L O O M  &  V A N I S H


Articolo di Antonio Spanò Greco

Ormai ci ho preso gusto nell’accompagnare l’intervista ad un giovane artista con la recensione del suo imminente lavoro. Questa nuova puntata di Loom & Vanish è dedicata a Cristian Secco, chitarrista trevigiano di 25 anni ma con alle spalle già 10 anni di palchi, partecipazioni e collaborazioni varie, soprannominato il “cowboy delle tre provincie”, impossibile non notarlo ai concerti dei più svariati artisti a cui, quando non suona direttamente, partecipa. Il prossimo 8 novembre uscirà ufficialmente Dead End & A Little Light, l’album d’esordio della Chris Horses Band, da lui fondata e capitanata.

L’intervista

Ciao Cristian, parlaci un po’ di te, dei tuoi inizi e di come è nata la tua passione

Ciao! Beh, questo è per me il decimo anniversario “on stage”, ma il mio percorso musicale è partito all’incirca nel 2003/2004, quando ho intrapreso lo studio della voce attraverso il “Metodo Funzionale della Voce” e del pianoforte classico. L’amore per la chitarra è arrivato nel 2007, dopo fatti personali abbastanza pesanti che mi hanno fatto prendere una decisione seria e concreta sul mio futuro. La Passione per la Musica, comunque, ha sempre fatto parte di me: mio padre, quand’ero piccolo, mi faceva ascoltare Neil Young, The Eagles, Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers, ma anche una bella dose di Toto e affini, mentre mia madre ha sempre avuto la Passione per il canto, tanto che anni fa è stata una cantante di liscio professionista.

Le collaborazioni che hai avuto fin qui?

In questi dieci anni ho avuto il piacere e l’onore di suonare in varie formazioni completamente diverse tra loro, passando dal Classic Rock all’Heavy Metal, tanto Southern Rock e, ovviamente, Blues, Country, Folk e affini. Ho condiviso il palco con molti Artisti italiani ed internazionali, come Mark Geary, Joe D’Urso, Keegan McInroe, Sommossa, Damien McFly, The Orphan Brigade, Simeon Soul Charger, Bob Wayne e tanti altri (la mia memoria è sempre messa a dura prova!)

Possiamo definire quest’album il tuo esordio?

Ni, nel senso che non è il primo album che registro, ma sicuramente è il lavoro più intimo, profondo e personale che io abbia mai creato. Ne sentivo la necessità.

I brani sono tutti originali. Come sono nati?

Sì, sono tutti brani originali nati in modi diversi. Alcuni li avevo già composti in passato, chitarra acustica e voce, mentre quelli più recenti si sono sviluppati jammando in sala prove.

Quando non suoni o non ci vediamo ai concerti, cosa fai?

Penso troppo. E questo è un dato di fatto! A parte gli scherzi, sono insegnante di chitarra presso un’associazione culturale trevigiana e impartisco anche lezioni private.

I tuoi riferimenti sono, oserei dire, evidenti, ma dimmi tre nomi e tre dischi che ti hanno folgorato, che porti nel cuore

 Domanda molto difficile (e molto variabile). Al momento se dovessi scegliere i miei tre “dischi del cuore” ti direi “(Pronounced ‘Leh-‘nérd ‘Skin-‘nérd)” dei Lynyrd Skynyrd, “Eat A Peach” della Allman Brothers Band e, a pari merito, “After The Gold Rush” / “Rust Never Sleeps” di Neil Young & Crazy Horse.

Com’è la scena live del Veneto? Ti dico questo perché mi sembra molto intensa, vedo che ci sono molti locali che propongono musica!!!

La situazione è dura, del resto non è una novità, ma in questa zona (ti parlo delle “tre province”, cioè dove si incontrano Venezia, Treviso e Padova) abbiamo qualche oasi di salvezza, ovvero dei locali che, invece di farsi la guerra tra di loro, scelgono di collaborare e di lasciare spazio alla Musica inedita. Dal punto di vista puramente musicale, invece, possiamo considerarci fortunati: siamo circondati da Amici e colleghi davvero talentuosi.

Parlami dei testi. Chi li ha scritti e che temi tratti in questo album?

Mi sono occupato personalmente di tutti i testi. L’intero album potrebbe essere descritto come una sorta di “concept” sul percorso che dall’Oscurità porta verso la Luce. Credo che chiunque (o quasi) possa riconoscersi in questi testi ed essendo io stesso nel mezzo di questo percorso, ho sentito il bisogno e la necessità di tradurre in parole e musica tutto questo insieme di sensazioni, sia positive che negative.

