T E A T R O


Articolo di Nicola Barin

Che la natura umana presenti aspetti inattesi e conflittuali lo ha testimoniato con dovizia il romanzo e il teatro Novecentesco, che hanno posto l’attenzione sulla crisi dell’io. La stagione del Teatro Nuovo di Verona continua con il componimento teatrale del giovane tragediografo Davide Sacco che si appropria della crisi della soggettività moderna e la trasporta splendidamente sul palcoscenico. Suoi complici due giovani, ma già affermati attori, come Lino Guanciale e Francesco Montanari.


Lo spunto è l’incontro tra Paul Veres, famoso proprietario di un nota azienda d’armi, anche denominato “l’uomo più crudele del mondo”, e il giovane giornalista di un piccolo quotidiano che lo deve intervistare. Sacco delinea con furbizia una situazione che dovrebbe essere chiara e accomodante in partenza: da una parte il complesso e senza scrupoli imprenditore di successo e dall’altra il giornalista inerme e ingenuo.

Nel momento in cui i due contesti appaiono consolidarsi e prendere piede, si insinua il dubbio: in una dialettica Signore-Servo di stampo Hegeliano le situazioni precipitano. Veres offre un enorme somma di denaro al giornalista per ammazzarlo e nel contempo tenta di varcare la soglia più intima e recondita della sua interiorità, inducendolo a portare in superficie i pensieri più ripugnanti ed esecrabili. La violenza verbale, la follia, e una sorta di complicità, unisce i due in un gioco al massacro che pare quasi inverosimile e viene spinto iperbolicamente al limite. A questo punto il dubbio che qualcosa d’altro si celi, una verità scomoda, indicibile, fa capolino nella nostra mente.

I due attori non si risparmiano nemmeno fisicamente scontrandosi in una ambientazione scenografica quasi apocalittica che ricorda il teatro di Samuel Beckett e di Eugène Ionesco. Sacco sfida lo spettatore mettendolo a dura prova, toccando argomenti etici scottanti e difficili che coinvolgono il denaro, l’identità, l’opportunismo, il concetto personale e collettivo di bene e male. Siamo travolti in una sequenza continua che sfugge e che “esagera” impunemente. Improvvisamente il finale: secco, che lascia l’amaro in bocca da tanto è preciso e veloce. Non c’è nessuna ridondanza o affettazione nella piece che, in poco meno di un’ora, corrode molte certezze, spazza via i luoghi comuni e ci offre un finale, che non  svelerò, tagliente come un rasoio puntato alla gola dello spettatore.

Photo © Flavia Tartaglia

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