Tony Momrelle e l’arte di andare avanti

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Intervista di Giovanni Tamburino
Immagini sonore di Valentina Brosolo [scattate all’Hotel Leonardo e al Blue Note Milano il 22 novembre 2016]

Sotto la pioggia del cielo di Milano nel primo pomeriggio, finalmente svoltiamo l’angolo della via e praticamente sbattiamo sull’ingresso dell’Hotel Leonardo. Entriamo, un po’ impacciati, e vediamo due persone su un divanetto della hall a discutere in inglese: una donna e un robusto uomo di colore che non sembra raggiungere i trent’anni. La nostra attesa finisce quando la donna si alza e ci viene indicato che quel tipo è giusto giusto Tony Momrelle, arrivato poco prima dalla sua Inghilterra. Valentina tira fuori la macchina fotografica e io recupero il registratore.
Lui ci vede, sorride e si alza per salutarci. Mi sorprende immediatamente la sua simpatia e come ci metta subito a nostro agio, senza tirate o atteggiamenti che una carriera musicale di vent’anni potrebbe anche giustificare.
Mentre gli portano un buon caffè iniziamo a parlare.

Tony, che storia c’è dietro il tuo ultimo album, “Keep Pushing” (2015)?
Keep Pushing è un album che volevo fare. Volevo fare qualcosa che fosse incoraggiante, volevo un album che portasse un buon messaggio di speranza e fede, che desse forza e fiducia. Ho iniziato a scrivere nella mia camera d’albergo, in posti del genere, e volevo scrivere qualcosa di positivo. Questa era l’idea.

Pensi di aver iniziato a registrarlo perché eri tu ad avere bisogno di essere incoraggiato?
Penso di sì. Sai, canto canzoni in cui credo, per la gente che condivide gli stessi sentimenti, è ciò che anche loro credono. Perché c’è un sacco di musica grandiosa lì fuori, ma ho pensato che non ci fosse niente avesse a che fare con questo, che non ci fossero abbastanza canzoni in un album che parlassero di vita, o relazioni, o politica. Volevo fare qualcosa che parlasse di tutte queste cose in un solo disco, che portasse sentimenti incoraggianti ed edificanti.

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Questo è il tuo primo album da solista, quali sono le ragioni che ti hanno portato a intraprendere questa carriera?
Ho fatto un po’ di progetti differenti con altre persone e credo che questa sia la volta giusta per me, che come artista sia abbastanza maturo per un disco. Quando segui diversi progetti è facile, perché incidi tre o quattro canzoni in quell’album, tre o quattro in quell’altro, ma quando devi incidere il tuo disco personale, allora – «wow, cosa posso dire adesso?» – qualunque cosa io ci metta, sono io. Rappresenta me e deve essere giusto, quindi diventi molto più critico. Sai, puoi prendere il tuo stesso lavoro e dire «È buono abbastanza… no, non lo è… sì, è buono… no, non mi piace». Così si crea quando fai la tua musica personale. Ho sentito che era il momento giusto per fare un passo indietro e pensare «Di cosa voglio parlare? di cosa voglio cantare?» e così è venuto fuori. Era il momento giusto per farlo.

Cambiano un sacco di cose durante 20-25 anni di carriera, c’è qualcosa che non è mai cambiato nel tuo modo di essere un artista, qualcosa che da quando hai iniziato è ancora lì, nei tuoi lavori?
Sono sempre lo stesso. Ok, ho un talento, ma come te e te (indica Vale, nda) e tutte le persone che lavorano qui. Sono un tipo normale, questo è il mio talento. E questo mi aiuta a tenere i piedi per terra in questa folle industria, è il “pronti, motore, azione” sul palco e in giro per il mondo. Cerco di tenere i piedi per terra con il fatto che sono una persona normale. E sono stato veramente fortunato a lavorare con gente dello stesso tipo.
Credo che la cosa più grande sia voler imparare sempre di più. Voler imparare sempre di più mi tiene alla ricerca di quello che manca. Essere normali, essere incoraggiati ispirati da altre cose, persone, artisti… queste cose stanno sempre con me e mi rendono chi sono oggi.

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Ci sono persone, particolari incontri che hai fatto nella tua vita che hanno influenzato la tua musica, il tuo approccio ai testi?
Si Stevie Wonder! Ricordo una volta che ero in Giappone nella mia camera d’albergo e mi squillò il telefono. Era lui! E mi incoraggiò, disse che gli piaceva la mia voce. Io ero davvero nervoso, sai (fa una faccia stupita, nda): Stevie Wonder?!
È stato grandioso, perché quella telefonata mi ha dato quel senso di: «Ok, se a lui piace quello che sto facendo vuol dire che sto facendo qualcosa di giusto». È uno dei più grandi songwriter che ci siano e quindi, se a lui piace la mia voce e tutto il resto, significa che sono sulla strada giusta, no? Per questo lo considero una delle persone che mi ha ispirato decisamente di più. Perché la musica di Stevie non riguarda solo la musica: riguarda lui, la persona. In giovanissima età la gente si radunava se Stevie Wonder suonava la sua armonica. Ma aveva un certo modo di riunire la gente insieme e questo l’ho imparato. La mia musica, i miei show lo fanno, riuniscono insieme la gente.

