Yo Yo Mundi : stare bene con la musica senza che l’architettura che la sostiene diventi un peso

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YYM ph Ivano A. Antonazzo ETdF web_n

Intervista di E. Joshin Galani

Il piacere di aver ri incontrato dopo molti anni Paolo degli Yo Yo Mundi, fare ben più di 4 chiacchere e gustarsi il gruppo sul palco con una energia sempre accesa. Provare quel piacere indescrivibile di attraversare percorsi, seguire sentieri, senza destinazione certa, abbandonandosi allo stupore, come farebbero i bambini.

“Evidenti tracce di felicità” è il vostro ultimo lavoro, uscito a marzo. In questo periodo sociale ed economico in cui ci sono poche ragioni per avere slanci netti verso la felicità, che valore ha concepire un album in apertura di cuore?
Abbiamo davvero pensato che in questi tempi orribili, di violenza diffusa, di disincanto, di mancanza di valori, di crisi – economiche, culturali e di coscienza -, nulla fosse più trasgressivo e rivoluzionario della felicità. Nella fase compositiva ho trovato che in ogni nuova canzone c’erano tracce di questa felicità possibile e desiderata, da lì è nata l’idea del titolo e poi anche dell’omonima canzone.

La vostra formazione è rimasta intatta come base ed arricchita nel tempo di tante partecipazioni ed ospiti. Ritroviamo ad esempio Gianni Maroccolo (che aveva prodotto i primi album degli YoYo), a suonare in “Cuore Femmina”, ci vuoi parlare di questa e delle altre collaborazioni?
In Munfrâ c’erano quaranta ospiti, trentanove ospiti suonanti e Paolo Conte che ci aveva dedicato una meravigliosa prefazione. Ospiti italiani come Eugenio Finardi o Banda Osiris e stranieri quali Hevia e Steve Wickam -, alcuni, come quelli citati, artisti affermati, altri bravissimi, ma meno conosciuti come da nostra consolidata abitudine. In quel disco era necessario chiamare a raccolta diversi artisti per rendere al meglio l’idea sonora di quel racconto così fortemente legato al nostro territorio. Per questo album invece gli ospiti sono pochi, altrettanto mirati, ma più vicini agli Yoyo. Oltre ai cinque membri storici infatti, ha lavorato al disco Chiara Giacobbe – la nostra violinista, che è entrata a tutti gli effetti a far parte dell’organico – e con lei anche Simone Lombardo – in questo caso uno Yoyo ad honorem – è stato molto importante per questo lavoro con i suoi strumenti etnici: ghironde, cornamuse e ogni tipo di flauto. Insomma un nucleo di sette persone (nove se si considera anche il contributo notevole dell’ingegnere del suono Dario Mecca Aleina e se ci aggiungiamo l’artista grafico Ivano A. Antonazzo che ha ideato e curato la copertina, realizzato foto e i primi due videoclip). A loro si sono aggiunti alcuni ospiti molto vicini al “Mondo Mundi” come Paolo Bonfanti – chitarra elettrica, acustica e resofonica -, Andrea Negruzzo – clavicembalo -, Alan Brunetta – marimba (giovanissimo artista, ma di lui sentirete presto parlare perché fa parte di un gruppo fantastico: Lastanzadigreta che ha un album strepitoso – intitolato “Creature Selvagge” -, in uscita per la nostra Sciopero Records – distribuzione Self) e, nel brano Ciâpapùve: Gino Capogna alle percussioni e Ludovica Valori ai tromboni. L’unico nome fuori dalla nostra attuale realtà artistica coinvolto nell’album è stato appunto Gianni Maroccolo, ma con lui volevamo tornare a suonare insieme dopo venti anni e, in qualche modo, festeggiare la forza delle collaborazioni e relazioni artistiche che resistono al tempo e alle intemperie.

YYM POSTER-COVER ETdF grafica Ivano A. Antonazzo

Un disco arricchito anche da diverse cantanti, sentivate di sottolineare la linea poetica del disco anche con la vocalità femminile?
Si, mi piace molto la mia voce che dialoga con una voce femminile. In genere mi piacciono le voci femminili, ho una collezione infinita di dischi, ma in realtà, come fai notare giustamente, il disco si prestava anche da un punto di vista tematico. Penso alle canzoni “Cuore Femmina”, “Reinna” o “Tutte le memorie scritte del mondo” – e nel caso di “Chiedilo alle nuvole” si tratta proprio di una canzone scritta per la mia voce e quella meravigliosa di Anna Maria Stasi (cantante del gruppo pugliese dei CFF e il Nomade Venerabile, nostri storici amici e collaboratori, per loro ho scritto anche un brano intitolato “Stelle nere” che fa parte del loro ultimo bellissimo album “Canti Notturni”). Con lei in passato avevamo realizzato una versione di “Ho visto Nina volare” di Fabrizio De Andrè, scoprendo che le nostre voci insieme funzionavano molto bene e allora ho voluto scrivere questa canzone appositamente per le nostre voci e per replicare quell’esperienza. Nel caso di Cristina Nico e della sua altrettanto meravigliosa voce, invece, è stata un’intuizione nata dopo aver ascoltato il suo album “Mandibole” – ve lo segnalo, è gran disco, credetemi! -. “Cuore Femmina” era davvero perfetta per lei e così è stato e, nelle presentazioni live fatte insieme a Cristina, diventata davvero un brano di una potenza tale che strappa consensi e appalusi. Nel disco poi, oltre alla voce recitante di Betti Zambruno (che in Munfrâ interpretava Rabdomantiko, qui una poesia in dialetto del bardo di Villa del Foro, Giovanni Rapetti, nel finale di “Di rose, di fiume, di confine”) ci sono anche le giovanissime voci di due nostre conterranee: Federica Addari – cantante della band Lo Straniero – e Marta Wingu.

