The Antlers – Familiars (Transgressive/Anti – 2014)

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Articolo di Giovanni Lepori

Quando un disco ci viene consigliato da un amico in piena crisi sentimentale e generazionale, solitamente potremmo trovarci di fronte a due ascolti completamente diversi tra loro: il primo si identifica con la tanto temuta lagna mielosa degna dei migliori esponenti neomelodici napoletani, mentre il secondo rientra in quella categoria “disco interessante, però…”.


L’album prescelto si chiama Familiars ed è l’ultimo prodotto della band americana The Antlers, in uscita ufficialmente in questi giorni per Transgressive Records.  Il disco è arrivato dopo un periodo di gestazione lungo circa un anno durante il quale il gruppo, guidato da Peter Silberman insieme a Michael Lerner alla batteria e Darby Cicci, tromba e tastiere, si è dedicato a sviluppare e ad arricchire le sonorità del promettente Hospice, album d’esordio della band rilasciato nel 2009.
Dall’impronta lo-fi e dream pop dell’album, si ha l’impressione che il trio abbia compiuto le registrazioni in una buia camera da letto, rischiarata da qualche luce suffusa: il risultato è un mix di emozioni cariche di atmosfere alla Bon Iver e ritmi dei Grizzly Bear.
Sin dal primo ascolto impariamo a conoscere il pattern comune che ritroveremo in tutte le canzoni di Familiars: i dolci bisbigli sommessi di Silberman vengono lentamente sviluppati in lunghi climax, grazie al lento incalzare dei fiati, per poi schiumare in una rabbia mai del tutto compiuta. Il migliore esempio di questa struttura ascendente è Palace, costruita dapprima dalla voce di Silberman, che viene progressivamente affiancato dal suono insistente del ride di Lerner e dagli arrangiamenti di corna e bassi di Cicci. Il culmine non è esattamente viscerale e ci si aspetta sempre un’esplosione che sfortunatamente non arriverà mai.
Il miglior cambio di ritmo nell’album si ha con Hotel, traccia caratterizzata da una vivacità prima inesplorata, risultata dal sapiente dialogo tra rullante e charleston supportato dai fiati delle migliori canzoni dei National e dalla chitarra leggermente distorta che ogni tanto fa capolino al termine della strofa.
Precedute da Director, canzone malinconica che sembra uscita dalla OST della serie Twin Peaks, Surrender e Refuge riconducono l’atmosfera dell’album al torpore iniziale, dimostrando l’intento della band di insistere sulla ridondanza dei temi esecutivi, senza mai prendere una direzione precisa. Sentimento che viene espresso anche dai testi di Silberman, pregni di un certo disagio di strada frutto di una continua insoddisfazione e una paranoia dilagante verso il passato.
Se siete fans dell’indie rock più malinconico e autoriflessivo allora inizierete a consumare questo album ascolto dopo ascolto, per altri invece potrebbe semplicemente risultare troppo inconsistente o statico. Ah, per quanto riguarda la situazione sentimentale del mio amico, vi posso confermare che non è migliorata significativamente, ha sempre troppa paura di prendere l’iniziativa e aspetterà fino a quando tutto sarà facile e perfetto: “so then we lie down in our field and just do nothing at all
and I’m getting ready for when everything is wonderful“ (Parade – Familiars).

Tracklist:

01.     Palace
02.     Doppelgänger
03.     Hotel
04.     Intruders
05.     Director
06.     Revisiter
07.     Parade
08.     Surrender
09.     Refuge

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