Il risultato finale è come lo volevi o durante il percorso hai scoperto o, meglio, trovato soluzioni che non immaginavi?

Le soluzioni “particolari” le abbiamo trovate suonando tutti assieme in sala prove, mentre per quel che riguarda il risultato finale posso ritenermi completamente soddisfatto. Per la prima volta mi sento rappresentato al 100% da ciò che abbiamo creato.

Parlaci dei componenti della band

Quando ho finalmente deciso di formare questa band, avevo già le idee molto chiare. Il primo a cui ho chiesto di unirsi a me è stato Marcus T (Marco Tirenna), batterista “non convenzionale” col quale già suonavo in un altro progetto di Musica inedita e con cui mi son trovato in perfetta sintonia sin dalla prima nota. Al basso ho fortemente voluto Marco Quagliato, anche lui molto versatile e dalla mentalità aperta (e con cui già avevo condiviso parecchie esperienze on stage). Al sax, oltre che al flauto e alle tastiere, c’è Giulio Jesi, giovane talentuoso amante della buona Musica Americana, che ho visto crescere personalmente dato che ha studiato per anni all’interno dell’associazione culturale nella quale insegno. Inizialmente avevo pensato a un altro chitarrista per questo progetto (Joe Bianco che appare nella quinta traccia), ma per una serie di (dis)avventure mi sono ritrovato a casa Mattia “Reez” Rienzi. Abbiamo legato subito sia musicalmente che umanamente e dopo qualche giorno l’ho invitato alla prima prova. Il nostro “sesto membro”, ma non meno importante, è Sara Bao: colei che mi ha spronato a creare tutta questa folle carovana e che fa in modo di far andare avanti il tutto per il verso giusto.

Cosa ascolti ultimamente e cosa ti è piaciuto di più?

Come al solito ascolto una quantità indescrivibile di Musica, di tutti i tipi. È molto difficile per me rispondere a domande del genere, ma posso dirti senza problemi che i dischi recenti che più mi hanno colpito sono “Morning Songs & Midnight Lullabies” degli Amici Gospel Book Revisited e “In Cauda Venenum” degli Opeth.

Questa estate avete suonato fuori dai confini italici. Ci parli di questa esperienza?

È stata una grande avventura!! Non siamo andati in viaggio a nome “Chris Horses Band”, anche se buona parte del gruppo era a bordo, ma siamo semplicemente partiti assieme a dei cari Amici musicisti alla volta di Praga. Suonare per le strade di quella città magica è stato meravigliosamente appagante e divertente. C’era Musica suonata in ogni angolo e vicolo della “Old Town” e abbiamo davvero goduto appieno di questa esperienza.

Di tutti i concerti cui hai assistito qual è stato il migliore?

Altra domanda tosta… Ogni concerto al quale ho assistito mi ha dato qualcosa, anche se alcuni mi hanno scombussolato a livello emotivo in modo davvero intenso, come, ad esempio, Neil Young & Crazy Horse (Lucca, 2013), David Crosby (Milano, 2018), Tedeschi Trucks Band (Milano 2017 / Trieste 2019) e Glen Hansard (Gardone Riviera, 2019).

Nel disco quante chitarre hai usato? Hai usato effetti particolari?

Ho usato una Gibson SG del 1997, una Harley-Benton HB-35Plus, una Telecaster di liuteria e una Takamine Jumbo acustica. Non ho utilizzato molti effetti (sono più tipo da “plug’n’play”). Per quello bisogna chiedere a Reez!

Avete registrato in presa diretta?

Abbiamo registrato quasi tutto in presa diretta, old school. In regia abbiamo registrato solo le voci e qualche sovra incisione.

Quanto tempo dedichi giornalmente alla chitarra?

All’incirca mezza giornata, ma questo perché fa parte del mio lavoro (al pomeriggio scuola e alla sera prove / concerti).

Degli otto brani editi ce n’è uno a cui sei legato particolarmente?

Sono tutti molto importanti per me, ma “Lost” occupa uno spazio speciale, dato che è il pezzo che ha dato inizio a tutto.

Il nome dato alla band? Ricorda in qualche modo i Crazy Horse, è un caso?

