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Articolo di Gianluca Porta

L’ultimo lavoro dei milanesi Younger and Better, Take Care, è un piccolo ritratto di cosa succede quando il muro sonoro dello shoegaze incontra ritmiche e mentalità postpunk, arrabbiate e drogate. Sono solo 4 tracce (un EP), che si ascoltano velocemente: poco meno di un quarto d’ora e le avete sentite tutte, però non è abbastanza. Non solo han fatto loro un genere difficile e strutturato, lo shoegaze, ma lo hanno unito a qualcosa ancora di più freddo e chirurgico, passando abilmente da una batteria che ricorda i Joy Division a una che tende a deriva più dance, tenendo la canzone unita e coesa. Tanto di cappello.
Il primo brano, omonimo, è quello che – credo – succederebbe se gli Slowdive alzassero il distorto dei loro amplificatori e diventassero tutto ad un tratto dei ventenni inglesi davvero davvero arrabbiati. Le chitarre si inseguono l’un con l’altra, la batteria è un incalzare incessante, a tratti esplosivo, il basso è così violento che sembra sia preso a pugni, e ogni nota è un martellata che porta avanti tutto il brano.
La traccia successiva, Await, apre un’altro mondo: il muro sonoro non è più prerogativa delle chitarre ma viene fatto dai sintetizzatori e da una batteria sempre più pressante. L’impressione è come di una festa fermata a metà da qualcuno, e allora si decide di fare ancora più casino, e di sfogare la voglia di scatenarsi sulle pelli della batteria. Impossibile non farsi catturare dal ritmo e trovarsi a muovere la testa a tempo.
Dinocore, la canzone successiva, accentua quest’elemento dance. Si sentono dei ricordi dei primi Arctic Monkeys nel modo di cantare e in alcuni riff della chitarra, ma impostati su una sezione ritmica in grado di far scatenare chiunque. La sensazione che ne esce è quella di un lamento che non vuole solo essere una chiusura in se stessi, ma in grado di mettere in moto le persone, di farle muovere.
Ultima traccia del disco è Errors, forse l’episodio migliore di tutto il lavoro. La batteria, come sempre, si crede padrona, ma adesso siamo in grado di sentire tutto il ritmo singhiozzante e sincopato che può fare, arricchita da tre-quattro note di synth che si ripetono per tutta la durate del pezzo. Pian piano si aggiunge una prima chitarra, poi una seconda e tutti continuano a fare imperterriti la loro parte. Nella ripetizione sempre uguale a se stessa si arriva a un vortice ipnotico, che ti prende e ti porta via. Dove non si sa, ma è un posto dove canzoni così si sentono anche alla radio.
Questo è un lavoro eclettico, che incuriosisce e mette tutte le buone premesse per un progetto che porterà interessanti novità, se continua così.
Che poi anche se avete dei pregiudizi, 15 minuti potete spenderli. Poi magari sarete felicissimi e scoprite che amate questo genere che sembra così ostico. Magari vi fa schifo, mal che vada avrete perso un quarto d’ora.

Tracklist
1. TC
2. Await
3. Dinocore
4. Errors