E nella vita di tutti i giorni, chi ti supporta?
I miei genitori, i miei fratelli, le mie sorelle. Ho una grande famiglia, ho un sacco di amici, un gruppo di persone che mi incoraggiano sempre, che mi dicono cose positive, che è dalla mia parte. Loro credono in me.
In realtà, ad essere sinceri, devi credere anche in te stesso. Ho i miei supporter, ma allo stesso tempo il mio tifoso sono io e continuo ad andare guardando cosa succede.
Una delle cose più grandi in tutto questo business musicale e di intrattenimento è imparare dai rifiuti. Non a tutti piacerà ciò che fai, ma è ciò che mi ha fatto diventare più forte, perché se ho fatto qualcosa di sbagliato non lo farò la prossima volta. E questo mi fa diventare più forte, più forte, più forte. Bisogna avere fiducia in se stessi.

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C’è ancora qualcosa che l’RnB ha da dirci oggi, dopo gli anni ’70 e ’80?
Si sì. Se guardi buona parte dell’RnB di oggi, non ha molto a che fare con ciò di cui parlava l’RnB degli anni ’70 e ’80. Ora è per lo più sulle canzoni d’amore: baby di qui, baby di là… ma se torniamo agli anni ’80 e ’70 riguardava molto ciò che stava succedendo, aveva tematiche sociali. Come Higher Ground di Stevie Wonder, oppure The Ghetto di Donny Hathaway… con la musica di quegli anni non cantavano semplicemente: erano dei portavoce, erano persone che portavano un messaggio alla gente attraverso la musica. Erano capaci di influenzare governi e persone. Ora vedo che non sta succedendo. C’è un sacco di ottima musica, arte, e questo è grande, ma credo che i soggetti, i contenuti, non siano grandi abbastanza. Dovrebbe esserci qualcosa di più, quindi voglio solo cantare di cose con cui la gente può relazionarsi, rivolgermi a qualcuno in più. Questa è l’idea.

Riguardo le tematiche sociali e la società, pensi che la tua musica abbia qualcosa da dire riguardo le ultime novità sulla separazione dell’Inghilterra dall’Unione Europea?
Si, direi di sì. Considera il mio ultimo album, la title-song Keep Pushing: è una canzone che parla di quanto dure sembrino le cose, di continuare ad andare avanti. Penso che il mio album si riferisca un po’ a quello che sta succedendo nella società e nell’economia, è un modo di vedere le cose.
Ora siamo in una situazione in cui l’Inghilterra ha deciso che vuole lasciare l’UE, l’America ha deciso un nuovo presidente e un nuovo regime con Donald Trump. Penso che la questione per me – come artista, come cantante – è assicurarmi di guardare queste cose, di parlare di queste cose, ma in una maniera che sia incoraggiante. Credo che tutta la questione della Brexit sia che la gente fosse spaventata, ed era spaventata tutta una generazione di persone che hanno votato. Quelli che hanno votato a favore della Brexit sono quelli che ricordano come fosse l’Inghilterra prima che entrassimo nell’UE, quindi negli anni ’70. Determineranno così le generazioni che verranno con questa decisione, ma è andata così. La mia musica è un pezzo di tempo che credo si possa relazionare con le difficoltà che stanno venendo fuori e puoi trovarci qualcosa che ti tiri su o incoraggi.

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Non molto tempo fa hai avuto un’esperienza con gli Earth, Wind and Fire, un’icona per questo genere musicale, com’è stata?
(Sorride) Li ho incontrati alcune volte durante dei festival, con gli Incognito suonavamo agli stessi festival. Quando ho ricevuto la chiamata mi sono detto: «wow ok, grande! Fatemi riunire la band, discuterne e vediamo come va». Perché non è facile, sono gli Earth, Wind and Fire. Ogni loro canzone… ci sono così tante hits!
È stata la prima volta che facevo da apertura, perché ho sempre fatto da me i miei concerti. Era la prima volta che aprivo ad un’altra band leggendaria e non ero troppo sicuro di come il pubblico mi avrebbe accolto, ma è stato incredibile. E gli Earth, Wind and Fire lo hanno amato. Mi hanno guardato ogni sera. Di fianco, dietro il palco guardando i miei concerti. È stato incredibile, perché hanno detto che il mio show era il primo dopo anni che fosse complementare al loro, e lo stesso per il pubblico, c’era una connessione perfetta.
È stato bellissimo sentire e sapere ciò. Era incredibile, loro erano fantastici: così tante cose, così tanta energia… sono un alunno, posso solo imparare da loro e cercare di applicarlo nella mia band, nella mia musica.

