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Rachele Bastreghi – Psychodonna (Warner Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Elena Di Tommaso

Chi (si) cerca, (si) trova.

Psychodonna è l’album di esordio solista di Rachele Bastreghi, cantautrice e componente dei Baustelle che, in maniera del tutto trasparente e attraverso un viaggio di esplorazione e scoperta di sé, mette a nudo la sua fragilità e la sua forza, la dolcezza e la scontrosità, gli amori e i turbamenti. Cerca un equilibrio senza rinunciare ad essere tutto e il contrario di tutto, tra le infinite sfaccettature dell’universo femminile. Senza rinunciare cioè ad essere sé stessa.
L’album è il frutto di un lavoro intimo durato due anni, fatto di istinto e introspezione insieme, nella quiete notturna della sua stanza. È nel buio della notte, lontano dal frastuono e dal caos del giorno, che la cantautrice senese si prende il suo tempo per guardarsi e analizzarsi, scoprendo – non senza fatica – l’io più intimo e accettandolo nella sua imperfezione, con il coraggio poi di liberarsi e uscire allo scoperto.

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Neil Young – Young Shakespeare (Reprise Records/Warner Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con una curiosa e maliziosa combinazione di nomi tra Young e Shakespeare – a cui è dedicato il teatro di Stratford nel Connecticut – Neil “Cavallo Pazzo” pubblica quest’anno un concerto dal vivo qui registrato nel lontano 1971 ambiziosamente intitolato, appunto, Young Shakespeare. Non sono certo che ci sia davvero un limite a separare l’autoironia dal naturale narcisismo dell’autore. Di sicuro c’è la scelta storica dei brani inseriti in questo album, selezione in grado di provocare ai più un brivido nostalgico e qualche lacrima di commozione. Neil Young è sul palco da solo, con la chitarra e con il piano, e sgrana il suo rosario di brani indimenticabili, quelli che abbiamo tutti ascoltato e riascoltato in quegli anni lontani. Il pubblico è partecipe, applaude ma resta silenzioso tra un pezzo e l’altro, in un rispetto quasi religioso davanti ad una fonte d’ispirazione musicale come poche volte si è potuto ascoltare nella storia della musica rock. Qualche parola di introduzione tra le diverse tracce e poi è solo la musica che parla alla platea. A quel tempo Young ha appena ventisei anni e dopo l’esperienza con i Buffalo Springfield e la fortunata combinazione con Crosby, Stills & Nash, è giunto al suo terzo disco da solista, quell’After the gold rush che gli regalerà una memoria imperitura. È a un passo dal far uscire Harvest – pubblicato l’anno dopo – e di questo prossimo album anticiperà, nel concerto di Statford, ben quattro anteprime e cioè The needle and the damage done, Old man, A man needs a maid e Heart of gold. Young appare in splendida forma, canta in sicurezza con quella sua tipica voce un po’ miagolante però così espressiva e inconfondibile.

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Fabrizio Bosso Quartet – WE4 (Flyin’ Spark / Warner Music, 2020)

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Recensione di Aldo Pedron

Fabrizio Bosso, torinese, classe 1973, è considerato e consacrato già dall’inizio del nuovo millennio come uno dei migliori trombettisti in assoluto sulla scena grazie alle sue innumerevoli partecipazioni in formazioni di prestigio a festival nazionali ed internazionali. Fabrizio Bosso è un predestinato, diplomatosi al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino nel 1989, parallelamente aveva già frequentato l’ambiente del jazz (soprattutto per big band e orchestra) grazie alle esperienze del padre trombettista. Ancora giovanissimo mostrava quei tratti distintivi che avrebbe poi maturato negli anni a venire: attacchi brucianti, fraseggio nitido e articolato, sapienti pause sui tempi medi e lenti, ampia gamma di sfumature timbriche e solida conoscenza della tradizione, con predilezione per il linguaggio dei grandi dell’hard bop, Clifford Brown in primis. Al tempo stesso nel corso degli anni si è cimentato in contesti più desueti, come testimoniano il trio con Alberto Marsico all’organo oppure in duo o in quartetto e tutto ciò a dimostrazione della sua indubbia flessibilità e versatilità.