YYM Ph di Giovanni Salinardi

 A 5 anni da “Munfrâ” – Monferrato – disco cantato in piemontese,  rimane un fil rouge con “Ciâpapùve” brano dialettale, mentre in “Ai ssùma tùrna” parli di “cantare le uova”, immagino rimandi specifici del territorio. Che cosa significa?
“Cantare le uova” è un modo di dire che si riferisce alla questua pasquale: i ragazzi “langhetti o langaroli”, anche con la scusa di incontrare le ragazze del paese, girano casa per casa facendo sorridente baccano, suonando e cantando svegliano i compaesani e “pretendono” una ricompensa di cibo, vino… e uova! Abbiamo rivissuto questa esperienza con l’amico Carlo Carlin Petrini, geniale e generoso inventore di Slow Food, che con i ragazzi dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un manipoli di amici e compagni, ha riattivato questa bella tradizione e organizza ogni anno una straordinaria carovana colorata e transnazionale in giro e in viaggio per le cascine della Langa e del Monferrato. “Ciâpapùve”, invece, racconta di un personaggio epico inventato di sana pianta, una specie di eroe popolare che di giorno fa l’arcaton (Nel Monferrato “arcaton” è colui che raccoglie gli oggetti che le persone buttano via), ma di notte vaga a seminare memoria. Infatti il nostro Ciâpapùve, invece di raccogliere la roba vecchia, fa incetta della polvere che si è posata sulle cose dimenticate. Lui è un personaggio mitico proprio come gli eroi campesinos inventati da Manuel Scorza. Come Garabondo ha la malattia dell’invisibilità, come Hèctor Chacòn quella della nictalopia, come Raymundo Herrera quella dell’insonnia. Infatti di notte, invisibile, insonne e con lo sguardo dei gatti, si aggira nelle case del Monferrato per seminare dolcemente negli occhi dei bambini la polvere che ha raccolto. In questo modo i piccoli custodiranno un patrimonio di memorie popolari da mescolare alle nozioni scolastiche. Ed è proprio questo il suo atto eroico: regalare alle generazioni future la consapevolezza che la storia non è solo quella dei fatti e dei personaggi citati nei libri, ma l’insieme delle nostre vite, dei nostri gesti quotidiani, le minime storie vissute, tramandate e narrate che, naturalmente intrecciate tra loro, generano il respiro del mondo.

YYM a Fosdinovo 2643 ph Ivano A. Antonazzo

“Il ragazzo che cantava il carnevale” è dedicata a Gianrico Bezzato, tuo conterraneo, autore e musicista scomparso nel 2012, cosa vi legava?
Abbiamo suonato insieme nella prima formazione dei Knot Toulouse, avevo quindici anni quando ci siamo incontrati, annusati e riconosciuti fratelli, un bel percorso di sogni sonori, un 45 giri e tantissimi concerti, tanti palchi condivisi (anche negli anni a venire quando non ero più membro fisso dei Knot’s). Il titolo della canzone si ispira al nome di un album dei Knot Toulouse “Carnival Alley” e nel brano ci sono anche dei riferimenti precisi a quella avventura legati, ad esempio alla pronuncia del nome, che può significare sia “nodo da sciogliere” e sia “da non dimenticare”. La canzone è venuta su spontanea e poi è germogliata e fiorita ed è stata scritta non tanto per ricordare Gianrico, quanto piuttosto per suonare, cantare e sorridere ancora insieme a lui… Tutte le volte che la interpreteremo.

La vostra musica tocca molti stili, pop, folk, cantautorale, direi anche world music; i vostri arrangiamenti sono così personali da sfuggire alle classificazioni di stile. Nell’ascoltare “Evidenti tracce di felicità” c’è un grande invito ad abbandonarsi nella musica e godersela. Era nelle intenzioni di partenza comunicare questo grande senso di libertà o sbocciava nelle fasi di lavorazione?
Ci piace sfuggire alle classificazioni e alle etichette, in Italia si usa molto imprigionare gli artisti e, sicuramente, noi abbiamo pagato un certo qual prezzo questo nostro essere refrattari alle categorie. Probabilmente accettare una condizione meno elastica, meno fantasiosa, garantirebbe più visibilità, ma è troppo bello spostarsi, mettersi in gioco, sperimentare, stare bene con la musica senza che l’architettura che la sostiene diventi un peso. In questo disco, più ancora che negli altri, abbiamo cercato leggerezza negli arrangiamenti e nella scrittura, credo si senta e i colori della nostra musica sono più vivi, i suoni trasmettono gioia perché sono suoni liberi non sono imprigionati nella tecnologia, ma sgorgano naturali.

