardo con una valigia piena di storie. I Selton portano con sé ogni chilometro percorso, dal Brasile a Milano, passando per Barcellona. Per una volta il pop non è relegato a genere commerciale, ma serve a raccontare storie e volti, sensazioni ed esperienze. 
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Ex-Otago – I tapullatori del pop, da Marassi ai palchi di tutta Italia

Articolo di Giacomo Starace

Studi Universal, una conferenza stampa che si trasforma in una chiacchierata distesa fra una battuta e l’altra: i protagonisti sono loro, gli Ex-Otago, direttamente da Genova con un disco bellissimo, Marassi, che sono riusciti a rendere ancora più bello grazie a collaborazioni inaspettate (da Finardi a Caparezza e Levante). Rigiro fra le mani questo doppio cd su cui campeggia una fotografia di Genova in notturna, con una zona scura, più o meno corrispondente al loro quartiere, che dà il titolo all’album.
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