Be Forest – Magnolia, Milano. 18 febbraio 2015

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Articolo di Luca Franceschini, foto di Chiara Gambuto

La recente vittoria sanremese de Il Volo ha riportato sulla bocca dell’italiano medio il solito discorso trito e ritrito dell’artista nostrano che ha successo all’estero. Ma prima di dire che il solo modello che riusciamo ad esportare sia quello neo melodico del “pizza, spaghetti e mandolino” (posto che si sono visti più mandolini in mano alle varie indie folk band americane che a noi italiani, ma su questo mi sa che è meglio sorvolare), occorrerebbe guardarsi attorno con maggiore attenzione.
Perché l’Italia, all’estero, non è solo quella roba lì. Ben al di fuori delle luci della ribalta, ma comunque ben reali e consistenti, ci sono tutta una serie di band che, partendo dagli scantinati di piccole cittadine di provincia, stanno cominciando a farsi notare anche nel resto del mondo, persino in quell’America per anni così difficile da conquistare. Soviet Soviet, Brothers in Law e Be Forest, sono i primi tre nomi che vengono in mente. Gli ultimi due condividono anche un chitarrista ma tutti e tre hanno in comune la provenienza geografica: quella Pesaro la cui scena musicale è inversamente proporzionale alla considerazione che questa cittadina gode nella nostra penisola.
“È una piccola città ma c’è una grande scena”, lo hanno detto anche i Be Forest ai microfoni di KEXP-FM, la radio di Seattle che al momento è probabilmente il mezzo più importante che la musica rock cosiddetta “indie” o “alternativa” può disporre per far sentire la propria voce.

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Ci hanno suonato il mese scorso, i tre ragazzi marchigiani, all’interno di una serie di concerti statunitensi che non sono stati nemmeno i primi di una carriera che nonostante tutto è ancora agli inizi. È forse prematuro parlare di consacrazione ma intanto sono stati lì, in un luogo dove tutti i più grandi sono già passati.
Ma a chi scrive, dell’orgoglio nazionale frega poco: certo, è bello che siano italiani, ce ne potremmo vantare allegramente con quelli che ci dicono che abbiamo solo Albano&Romina però… però i Be Forest sono un gruppo straordinario, punto e basta.
Dopo due dischi meravigliosi come “Cold” (2011) e “Earthbeat” (2014), Costanza Delle Rose, Erica Terenzi e Nicola Lampredi hanno messo in piedi un progetto che, francamente, ci ha colpiti per la sua originalità: suonare tutti i brani del secondo lavoro in compagnia di un quartetto d’archi. Prima di sbuffare e di chiedere che cosa c’è di nuovo, lasciatemi finire: il rock e la musica sinfonica hanno alle spalle centinaia di collaborazioni e contaminazioni, è vero. Ma qui si sta parlando di Shoegaze, un genere che queste cose non le ha mai fatte, che ha sempre puntato sulla minimalità e che, se proprio ha voluto stratificare gli arrangiamenti, ha scelto piuttosto di intraprendere la strada dell’elettronica.
E invece ecco prendere forma il progetto Earthstrings: hanno contattato la bravissima Daniela Savoldi (Le Luci della Centrale Elettrica, Dente, Calibro 35, Muse), una delle poche musiciste di background classico che non ha problemi a destreggiarsi anche al di fuori degli spartiti, e le hanno chiesto di prendere in mano gli arrangiamenti delle varie canzoni. Poi le hanno affiancato due violini e una viola per completare la squadra e hanno iniziato a provare.

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Inizialmente previsto in un teatro di Pesaro, il concerto si è poi tenuto al Circolo Magnolia di Milano. E diciamo che questa è stata un po’ una pecca. Perché nonostante si tratti di una venue più che discreta, la commistione di strumenti elettrici e classici ha bisogno di una resa acustica superlativa che, per comprensibili ragioni, quella di un normale locale non potrebbe mai dare.
Nonostante i timori, alla fine non è andata poi così male: dopo che i compagni d’etichetta Welcome Back Sailors hanno scaldato a dovere l’atmosfera con il loro Electro Pop totalmente immerso negli anni ’80, i tre Be Forest hanno fatto il loro ingresso sul palco in sordina, da persone schive e tranquille quali sono.
Non c’è Lorenzo Badioli, che di solito li affianca dal vivo occupandosi dei Synth e dei vari effetti elettronici. Questa sera infatti, gli archi faranno la parte del leone, andandosi a prendere tutto ciò che su disco non era di competenza di chitarra, basso e batteria. Una profondità di suono che nella versione in studio era resa dall’elettronica, qui invece è fatta materializzare dagli strumenti sinfonici.
Il risultato però, non snatura per niente il sound della band: non solo perché la struttura melodica è rimasta identica, con le linee vocali e i temi chitarristici perfettamente riconoscibili, ma anche perché gli archi sono stati impiegati in modo molto intelligente e vario, non solo per tappeti ma anche con pizzicati e alternandosi sapientemente, in modo da creare uno spettro sonoro quanto più possibile personale per ogni singola canzone.

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Tutto questo ha fatto sì che le canzoni di “Earthbeat” non perdessero per niente la loro componente eterea e malinconica, conservando nello stesso tempo anche tutto il loro feeling oscuro.
Merito anche di una band che dal vivo è superlativa, perfettamente padrona del palco, con i tre componenti in totale simbiosi: la batteria di Erica, tre pezzi solamente, suonata in piedi con un forte accento tribale, la chitarra di Nicola, poche note ma sempre al posto giusto, con uno sguardo costante a Johnny Marr e a Bernard Sumner, e poi Costanza, il cui basso è ben più di un semplice accompagnamento, e la sua voce sussurrata e sognante, che qua e là si armonizza con quella di Erica.
Uno spettacolo magnetico a cui è letteralmente impossibile sottrarsi. E che dura poco, troppo poco. D’altronde il disco non è lungo, i brani sono solo nove e dopo una quarantina di minuti è già tutto finito. Tornano richiamati dagli applausi dei presenti ma non fanno quello che in cuor mio avevo osato sperare, vale a dire l’esecuzione integrale dell’esordio “Cold”. Sono state spese troppe energie per preparare “Earthstrings” e il tutto è stato talmente intenso che forse è anche giusto che non duri troppo. “Dust” e “Thrill” sono gli unici due pezzi del primo disco che vengono suonati, con l’atmosfera che si fa di colpo più dark, con lo spettro dei primi Cure a fare capolino di tanto in tanto.
È andata meglio del previsto, dunque. Anche se rimane un po’ di rammarico perché sono certo che in un edificio più adatto avremmo colto il lavoro del quartetto in tutta la sua profondità. Ma la classe di chi ha suonato non si discute. I Be Forest si confermano un gruppo superiore alla media e hanno tutti i requisiti per raggiungere traguardi ancora più prestigiosi.
Avrei la tentazione di dire che se fossero nati a New York o nell’Ohio sarebbero già esplosi da tempo ma sono buono e non lo dico, per questa volta…

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