Per il videoclip di “Sempre” avete scelto l’animazione. Da qualche settimana è uscito il video di “Chiedilo alle nuvole” girato nella Gipsoteca monteverde di Bistagno; è sempre importante ricondursi ad aspetti culturali ed alla commistione fra le diverse arti?
E’ necessario, nutriente e, molte volte, indispensabile per noi. La nostra musica si colora, si arricchisce, si trasforma grazie alle commistioni tra le diverse arti e trova nuovi ascolti, genera curiosità. Senza questo aspetto fondamentale, la parabola artistica degli Yoyo, probabilmente, sarebbe già in fase discendente se non addirittura esaurita! Io sono convinto che gli artisti, siano essi musicanti o altro, non debbano mai essere imprigionati dalle specializzazioni – “specializzarsi è stupido come lavarsi un dente solo”, diceva un intellettuale del ‘900. E non debbano neppure mai ripiegarsi su se stessi e smettere di essere curiosi (se è per questo anche gli ascoltatori e, in generale, i fruitori d’arte), perché chiudersi agli altri e all’altro porta alla sterilità, alla morte artistica e sociale.

YYM a Fosdinovo 2563 ph Ivano A. Antonazzo

Siete attualmente impegnati su tre fronti nei live: la presentazione del disco, i concerti sulla Resistenza e lo spettacolo dedicato a Cesare Pavese, ed il teatro. Supportate BeeLife, avete musicato e scritto lo spettacolo teatrale “La solitudine dell’Ape” con l’attore Andrea Pierdicca – scritto insieme a lui, il regista Antonio Tancredi e lo scrittore Alessandro Hellman – . Il prossimo novembre, con ben tre repliche, sarete a Milano in scena al Teatro Franco Parenti – dopo quella fantastica del 21 giugno! – con questo spettacolo sulla sensibilizzazione della moria delle api. Com’è nato questo progetto?
E’ nato sia dall’omonima canzone che scrivemmo con Alessio Lega – intorno al 2007 – per “Album Rosso” (uscito poi nel 2008), ma soprattutto grazie a una fanciulla di nome Gaia – nome omen! – che visto il nostro videoclip e ascoltato la canzone ha allertato immediatamente lo zio apicoltore e socio di Conapi. Prima la utilizzarono per un convegno, poi incontrammo il Presidente dell’associazione Francesco Panella e insieme – e grazie – a lui è nato lo spettacolo; abbiamo coinvolto Andrea Pierdicca ed Alessandro Hellmann perché avevamo saggiato la loro bravura ne “Il Fiume Rubato” dedicato all’inquinamento della (nostra) Valle Bormida (nello spettacolo c’erano anche alcune nostre musiche tratte da “Sciopero”) e loro, a loro volta, ci hanno presentato Antonio Tancredi che si è occupato della regia. La favola del Barone Justus Von Liebig si intreccia al racconto della vita dell’alveare, le nostre musiche accompagnano i racconti più poetici e quelli più tecnici e scientifici, utili per dimostrare che sono i neonicotinoidi ad uccidere le api, le nostre canzoni, invece, legano i vari cambi di clima e di trama dello spettacolo. Un incastro davvero vincente, infatti, abbiamo tenuto tantissime repliche – e ancora ne terremo alcune in Svizzera, oltre a quelle del Parenti. Da questo spettacolo ne sono nati altri – “Il Cantico delle Api”, “Le Radici nel Cielo” – con protagonista Andrea Pierdicca – e il nostro “Terra Madre: Sorella Acqua, fratello Seme” (realizzato con Cinzia Scaffidi e con l’attrice Daniela Tusa), che ci vedono separati sul palco, ma sempre fratelli nel lottare per un mondo migliore.

E’ del ’94 il vostro esordio musicale, vi siete battezzati con un nome che richiama il gioco, trovo sempre molto vivo questo aspetto del “giocarvi” la musica in ogni direzione possibile e l’energia vitale che ne scaturisce. Che lettura fate di questo bellissimo lungo percorso?
Una lettura semplice e immediata: È un sogno che invece di realizzarsi stiamo ancora sognando, giocando il gioco (più bello!) del mondo.

YYM a Fosdinovo 2648 ph Ivano A. Antonazzo

Photocredits:
[1] [2] [4] [5] [6] Ivano A. Antonazzo
[3] Giovanni Salinardi

 

 

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Un pensiero riguardo “Yo Yo Mundi : stare bene con la musica senza che l’architettura che la sostiene diventi un peso

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