Live report di Giovanni Carfì e immagini sonore di Sonia De Boni

Il potere incondizionato della musica

Domenica 15 luglio, Joss Stone è tornata in Italia a meno di un anno di distanza dall’ultima volta. Era il 28 luglio dello scorso anno, quando al confine tra Italia, Slovenia e Austria, partecipò ad una delle serate del “No Borders Music Festival”, giunto alla sua 23esima edizione e che si tiene ogni anno a Tarvisio, in una location molto suggestiva. Entrambe le date fanno parte dello stesso tour, nel quale la cantante ha deciso di impegnarsi, in un’impresa che va un pochino oltre il concetto di “tour mondiale”; prendendo alla lettera questa definizione, e facendo poca distinzione tra un Paese e l’altro, ha collezionato numerosissime date in giro per il mondo, nell’intento non solo di toccare (quasi) ogni Paese, ma anche e soprattutto, con lo scopo di imparare e condividere ciò che la musica trasmette, oltrepassando qualunque tipo di confine.

Questa volta, si sarebbe dovuta esibire all’Arena di Verona, ma per eventi logistici/organizzativi, il concerto è stato spostato a Villafranca di Verona all’interno del Castello Scaligero, o meglio, di quel che ne rimane o che è stato ricostruito. Niente gradoni, niente vista scenografica con riprese dall’alto, ma comunque una bellissima cornice fatta di quattro mura perimetrali, con merlature e mezze torri ad interromperne la continuità, e a delimitare angoli e mezzeria.

Ad aprire il concerto la brava Nathalie, che oltre alla più famosa vittoria di X-Factor, aveva già avuto modo di sperimentare e farsi apprezzare in altri ambiti meno “pop”. La sua esibizione passa un po’ in sordina, qualcuno chiede chi sia la ragazza dai capelli rossi, riconoscendone il talento e la bella voce; ma il palco è molto grande, vi è ancora luce, e la si vede piccolina con un piano elettrico rosso in mezzo ad altra strumentazione, senza nessuno di supporto. Arriva il momento degli ultimi brani e dei ringraziamenti, con Vivo Sospesa e L’essenza sono ormai le 21.15, e le sedie di plastica blu e grigie sono quasi tutte occupate in attesa di Joss Stone.

Bisogna attendere poco, sul palco tutto è già predisposto, ed è ben riconoscibile il classico foulard avvolto sull’asta del microfono, di lì a poco entreranno tutti i componenti, senza particolari introduzioni o trovate sceniche. Guardando il palco, a sinistra sono disposte due coriste, poco più indietro il tastierista Christian Lohr, a lato il bassista Pete Iannacone, che insieme al batterista Jonathan Joseph e al chitarrista Steve Down, formano un trio molto affiatato, con continui sguardi d’intesa e di supporto.

L’apertura è abbastanza “soft”, con The Chokin Kind e Big Old Game, ma Joss decide subito di impostare le cose a suo modo, invita così ad avvicinarsi al palco, e c’è una sorta di divertente “invasione di campo”, e tale rimarrà; fotografi amatoriali, professionisti, fan, amatori e gente a cui non piace star seduta su delle sedie di plastica, tutti insieme a pochi metri dalla band. Joss è lì a piedi scalzi (come sempre), con indosso un vestito viola, a contrasto con la sua chioma biondo platino, ma non siamo dal parrucchiere, siamo sotto palco e il concerto è appena cominciato; un sorso dalla sua tazza fumante, chitarra e ritmica reggae, cielo blu stellato: ora si inizia.

Lei ondeggia, gira su se stessa, e non si può fare altro sulle note di Love me, un brano morbido e sensuale, e si scivola sulle note di una cover molto famosa: The look of Love di Burt Bacharach. Basso e chitarra introducono Harry’s Symphony, e il ritmo torna in levare, ammorbidendo le “giunture” anche di quelli che hanno preferito rimanere seduti.

Joss sembra a suo agio, ed è sempre rivolta verso il suo pubblico, suggerisce al batterista i brani della scaletta intonandoli, come se fosse in un piccolo club, scherza e litiga con zanzare e moscerini, mentre qualcuno dal pubblico urla uno scontato ma giustificato “sei bellissima”. Lei con il solito sorriso, interroga sul come si dica in italiano: “I love you”, introducendo così Tell me what we’re gonna do now seguita da Super Duper Love. Proprio mentre spiega al pubblico come e cosa cantare sul ritornello di questa, fa salire una ragazza dalle prime file, che dovrà combattere con l’emozione rivelando una voce molto particolare e coinvolgendo il pubblico già abbastanza preso.

I brani si susseguono rapidi in un crescendo lento, ma che si arricchisce di “groove” man mano passano i minuti; chitarre funky si alternano a chitarre folk, basso e batteria riempiono e si sostengono a vicenda, e Joss in tutto questo passa da uno all’altro strumentista, cercandone la giusta intesa; il tutto riuscendo a mantenere il contatto con il pubblico.

L’apice si ha con I put a spell on you, dove ogni musicista tira fuori il meglio di se, tra assoli, coriste, il calzino color puffo del tastierista che tiene il tempo e la chiusura dettata da Iannacone, con il basso che funge da bacchetta. Siamo quasi alle battute finali, infatti dopo la classica breve uscita, e conseguente rientro, trovano spazio altri brani e suggestioni, è il momento per dell’altro romanticismo da voce e chitarra, con Landlord e l’acclamata Right to be wrong, dove la “poesia” viene persa sul finale, interpretato talmente tante volte che lo usa in chiave ironica, condividendo i sorrisi di tutti.

Ultimi brani, dolci e sentiti, con la solita gestualità di Joss che sembra accarezzare la musica, e sfruttarne le onde nella loro morbidezza sonora; grinta e delicatezza, dosate e miscelate dal talento e dall’esperienza.

Un’artista che dopo i successi da classifica, ha sempre cercato di arricchire il proprio talento collaborando con nuovi musicisti, certamente non per puri scopi commerciali dettati da etichette, ma per trovare nella musica un mezzo per arrivare alle persone, indifferentemente dalla posizione geografica e delimitata da confini culturali o territoriali, o anche più semplicemente, mettendo in sintonia le stesse persone che erano sotto il palco, con quelle che hanno preferito rimanere seduti; non conta la posizione, ma conta essere in ascolto.