Marta sui tubi – Lostileostile (Antenna music factory, 2016)

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Articolo di Giovanni Carfì

Nell’estate del 2002 nasce il primo embrione dei Marta Sui Tubi: Giovanni Gulino (voce e synth) e Carmelo Pipitone (chitarre). Entrambi di Marsala, entrambi impegnati in altri gruppi, scoprono i rispettivi progetti acustici e decidono di collaborare insieme.


Si trasferiscono così a Bologna, girando di locale in locale, con un bagaglio di cover e pezzi inediti che si arricchisce in breve tempo, di pari passo al favore riscosso presso il pubblico. Pochi mesi dopo, registrano un primo demo e trovano un produttore con il quale, nel 2003, danno alle stampe ciò che viene considerato il loro lavoro migliore: “Muscoli e Dei”.
Nel 2004 si aggiunge Ivan Paolini alla batteria, negli anni successivi, la formazione si allarga fino a cinque elementi, con Paolo Pischedda (tastiere e violino) e Mattia Boschi (violoncello e basso).
In questi tredici anni di carriera, innumerevoli concerti, collaborazioni e partecipazioni in vari ambiti, MITO e Festival di Sanremo compreso, cinque album, più varie raccolte. Un titolo che incuriosisce gli intervistatori e diverte nelle loro risposte, tornano con il loro sesto lavoro in studio:“Lostileostile”.
L’incontro ne è il tema principale, ma si parla di azione e reazione, tra la capacità di relazionarci con l’imprevedibile che si pone sulla nostra strada, e un sistema di autodifesa che ci colloca tra personali confini, nei quali calibrare l’incontro, con una spinta interiore uguale e contraria alla pressione esterna.
Sembrerebbe complicato, ma in realtà l’album è molto più semplice del concetto astratto che propone Gulino.
Tredici tracce in cui si nota subito un equilibrio tra brani dinamici, orecchiabili, dolci ballate, testi ironici, per un lavoro nel complesso ben strutturato. La voce, diretta, riesce ad essere aggressiva quando serve caricare, e canzonatoria quando deve raccontare le situazioni bizzarre di alcuni pezzi.
Il disco si apre proprio con la presentazione di un personaggio “fuori dalle righe”: in “Amico pazzo”, un lieve intro ci trascina in mezzo alle chitarre e ad una voce che ci spettina. Citazioni e immagini surreali, attraverso le quali dare al protagonista il volto di quegli amici con cui ci siamo ritrovati a ridere fino a farci scendere le lacrime, o  abbiamo trascorso  serate distratte e ritempranti, come nella successiva “+D1H”, dove basso e batteria scandiscono l’ironia delle metafore e accompagnano un ritornello efficace.
In tutto l’album i suoni sono coesi, volendo prestare attenzione all’uno o all’altro strumento, si possono individuare chitarre, bassi e synth senza perdersi, anzi, avvertendo il bilanciamento di ogni parte.
Non mancano brani maggiormente rilassati, o comunque atmosfere più dolci, che si pongono spesso in contrapposizione a pezzi che tornano a  spingere. Non a caso, dopo la traccia “Da dannato” e il liberatorio spelling di “vaffanculo”,  con “il delta del poi” troviamo testi un po’ più impegnati e sonorità più morbide.
Senza nulla togliere, il meglio deve ancora venire, perché come nei fiori la parte migliore si trova al centro.
In questo caso, come un colibrì, restiamo sospesi e catturati nell’ascolto delle canzoni successive.
“Spina lenta”, ondeggia e si arricchisce con loop di chitarra, testi bagnati di pioggia, confessioni recitate da una voce che danza e un pensiero che si perde in uno stato diviso tra gioia e noia. Con la grazia della  sua voce Gigliola Cinguetti, che partecipa con un piccolo cameo, regala un tocco femminile ad una di quelle canzoni che restano in testa.
Non da meno “Rock+Roipnoll”, uno dei brani più divertenti, dove si respira quello stato di frenesia e rapidità tipico della città Meneghina. Un testo veloce, con tanto di inseguimenti, chitarre e suoni in accelerazione, nonché  un curioso colpo di scena finale.
Molto piacevoli, per la loro semplicità, alcune trovate sonore e melodiche, come il “beat” della batteria suonato vocalmente in “Un pizzico di te”. Inutile dire che vi ritroverete a ripeterne la sequenza ritmica, accompagnando un testo dove ognuno torna in contatto con una piccola parte di sé, ritrovandosi definito per ciò che è.
Curioso anche il rallentamento e appesantimento nel successivo “Qualche kilo da buttare giù”, e il dubbio su cosa possa essere “un mezzo morbido e profumato per uno scopo fisiologico”, cantato in “La calligrafia di Pietro”, dove si ripresentano le sonorità più tirate delle prime tracce.
Torna la dolcezza, nel testo e nei suoni accoglienti di “Niente in cambio”; una batteria e un riverbero abbracciano parole che regalano l’atmosfera di un saggio consiglio pensato e donato esclusivamente a noi. Con questa sensazione, arriviamo alla fine del disco con “L’impossibile”, dove non c’è bisogno di parole, letteralmente. Vince il suono, quello pensato e tradotto dalle corde vocali. Senza dire nulla di specifico ci viene restituita la piacevolezza e genuinità di quando ci compare in mente una melodia e la cantiamo dentro di noi in modo sommesso, anche senza conoscerne le parole, semplici vibrazioni.
Contrariamente al solito, “Lostileostile” è un disco dove i brani più piacevoli non sono messi in prima fila, al contrario, li scopriamo durante l’ascolto e la successione delle varie tracce. Cadiamo facilmente preda del “bisogno” di ritornare, quel passaggio, quella canzone, poi  l’altra, e anche quella a seguire.
Un disco ben riuscito, dove la matrice voce e chitarra si arricchisce in modo perfetto senza troppi artifici. Testi godibili, ricchi di metafore descrittive molto piacevoli, suoni puliti e riverberati per le parti più melodiche, in contrapposizione a sonorità più rock laddove serve intrattenere gli ascoltatori più distratti.

Tracklist:
01. Amico pazzo
02. +D1H (Più di un’ora)
03. Con un si
04. Da dannato
05. Il Delta del poi
06. Spina lenta
07. Rock + roipnoll
08. Un Amore bonsai
09. Un pizzico di te
10. Qualche kilo da buttare giù
11. La calligrafia di pietro
12. Niente in cambio
13. L’impossibile

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