R E C E N S I O N E


Recensione di Elena Colombo

Crudo, caotico, vero. Queste tre parole ben riassumono Virgin, il nuovo album della cantante neozelandese Lorde, pubblicato il 27 giugno dall’etichetta discografica Universal Music New Zealand. Suoni elettronici e sintetizzatori, ritmi incalzanti, e la voce pulita di Lorde, mai così sincera, come se avesse scavato dentro di sé con le unghie e con i denti per scoprirsi, e questo ne fosse il risultato. Dopo quattro anni da Solar Power, Lorde è tornata con un disco più intimo, ma anche più doloroso: un album su cui vale la pena soffermarsi a leggere tutte le lyrics, e che ogni volta regala un’interpretazione nuova.

La crudezza dell’album è evidente già dal primo brano: Hammer, ovvero martello, che comincia con un suono penetrante e disturbante, seguito dalla delicata voce di Lorde, quasi parlata, che presto si trasforma in un canto in cui esprime il proprio caos interiore. Il riferimento al martello ha anche una matrice sessuale, un altro dei temi cardine di questo album. Una sessualità che da un lato è molto materiale, e che riguarda sia l’incrocio dei corpi sia le sue conseguenze, come in Clearblue, che esplora i rischi del sesso non protetto con un linguaggio diretto, fatto di voci e vocoder. Insomma, il titolo Virgin non si riferisce certo all’innocenza sessuale, quanto più, credo io, alla purezza e alla schiettezza delle parole scelte.

Nessuna canzone è monotematica: in ognuna Lorde esplora una diversa parte di sé, ma sono tutte intrecciate. Ed è per questo che non seguirò un preciso ordine in questa recensione. Partirei da Favourite Daughter, la canzone che – ha scritto la cantante in un post su Instagram – è stata la più difficile da scrivere, da produrre e da cantare. Qui Lorde ricorda le sue sofferenze adolescenziali, il suo desiderio di essere amata dai genitori, e i suoi tentativi di diventare la “figlia preferita”, con un tono che ha ancora il sapore pop dell’album precedente.

Un altro tema chiave di Virgin è l’identità di genere. Iconici i versi “Some days I’m a woman, some days I’m a man” (alcuni giorni sono una donna, altri giorni sono un uomo) della già citata Hammer: Lorde non si definisce in modo esplicito, ma a modo suo sfida il binarismo di genere. Tema comune anche a Man of the year: come si evince anche dal videoclip su Youtube, in cui Lorde si spoglia e si copre i capezzoli con dello scotch, l’“uomo dell’anno” di cui parla nella canzone non è altro che lei stessa. E capisce di esserlo dopo un percorso doloroso, in cui si chiede da chi potrà mai essere amata (“Who’s gon’ love me like this? Oh-oh, oh, who could get me like this?”).

Parla invece di una donna GRWM, senza dubbio la mia traccia preferita, almeno per quanto riguarda il significato. Il titolo ricorda l’acronimo “Get Ready With Me”, utilizzato dalle influencer che fanno video e dirette sui social mentre si preparano a uscire. E in effetti, nella breve clip Spotify Lorde sta proprio indossando degli orecchini, dopo la doccia. Ma in questo caso, GRWM sta per “Grown Woman”. Il brano esplora infatti l’identità personale della cantante, e più che la sua femminilità, la sua crescita da ragazza a donna, avvenuta anche passando attraverso momenti dolorosi. Va infatti ricordato che Lorde ha concluso nel 2023 una lunga relazione con Justin Warren, produttore musicale di 17 anni più grande di lei. Il brano inizia con un’immagine delicata eppure potente: “Soap. Washing him off my chest. Keeping it light not overthinking it”. È come se si stesse sciacquando via le relazioni passate, ma sa che sta comunque portando con sé il “trauma di sua madre” e che forse quello che vuole è solo essere una “donna matura” in una T-shirt giovanile, la stessa che spesso indossa live ultimamente.