Ti vedremo presto di nuovo con gli Incognito?
Si, gli Incognito sono la mia famiglia. Sono stato con loro per sedici anni, quindi è la mia famiglia.
Anche ora, faccio i miei pezzi da solista, ma sarò sempre in contatto con gli Incognito. Sempre. Perciò ci saranno volte in cui potrei essere in un disco, comparire ai concerti, o fare un altro album con loro, ma adesso sono concentrato sulla mia carriera solista, ma loro sono parte della mia vita. Sarò sempre parte della famiglia di Incognito perché, sai, per qualcuno che è stato negli Incognito per un breve periodo è più facile, ma sedici anni è un tempo davvero lungo. Quando i fan vedono me, vedono gli Incognito; quindi voglio che loro sappiano che sono ancora parte di loro. È come un figlio che fa le sue cose per i fatti propri, ma poi ritorna sempre a casa.

Quali sono le cose che riconosci non avresti fatto senza gli Incognito?
Se io non fossi stato negli Incognito non sarei qui. Non avrei avuto questa fan base in Italia e altre in giro per il mondo. Sono la mia famiglia, è diverso da quando ho cantato con Chaka Khan Gloria Estefan o altri artisti. Quello era lavoro. Gli Incognito la famiglia. La mia famiglia.
Quindi non importa, sarò sempre parte di questo, sarò sempre dove sono loro.

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E ora supportano la tua carriera solista?
Sì, assolutamente. Quando incontrai Bluey, un mio amico era negli Incognito. Mi chiamò e disse: «Bluey sta cercando una persona nuova, vieni e aiutalo con le parti cantate per un disco», quindi quanto entrai nello studio nel 2000 e registrai questo disco. Lui sentì la mia voce ed esclamò: «Questa è la voce che stavo cercando!» Chiamò il suo manager dicendo che mi voleva nella band, questo disse ok, ma non potevano prendermi ora perché dovevano andare in America, quindi non successe ancora.
Bluey andò nello studio per provare e nella stanza accanto c’era Sade. Lei stava facendo dei provini per un nuovo membro della sua band.
Bluey e Sade si incontrarono, iniziarono a parlare e lei disse che stava cercando una nuova persona, ma non aveva trovato nessuno. Bluey chiese di dare un’occhiata alla sua lista e lei aveva una lista gigantesca di gente che stava venendo. Le disse: «Il tipo che vuoi, il suo nome è Tony Momrelle. Lo volevo nella mia band, ma per ora non posso prenderlo, ma questo è il tipo giusto» e così mi sono messo in contatto con Sade. Quindi attraverso il mio amico ho incontrato Bluey e, attraverso Bluey, Sade. E questa è la mia famiglia dal 2000. lei è la mia sorella maggiore e lui il mio fratello maggiore.

Guardando a tutta la tua carriera, com’è cambiata la scena musicale inglese ed europea in questi vent’anni? Come giudichi questi cambiamenti?
Penso che l’industria cambi perché cambiano i costumi sociali. Trovi buona musica pop girando sempre in cerca della novità, del prossimo soggetto affascinante. C’è questo nelle canzoni.
Ciò che vedi adesso è un grande pubblico di gente che vuole vedere più musica dal vivo e quindi un sacco di estimatori supportano dal vivo artisti e band.
Sta diventando sempre più diverso e questo mi piace, lo amo. È una gran cosa perché hai incredibili musicisti diversi da tutta Europa che adesso sono a Londra. È grandioso che vadano in America o in giro per il mondo. La maggior parte della mia band è italiana, sai? Il mio batterista è italiano, il mio chitarrista è italiano, il mio tastierista è italiano. Solo Andy, il mio bassista, ed io siamo inglesi e questo perché li ho trovati incredibili. E suonano con me, nella mia band, ed è magnifico.
Musicalmente, le cose vanno alla grande a Londra. Penso che diventerà via via più grande e sempre più diversa. Credo che le opportunità siano poche, che sia un po’ più dura, ma ci sono più possibilità per la gente di essere ascoltata.

Riguardo l’Italia, questa non è la tua prima volta qui…
Questa è la mia seconda casa! L’Italia è il mio paese preferito, lo amo. Letteralmente, mi sento a casa e sono felice che stasera suonerò al Blue Note, perché ci ho suonato centinaia di volte con gli Incognito e conosco tutto lo staff, quindi davvero è come tornare a casa. Sono davvero orgoglioso di essere qui, a fare i miei pezzi solisti in Italia.
Anche per la mia band, quelli che sono italiani. Non facevano molti concerti qui e sono venuti in Inghilterra. Ora suonano con me ed è fantastico tornare da Londra in Italia.
È un po’ una rivincita…
Sì! Suonano la musica che vogliono suonare, mi sento davvero onorato.

