Vinicio Capossela @ Teatro Politeama di Catanzaro, 17 Novembre 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Iolanda Raffaele, immagini sonore di Salvatore Monteverde

La quindicesima edizione del Festival D’Autunno ha chiuso i battenti in grande stile con Vinicio Capossela che ha completato la lunga serie di prestigiosi ospiti.
Una decisione impegnata, quanto impegnativa quella del direttore artistico Antonietta Santacroce che ha scelto un artista unico, straordinario, puntando su doti come umanità e capacità espressiva.

Chi non ha mai visto una sua esibizione  può forse ipotizzare un grande talento, ma solo da vicino si riesce veramente ad apprezzarne la bravura e a comprendere quel suo modo di fare musica apparentemente difficile, misterioso .
Un fauno, un poeta, un cantastorie: Vinicio Capossela è tutto questo e tanto altro di indescrivibile.
È un’eccellenza rara, dalla cultura immensa e variegata proprio come i cappelli che indossa e scambia di continuo; mai banale e fuori posto, parla all’orecchio passando per il cuore.

È colui che ti accoglie con il sorriso e ti prende per mano con l’implicita promessa che non sarà un semplice concerto, ma il biglietto per uno spettacolo nello spettacolo.
Così il Teatro Politeama di Catanzaro è diventato ancora per una volta il luogo – non luogo in cui musica, poesia, teatro si incontrano e si ritrovano come dei vecchi amici.
È un mix di realtà e fantasia che crea le emozioni più forti e indirizza la penna di chi ora ne scrive o la lingua di chi ne ha parlato o ne parlerà.

La conferma di un hastag significativo “#ilritmoalcentro, lanciato ad inizio rassegna; il ricordo dello scomparso cavaliere Giovanni Colosimo, mecenate e fervido sostenitore del festival, e la magia di “Ombre nell’inverno” può cominciare.
Rumori di animali e suoni della natura introducono alla prima canzoneScorza di mulo”, che fa avventurare tra leCanzoni della Cupa”, il suo ultimo album (2016).
Giochi di luci, sipario velato e Capossela dà il benvenuto nelle ombre, portando con sé le fascine di legno per arderle nel fuoco del racconto”.

Dialoga con il pubblico ed intona una ninna nanna inLe creature della cupa”, ma poco dopo l’atmosfera diventa ancestrale e suggestiva, arrivaIl Pumminale”. Dall’antica tradizione appare il lupo mannaro, espressione della punizione e del castigo che, secondo la leggenda, subivano gli uomini nati nella notte di Natale, i quali si trasformavano ogni venerdì notte, da marzo fino all’ultimo venerdì prima delle tenebre di festa.
È questa la creatura scelta, è questa l’occasione  per riflettere sul doppio e sulla tensione tra bene e male che dilania da sempre l’uomo.

Ogni canzone è annunciata dalla voce narrante del cantautore, che prosegue con gli scenari desertici di “La notte di San Giovanni” e con un omaggio a San Michele in “L’angelo della luce”.
Ricorda i morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo in una toccante “Santissima dei naufragati”, affronta con la leggerezza della musica un tema estremamente attuale in un’epoca di migrazione, di morte, di disperazione e di speranza.
Un megafono annuncia “Goliath”, in un lampo viene fuori la memoria della “balena che porta sulla schiena tutta la storia del cosmo, che è la più grande del mondo, ma viaggia sulle ruote”, “Ulisse, le sirene, i ciclopi e le creature del mare dimenticate da Noè nell’arca della pancia”.

Il viaggio nell’abisso continua con Vinicio che, vestito da polpo con i tentacoli che cercano e abbracciano senza esitazioni, mentre “spettri e vascelli fantasma danzano negli abissi”, guarda al romanticismo e canta “Polpo d’amor”.
E’ il momento dedicato all’amore, quello intenso, ma anche a quello giocoso e passeggero di “Pryntyl”, la bella creatura marina che canta in sirenese.

Da “Scandalo degli abissi” di Louis-Ferdinand Céline, l’artista tedesco di origini irpine riprende, dunque, la figura della sirena e sottolinea la mutevolezza logorante della vita terrestre poiché “sulla terra tutto si consuma l’amore all’alba si trasforma in schiuma, ma nell’abisso è tutto uno spasso, puoi sempre incontrare un pesce pagliaccio e quando sei triste basta una siiiireeennaaaaaaaa sbarazzina, civettuola, piena di squame dalla coda alla gola”.