If she could see me now è un altro brano dove ripercorre la sofferenza che ha passato e che l’ha resa la donna che è ora. Curioso è l’inizio, quando canta “Got me lifted feeling so gifted”: la tonalità mi ha ricordato qualcosa, e cercando l’ho trovata. Il riferimento è infatti a un passaggio di Suga Suga di Baby Bash: ascoltate per credere. A parte questa chicca ironica che mi ha entusiasmata cogliere, il brano ha un tono mesto e dolente. Lorde canta infatti “In the gym, I’m exorcising”, che inizialmente mi era parso un errore nelle lyrics (il verbo corretto sarebbe exercising, esercitarsi), ma che in realtà, come si nota nella strofa successiva che fa riferimento ai suoi demoni, è un voluto gioco di parole (esorcizzare).

Grande eco mediatica ha avuto What Was That, in cui torna l’esplorazione del passato, forse anche perché stiamo parlando di una ragazza diventata famosa quand’era teenager, e che ora, a 28 anni, deve rielaborare delle emozioni a lungo represse. E lo fa magistralmente in questo brano, in cui ripercorre le sofferenze della sua vecchia relazione, esprimendole non solo cantando, ma anche correndo, andando in bicicletta, esplorando condotti sotterranei tra le strade di New York, come fa nel video musicale pubblicato in anteprima.

Il tema dell’identità diventa centrale in Shapeshifter, letteralmente “mutaforma”: il brano inizia con una voce quasi parlata, che piano piano si fa canto delicato. Il focus è di nuovo sulle relazioni. Lorde si chiede perché non riesce a fermarsi dal desiderare qualcuno, anche se non è più toccata dagli altri, a cui “non dà nulla di personale”. Segue un elenco di tutto ciò che lei si sente di essere stata: ghiaccio, fuoco, premio, catena… La lista continua finché non raggiunge la climax: ciò che oggi la cantante vuole fare davvero non è altro che cadere. Le parole sono potenti e introspettive, mentre violoncelli e archi fanno il resto: avrete le lacrime agli occhi alla fine di questa canzone.

In Current Affairs torna ancora sulla sessualità e le relazioni, citando anche (e quindi ammettendo di aver visto) i video intimi della coppia composta da Tommy Lee and Pamela Anderson del 1995, rubati e diffusi senza il loro consenso. Quest’ammissione non ha risparmiato a Lorde alcune critiche.

L’ultima canzone, ma che è stata la prima a essere scritta, è David, brano dalla sonorità delicata, quasi estranea al resto del disco. Eppure le parole sono taglienti, e si concludono con un grido liberatorio: “I don’t belong to anyone”, non appartengo a nessuno. In questo senso, assomiglia a Broken Glass, che pur iniziando con un tono piacevole e ritmato, quasi giocoso, presto si trasforma, fino a toccare il doloroso tema dei disturbi alimentari. L’inno di rabbia culmina nel desiderio di rompere uno specchio: una forma per non vedersi, o forse anche per vendicarsi. Un altro modo con cui Lorde esplora sé stessa in questo album è proprio il suo corpo, peraltro messo a nudo nella stessa copertina, che raffigura una radiografia a raggi X del suo bacino, nella quale si intravede, oltre a una cerniera e a quella che sembra essere la fibbia di una cintura, una spirale anticoncezionale. Un dettaglio piccolo, privato, ora copertina di un disco venduto a livello mondiale.

Penso che questo particolare renda perfettamente lo spirito di quest’album: un viaggio nell’interiorità di Lorde, fatto di ricerca dell’identità, esplorazione del proprio passato, dei propri comportamenti e relazioni concluse. Un ritratto di una personalità sfaccettata, ma in cui forse, proprio per la sua ricchezza e complessità, tutti e tutte noi possiamo riconoscerci almeno un poco. E per scoprirlo, non resta che ascoltare. Consiglio in cuffia.

Tracklist:
01. Hammer (3:13)
02. What Was That (3:29)
03. Shapeshifter (4:17)
04. Man Of The Year (3:00)
05. Favourite Daughter (3:28)
06. Current Affairs (3:18)
07. Clearblue (1:57)
08. GRWM (2:35)
09. Broken Glass (3:14)
10. If She Could See Me Now (2:56)
11. David (3:24)

Photo ©️Thistle Brown



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