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Cristiano Godano – Mi ero perso il cuore (Ala Bianca/Warner Music, 2020)

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Articolo di Cinzia D’Agostino

Dopo una lunghissima carriera nei Marlene Kuntz, Cristiano Godano sente il bisogno di abbandonarsi ad una parentesi solista, un po’ come chiudersi in una stanza privata dove smontare pezzo per pezzo il proprio io, osservandone ogni aspetto per poi ricomporsi secondo canoni più slegati e trasparenti. Già durante il lockdown, seguendo le dirette facebook, avevo notato un cambiamento in lui, più voglia di esprimersi, di comunicare col suo pubblico con animo sincero. Probabilmente la grande ammirazione che il musicista e compositore piemontese nutre per il grande Nick Cave gli è stata di ispirazione nel suo rapporto con i fan, o forse più semplicemente ha intrapreso un percorso interiore molto sofferto che lo ha portato ad una nuova consapevolezza. Ricordavo Cristiano come un personaggio dall’apparenza “costruita”, il modo di proporsi trasmetteva la cognizione della sua straordinaria cultura e conoscenza quasi intimidendoti, contribuendo inconsapevolmente a porlo, insieme a Manuel Agnelli, tra i personaggi inscalfibili della scena detta “indipendente” italiana.

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Naomi Berrill – Suite Dreams (Warner Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Ho una vecchia fiamma nel cuore. È un amore che mai si è sopito e che, come un fiume carsico, scompare sotto terra e qualche volta riemerge in superficie, si tratta dell’amore per l’Irish Music in tutte le sue declinazioni, dalle composizioni liriche alla musica da “Pub”, dai cori da stadio all’Amhrán na bhFiann, (“La canzone del soldato”, inno nazionale irlandese). Il motivo è piuttosto semplice: la musica irlandese è malinconica ed interiore e lo è anche nelle sue manifestazioni gioiose. Era difficile quindi resistere alla tentazione di commentare Suite Dreams, terzo album di Naomi Berrill, polistrumentista e vocalist di grande raffinatezza, irlandese di Galway ma stabilitasi a Firenze, anche se, a rigore l’album, realizzato in collaborazione con Casa Musicale Sonzogno di Milano e pubblicato da Warner Music, non contiene solo sonorità irlandesi.

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Fast Animals and Slow Kids – Animali Notturni (Warner Music, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Tamburino

Fermatevi tutti un attimo.
Mettetevi sul divano, fate sedere con voi la persona che amate (o anche solo il pensiero di lei). Fate un respiro profondo, premete play e chiudete gli occhi.
È così che sarete pronti a dare il benvenuto al ritorno dei Fast Animals and Slow Kids e di Animali notturni, il loro quinto disco e primo ad uscire per la grande casa discografica Warner, uscito alla mezzanotte del 10 maggio.

Se avete già iniziato ad ascoltarlo avrete capito perché ci si raccomanda di non stare in piedi: l’inizio spiazza. Il distorsore è puntato poco sopra lo zero e sembra che i ragazzi siano intenzionati a lasciarlo così, sul punto di prevalere per mordere il freno un istante prima.

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Baustelle – L’amore e la violenza (Warner Music, 2017)

cover

Articolo di Eleonora Montesanti

In molti avevano l’impressione che i Baustelle – dopo un’opera imponente come Fantasma e la scelta di far uscire una raccolta live – non avessero più niente da dire. In realtà, facendo una riflessione sul percorso artistico del gruppo, viene da pensare che nella testa di Bianconi e soci era tutto calcolato. Per la serie: “Godetevi queste sonorità finché potete, perché noi siamo passati oltre e non ci importa che siate preparati.”
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