Ci sono aneddoti delle tue varie esperienze in Italia che vorresti raccontarci?
La mia esperienza con l’Italia è il motivo per cui me ne sono innamorato. Ha così tanta ricchezza, così tanta storia, arte, agricoltura – in termini di cibo e altri prodotti –, vino, architettura!
Non sono mai stato in un Paese – e ho girato per tutto il mondo – in cui passi da una città all’altra e sono diverse e tu sei tipo: «Guarda quell’edificio! guarda quelle antiche rovine!», oppure compri una bottiglia piccola di vino in un negozio locale ed è incredibile. Il cibo, la gente, la passione. Questa è la mia nazione preferita e quindi potrei parlare dell’Italia tutto il giorno. (Ride, nda)

Se ti chiedessi di fare una classifica delle tre, quattro, cinque cose che preferisci dell’Italia, cosa diresti?
Amico, ascolta. Bevo un sacco di caffè in Italia. Non importa la marca, il caffè è ottimo, qui lo amo. La mia pasta preferita è l’amatriciana, la amo.
Amico, il vino! Davvero, puoi andare in qualsiasi negozio, chiudere gli occhi, prendere una bottiglia qualsiasi di vino e non ne rimarrai deluso! Sono serio, sono andato in così tanti posti e ho provato così tanti vini diversi, ma ogni vino qui è incredibile. Poi la gente. C’è connessione, è così pura e passionale, anche quando sono con un amico e si prende un caffè, si mangia o si passa del tempo. Per me è questa la cosa più importante: la gente.

Quali altre nazioni raggiungerai con il tuo tour?
Dopo l’Italia andrò in Germania, dove farò un grande show in TV; poi andrò a Parigi, nei Paesi Bassi. Poi tornerò in Italia, a Foggia, per esibirmi nella cattedrale con questo grande pianoforte. Sarà fantastico. Poi farò una pausa per Natale e riprenderò a gennaio. Dopo il tour europeo andrò in Asia, poi non mi ricordo.

C’è qualcosa che vuoi dire alla gente che verrà a vederti in queste tre date italiane?
Preparatevi a divertirvi! La gente mi conosce per gli Incognito, ma in questa occasione voglio che conoscano me. Perché gli Incognito sono la mia band, io ne sono parte, ma questa volta sono solo io. E per la gente che mi ha visto nel corso degli anni: è ora di conoscere me, non vedo l’ora. Ci divertiremo!

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Sotto la stessa pioggia, la sera entriamo al Blue Note. Per chi non sapesse esattamente di cosa si parla, è qualcosa di molto simile alla mecca del jazz, del blues milanese e italiano. Quel posto da film col palco a ridosso dei tavolini con candele e drink costosi. E, proprio come in quei film, Tony domina la scena con la sua band e tutta la sua dirompente personalità.
Canta, parla, narra, canta. È felice, è a suo agio nel suo ambiente. Trascina il pubblico e i suoi soci, quelli che hanno lasciato casa per seguire la musica. Lo ricorda con orgoglio. Continua per due ore ininterrotte, dando tregua solo per raccontarsi, per farci conoscere Tony Momrelle, come ci aveva promesso. Racconta ancora della telefonata di Stevie Wonder. «Cosa fai quando sei al telefono con quello che ti ha ispirato?», e un po’ vedo i suoi occhi brillare mentre canta una cover del suo maestro.
Poi torna un attimo serio. La sera dopo sarà a Perugia, vicino le zone colpite dal terremoto, vicino quelle persone che hanno perso qualcuno, qualcuno che non è davvero perso finché resta nel cuore e nella mente di chi lo ha amato e che deve continuare ad andare avanti. Canta “Remember” e la sua commozione è la nostra commozione.
La festa prosegue. La gente balla in chiusura di serata con “Pick me up” e non si rassegna che questa sia l’ultima, continua a battere le mani.

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Tony ritorna sul palco con un sorriso rassegnato, rimprovera scherzosamente: «Ero già di sopra a riposarmi, datemi tregua! Almeno se io devo stare in piedi, state in piedi anche voi!»
Ci regala altri tre pezzi, prima di salutarci definitivamente dal palco.
Lo raggiungo all’uscita con una copia di Keep Pushing in mano, quando mi riconosce in mezzo alla calca mi sorride – «Ci sei anche tu! Piaciuto lo show?» –, mi concede un autografo e una foto.

Sì, Tony. Lo show mi è piaciuto un sacco, vederti è stato un onore.
Alla prossima!

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