R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Il basso elettrico di Ben Allison prende tra le dita una canzone di Tom Petty e ne cambia il peso. In I Won’t Back Down, il suo Höfner ha qualcosa della chitarra baritona: le corde pizzicate disegnano un accompagnamento raccolto, sul quale Dawn Clement canta con una voce chiara, vicina al parlato. La dichiarazione di ostinazione del titolo acquista così un’intimità domestica. Sembra pronunciata davanti a qualcuno che conosce già le ragioni di quella resistenza. Quando intervengono i sassofoni, la frase passa dalla voce agli strumenti e diventa una convinzione condivisa.
È uno dei passaggi più rivelatori di Love Is the Whole Thing, We Are Only Pieces, secondo album dei Good Trouble di Matt Wilson. Il nome della formazione viene dall’invito di John Lewis a procurare «buoni guai», a esporsi per cambiare ciò che appare inaccettabile.

Dopo il debutto del 2024, il batterista porta quella sollecitazione dentro un disco dedicato all’amore, il cui titolo riprende una frase attribuita al poeta mistico persiano Rumi. Una premessa che potrebbe scivolare facilmente nella retorica della concordia. A darle consistenza provvedono gli arrangiamenti, soprattutto il modo in cui ciascun musicista interviene nel discorso degli altri.
Accanto a Wilson ritroviamo Jeff Lederer al tenore e al clarinetto, Allison al basso, Clement al pianoforte e alla voce. Ai sassofoni contralto, Tia Fuller è affiancata da Anisha Rush, entrata nell’orbita del gruppo durante i concerti degli ultimi anni. Il sestetto dispone dunque di una prima linea particolarmente mobile: i due contralti possono differenziare gli attacchi e il colore delle frasi, mentre il passaggio di Lederer al clarinetto modifica la consistenza dell’impasto. Wilson sfrutta queste possibilità lasciando riconoscibili le singole voci, anche quando l’ensemble si addensa.

L’apertura, Wind Spirit, procede con pazienza. Clement canta il versetto del Vangelo di Giovanni sul vento che soffia dove vuole, mentre attorno a lei gli strumenti entrano gradualmente, e i piatti di Wilson diffondono una vibrazione leggera. Il clarinetto e il contralto prolungano il respiro della voce, il pianoforte suggerisce inflessioni gospel. Il riferimento spirituale trova una misura concreta in questa distribuzione degli ingressi: ciascuno aspetta, ascolta ciò che è già accaduto e quindi sceglie il momento in cui aggiungere il proprio suono. La batteria ha un ruolo decisivo anche quando la musica prende velocità. Wilson possiede uno swing elastico, capace di imprimere slancio senza irrigidire il movimento. Un accento introduce una deviazione; un colpo di piatto apre la frase del solista verso un’altra direzione. La sua esperienza di accompagnatore si sente nella disponibilità a cambiare densità e pressione durante lo stesso episodio. Il piacere del ritmo nasce anche da questi piccoli imprevisti, dal margine che rimane tra l’impulso della batteria e la risposta del gruppo. Black Fire di Andrew Hill mette particolarmente bene a fuoco questo lavoro. Il tema conserva l’andamento oscillante del valzer, mentre sotto il tenore di Lederer l’accompagnamento comincia ad allentare le proprie giunture. Clement introduce accordi obliqui, Wilson lascia circolare i suoni dei piatti, e la regolarità iniziale diventa più incerta. Tia Fuller attraversa quella mobilità con un contralto energico, mantenendo il contatto con gli spigoli della composizione. Hill, con il quale Wilson aveva collaborato, entra nel disco attraverso una familiarità musicale che permette al batterista di muoversi liberamente dentro la sua scrittura.

Un’altra relazione personale passa per Fuller Love, il brano di Bobby Watson conosciuto anche come In Case You Missed It, dedicato in origine a Curtis Fuller. Qui il riff e lo swing in quattro offrono a Tia Fuller un terreno sul quale dispiegare il proprio fraseggio. L’alternanza fra le sezioni rinnova la spinta degli assoli; nella ripresa finale, l’improvvisazione collettiva conduce il tema verso una maggiore esuberanza. Wilson conosce dall’interno questa lingua e sa quanto possa ancora produrre, a patto di lasciarla reagire alle persone che la suonano. Il confronto con la canzone amplia ulteriormente il campo. In Anyone Who Had a Heart di Burt Bacharach e Hal David, Clement accompagna il disegno melodico con un canto misurato, lasciando che lo struggimento affiori dalle parole e dalla durata delle note. I fiati introducono una grana più ruvida attorno alla sua voce. In Green Al, scritto da Allison con testo della pianista, la linea vocale si appoggia invece al movimento delle armonie in minore, mentre il basso elettrico contribuisce alla leggerezza dell’insieme. Clement occupa una posizione centrale proprio per la continuità fra canto e pianoforte: la cura del fraseggio vocale appartiene alla stessa musicista che sa rendere instabile l’accompagnamento di Hill. Fra gli originali di Wilson, Welcome Table traduce l’immagine della tavola aperta a tutti in una musica piuttosto movimentata. Un funk sghembo, interrotto da pause, incontra lo swing e una melodia dal profilo bop. Rush trasmette nel suo assolo una vivacità che richiama il versante più giocoso di Ornette Coleman; il dialogo con Clement prepara lo scambio con Lederer. La convivenza si fa udibile nelle deviazioni, nella prontezza con cui una proposta viene raccolta e trasformata. Festival di Jack DeJohnette sposta questa energia su un intreccio ritmico di sapore caraibico, lasciando ai fiati lo spazio per sovrapporsi e accendere il movimento. Il brano conclusivo, Love Is the Whole Thing, riporta il disco alla voce. Clarinetto e contralto si intrecciano con il sintetizzatore di Clement, poi il canto si allarga a un coro di musicisti, familiari e amici. La frase del titolo viene ripetuta, mentre il contralto di Fuller le risponde con inflessioni blues. Dopo tanta attenzione alle differenze di timbro e di fraseggio, quel coro conserva qualcosa di felicemente informale. Il disco si chiude come una seduta alla quale, a un certo punto, vengono invitati anche quelli che stavano dall’altra parte del vetro.

Tracklist:
01. Wind Spirit
02. Fuller Love (In Case You Missed It)
03. I Won’t Back Down
04. Black Fire
05. Joonam
06. Anyone Who Had A Heart
07. Welcome Table
08. Green Al
09. Festival
10. Love Is The Whole Thing, We Are Only Pieces

Photo © John Abbott

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