In realtà è un omaggio al nonno materno Giovanni Pavan, detto “Gianni dei Cavai” (Gianni dei Cavalli in Veneto). Non sono mai riuscito a conoscerlo bene di persona, ma sempre più spesso mi dicono che gli somiglio davvero molto, sia nel modo di essere che nel modo di fare e pensare. Indosso abitualmente un cappello da Cowboy proprio per rendergli onore.

E il titolo dell’album?

È sempre legato al concetto dell’intero lavoro, ovvero il percorso che va dall’Oscurità, una strada senza uscita (Dead End), che porta verso la Luce (A Little Light).

Il tuo sogno nel cassetto?

Continuare a fare quello che sto facendo. Come cantava il buon Willie Nelson: “The life I love is makin’ Music with my Friends and I can’t wait to get on the road again!

La tua birra preferita?

Amo le birre di stampo inglese, preferibilmente in pompa o comunque con poco gas. Al momento direi la Pale Ale in pompa del Birrificio del Doge.

Le città che vorresti visitare?

Vorrei visitare il più possibile la Scandinavia e i Paesi del Nord Europa. Se dovessi scegliere anche qualche città oltreoceano direi New Orleans e Austin su tutte.

Hai brani inediti già scritti?

Certamente! Ho già qualcosa che bolle in pentola.

Cris, per finire dimmi a chi dedichi il tuo nuovo album

La mia dedica personale è già all’interno dell’album. In generale lo dedico a chi non ha mai avuto nessuna dedica.

La recensione

Un viaggio intenso attraverso le insidie che solo la nostra mente sa come piazzare nel percorso verso la luce che, in fondo, tutti noi andiamo a cercare”. Poche parole, ma significative, per spiegare il filo conduttore che lega i brani dell’album: 8 tracce per 40 minuti circa di rock targato U.S.A. dove i riferimenti a Neil Young e Allman Brothers Band sono d’obbligo ma che i giovani rocker cercano, acquisite le lezioni dei maestri, di riproporre con un cocktail di rock, blues, funky, country e un pizzico di psichedelia che risulta ben amalgamato e godibile all’ascolto. Al recente Blues Made In Italy di Cerea il set della band è stato ben accolto dalla platea che nel Veneto ha già un discreto seguito; con questo lavoro di sicuro sapranno farsi apprezzare anche oltre i confini regionali e non solo.

Cristian Secco alla chitarra e alla voce, Mattia Rienzi alla chitarra, Marco Quagliato al basso, Giulio Jesi al sax, flauto e tastiere e Marco Tirenna alla batteria hanno creato un sound particolare ed originale, che mette in evidenza le varie esperienze musicali dei singoli. Dead End apre le danze, rock tirato, la sezione ritmica detta i tempi alle scorribande chitarristiche di Cristian e Mattia, brano che dal vivo crea già la giusta atmosfera. Nel seguente In Silence si assaporano i suoni southern e le sue ballate grezze e pulsanti mentre Night è una ballata country rock delicata e impreziosita dal sax di Giulio e da inserti psichedelici che la rendono cupa e fascinosa, bel pezzo. The Only Shelter si addentra maggiormente nei confini country, l’America non è poi così lontana e la seguente Lost prosegue il viaggio nelle distese infinite con una dolcissima ballata country da scaldare l’animo. 24 Hours Of Sleep riprende il ritmo con un riff incessante e spregiudicato, ottimi gli inserti dei fiati e delle chitarre. This Old Town mi riporta indietro a vecchi amori, ballata evocativa e intrigante, 8 minuti dove la mente spazia tra ricordi e sogni. La stupenda A Little Light conclude questo viaggio con un ritmo funkeggiante quasi a celebrare la fine del viaggio e il ritrovarsi tutti insieme a mangiare, bere, cantare e ballare.

La Chris Horses Band ha costruito un piccolo gioiellino, un amuleto contro le avversità della vita, un variegato intruglio di sudore, lacrime e gioia da bere a grandi sorsate fino a spegnerne la sete. Bravi! Partecipano alla buona riuscita dell’album anche le voci di Daniela Boem, Diletta Pellizzer e Edoardo Fusaro, la voce e la chitarra acustica di Damien McFly e Joe Bianco e le percussioni di Gianni Bordin e Alberto Pigazzi. Registrato negli Studios Teatro delle Voci in Treviso con l’aiuto di Edoardo Pellizzari e Damiano Ferrari come studio engineer e Collin Jordan come master engineer. Da segnalare l’ottimo art work di Antonio Boschi e A-Z Blues.