Tutto ciò che Capossela tocca con le sue note e il suo carisma diventa un’opera teatrale, una rappresentazione scenica, ma non manca il romanzo e lo spirito avventuriero con “Lord Jim”, ispirata al protagonista dell’omonimo scritto di Joseph Conrad.
Tra colori e luci tinte di blu si sottolinea, perciò, che“nessuno è mai protetto dalla sua debolezza che se ne sta nascosta come una serpe dentro un rovo vilmente sconosciuta”.

L’album “Da solo” del 2008 compare con le suggestioni di “Dall’altra parte della sera” ; “i giorni di cammino senza meta, portandoti nel cuore” di “Orfani ora” e “Il paradiso dei calzini”.
Quest’ultima canzone dal titolo tra l’etereo e il prosaico è un altro sguardo alla vita e la dimostrazione della sua ammirevole saggezza, la stessa che gli valse la candidatura al Premio Mogol 2009 per i testi, che purtroppo non vinse.

Sulla scena tornano anche “I pianoforti di Lubecca” con i suoi vecchi strumenti abbandonati dalla guerra e con suoi i fantasmi, tra cui quello di Maria Callas, la cui immagine appare proiettata sulla scena e la cui voce è resa da Vincenzo Vasi.


Il regista delle onde elettromagnetiche, il suonatore della voce umana ed emulata regala al pubblico momenti di grande commozione, riportando in vita la bella soprano con l’uso virtuoso del theremin.
Dello stesso album sono la danzante e classica “Con una rosa” e l’incalzante ritmo di “Marajà”.

Un mondo reale, ma lontano da modernità e apparenze, ricco di storie fantasiose e straordinarie si apre agli occhi degli spettatori con “Nel paese dei coppoloni”, derivata dall’omonimo romanzo, diventato un film, con cui Capossela recupera le origini e radici, la civiltà più antica.
Il percorso onirico e musicale prosegue con un tris di canzoni tratte dal citato album “Canzoni della Cupa”. In particolare, con il tocco brioso di “chi muore muore, chi campa campa” della canzone “Nachecici”; con il fascino balcanico di “Lo sposalizio di Maloservizio” e con “Il treno”, il mezzo simbolo dell’immigrazione che corre sui binari di melodie malinconiche e quasi morriconiane.

Il tamburo di Peppe Leone dà il via a “Il ballo di San Vito” dell’omonimo album (1996), nella scenografia perfettamente allestita rosso fuoco, Vinicio Capossela entra in scena vestito da santo con bastone, cappello e i Krampus, diavoli travestiti che solitamente accompagnano Sinterklaas, la figura folcloristica derivata da San Nicola da Bari, uomini caproni inquietanti che si aggirano con le maschere paurose e gli abiti laceri e sporchi.
Istrionico e a tratti irriverente, dà la sua benedizione in “Ovunque proteggi” e si intrattiene in un siparietto simpatico con una ragazza seduta in barcaccia.

È mancata, nel suo repertorio, la tanto corteggiata ed attesa “Che coss’è l’amor”, ma è stata comunque compensata dagli altri coinvolgenti brani della serata tra cui Scivola vai via” e “Camminante” che hanno segnato il termine della sensazionale performance.
La buona riuscita di un progetto è sempre un lavoro di squadra e, quindi, una menzione va necessariamente all’artista indipendente Anusc Castiglioni, che con la sua esperienza ha accompagnato tra le ombre stimolando la scoperta della componente creativa del nostro essere; ma anche al ricco polistrumentismo creato sul palco da Alessandro “Asso” Stefana (chitarre, banjo ed armonio), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Vincenzo Vasi (percussioni, cymbalon, campioni, theremin e voce), Peppe Leone (tamburi e violino), Giovannangelo De Gennaro (viella, flauti, aulofoni e strumenti antichi) e Edoardo De Angelis (violino) e l’ombra nera Victor Herrero (chitarre).

Per voi che siete arrivati a fine lettura, ricordate: ognuno di questo spettacolo ha detto o dirà qualcosa di diverso, qualcuno avrà sorriso o avrà pianto, qualche altro ripeterà l’esperienza oppure no.
Non ci sarà un’idea giusta o un giudizio sbagliato, proverete su di voi.
D’altronde Vinicio Capossela forse insegna anche questo, che ogni vita è un foglio bianco e ciascuno decide cosa disegnarci, se lo vuole.

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