T E A T R O
Articolo e fotografie di Rossana Ghigo
Il gruppo teatrale L’Attrito di Imperia approda allo Spazio Alda Merini di Milano con lo spettacolo Malacarne, tratto dal libro di Annacarla Valeriano, in occasione della rassegna autunnale di poesia a Casa di Alda. Il Teatro dell’Attrito di Imperia, realtà indipendente spesso impegnata in teatro civile, umano, necessario, ha raccontato la storia delle donne costrette nei manicomi nell’epoca fascista narrata e documentata con lettere originali delle protagoniste nel saggio della Valeriano. Attraverso uno spettacolo meravigliosamente evocativo, ha donato voce e anima a storie spesso rese mute dalla stigmatizzazione sociale e istituzionale. Molte di queste donne non erano “malate” secondo criteri razionali, ma considerate “diverse”: ribelli, outsider, fragili, scomode. “Malacarne” significa esattamente questo: carne umana ritenuta malata, da isolare, da cancellare. Uno spettacolo che non celebra ma denuncia: non glorifica la sofferenza, ma la rende visibile.

In questo senso, il racconto, inserito nella rassegna A casa di Alda curata da Donatella Massimilla risuona come memoria, empatia e verità che da sempre anima lo Spazio Alda Merini. La rappresentazione è affidata a un cast corale ma al tempo stesso intensamente personale. In scena Cristina Pinna, Mary Albanese, Patrizia Petri, Cristina Belvedere, Giovanna Acquarone, Elena Barcellona, Pamela Pepiciello, e Renato Donati, figura maschile unica nel gruppo. Ciascuna attrice non rappresenta un singolo personaggio di fantasia, ma incarna donne realmente esistite, vittime di un sistema che le ha rese invisibili perché non conformi all’ideale di normalità imposto da una società patriarcale e autoritaria. La presenza di Renato Donati come unica figura maschile del cast aggiunge una tensione particolare suggerendo una coscienza che non può restare neutra di fronte all’oblio. In parole sue, interpretare «a pochi metri dalla stanza da letto di Alda Merini» è stato «profondamente emozionante». Questo ensemble, guidato dall’urgenza di dare forma a un dolore storico, rende lo spettacolo un’esperienza di condivisione: ciascuno sul palco parla “per conto di”, diventa portavoce di chi non ha potuto raccontarsi.
Il libro di Annacarla Valeriano non è un romanzo ma una ricerca storico-sociale fondata su materiali di archivio: cartelle cliniche, relazioni mediche, fotografie, diari, lettere, documenti inediti. Attraverso questi dati l’autrice ricompone una genealogia di vite escluse, quasi cancellate. Le donne descritte non sono astratte. Sono madri, figlie, ragazze, spesso violate da traumi, dalla guerra, dalla povertà, dalla solitudine. Molte finirono nel manicomio semplicemente perché non si adattavano all’ideale femminile dell’epoca: madre sposa, moglie devota, custode morale della casa. Chi non rientrava in quel paradigma veniva internata. Il fascismo utilizzò il dispositivo manicomiale come strumento di controllo sociale: la “malacarne” incarnava coloro che dovevano essere allontanate per preservare un ordine “morale e biologico”. Molte di queste figure resistettero: nella dignità, nella memoria, nell’umanità. Le loro voci, ritrovate e raccolte, restituiscono con chiarezza l’orrore, ma anche la sorprendente vitalità di chi, nonostante tutto, non si arrese.

È questo materiale crudo, vero, doloroso che il Teatro dell’Attrito prende e trasforma in arte: perché la memoria non resti relegata nei fascicoli di un archivio, ma diventi esperienza viva, condivisa, comunitaria. Portare questo racconto nello Spazio Alda Merini significa fare molto più di un gesto simbolico. Significa interrogare il presente con gli occhi del passato: ricordare che la follia, l’emarginazione, la “diversità” sono spesso etichette imposte, non diagnosi vere. Significa dare dignità a chi è stato umiliato, cancellato, torturato dall’indifferenza. Il festival A casa di Alda, diretto da Donatella Massimilla, ambisce proprio a questo: creare uno spazio in cui poesia, teatro, memoria e impegno sociale dialogano, si richiamano, si alimentano.
Nel contesto di Milano, città che fu casa di Alda Merini, l’evento acquista una valenza ulteriore. Alda, che visse in prima persona l’esperienza del manicomio, trasformò il dolore in versi, la rinchiusura in linguaggio e divenne una delle voci più autentiche e amate della poesia italiana. Far risuonare Malacarne proprio lì, in uno spazio che porta il suo nome, ha un effetto potente: non solo una rappresentazione teatrale, ma un gesto di memoria attiva, una restituzione di identità.

La data del due novembre poi assume doppia valenza emotiva. Da un lato il giorno per antonomasia di commemorazione e di ricordo ma anche giorno successivo a quello che ha segnato la dipartita corporale di Alda nel 2009. Un’assenza, per l’appunto, solo fisica, mai mentale e mai sentimentale. La sua potenza espressiva risuona fortissima dentro ogni persona che l’ha amata, vissuta, letta ed è impossibile non portarla dentro l’anima. Gli artisti sono visibilmente commossi e profondamente emozionati. Si taglia l’aria con amore e con pathos come è giusto che sia. In questo luogo speciale si mescola vita e sangue, sofferenza e speranza. Il pubblico che gremisce la sala è rapito e chiuso nella morsa della fortissima tensione emotiva.
Il cuore dell’organizzazione del festival pulsa all’unisono con quello di Donatella Massimilla, regista e drammaturga, direttrice artistica dello Spazio Alda Merini e del gruppo che dà vita alla rassegna. Una donna dalla vitalità e dalla carica artistica che rapisce e trascina. Un uragano di idee, creatività e sensibilità. È sotto la sua guida che A casa di Alda prende forma: una programmazione attenta a un teatro d’arte sociale, inclusivo, che sappia unire poesia e impegno, memoria e attualità. Insieme a lei, fra gli artisti che portano avanti questo orizzonte, emerge la figura di Gilberta Crispino: nome noto per il suo impegno nel teatro di denuncia e nella drammaturgia civile. La collaborazione di Massimilla e Crispino testimonia una visione: il teatro non come evasione, ma come luogo di verità, memoria, rigenerazione. Un teatro che non si limita a rappresentare, ma che interroga, scuote, risveglia.

Assistere alla rappresentazione di Malacarne è un atto di gentilezza verso la memoria. Un’esperienza condivisa di pietà e compassione, di indignazione e speranza. Si riconosce che la follia non è formula, non è condanna: è spesso il risultato di una società crudele, di pregiudizi spaventosi, di leggi morali e sociali che hanno stabilito cosa è normale e cosa no. E in un luogo come lo Spazio Alda Merini dove la voce, la fragilità, la poesia furono vissute, soffocate, riscattate questa restituzione assume il sapore di un riscatto collettivo, di un atto di bellezza e protesta insieme. L’esibizione così profonda, vissuta e intensa ha regalato un’esperienza indimenticabile che è stata presente già nel primo pomeriggio con il backstage. Lo sguardo di Alda vegliava sul gruppo di lavoro, come una madre proteggeva e accoglieva, si respirava vivo e tangibile tra le sue cose. Il portone di casa con i numeri di telefono appuntati con l’immancabile rossetto, gli scatti fotografici di Grittini e di altri poeti della fotografia che la immortalarono nei suoi Navigli, i suoi libri, gli oggetti personali più cari. Tutto questo ha reso l’atmosfera assolutamente densa di significato e di profondità. Un incontro di anime, un connubio che travolge e lascia un segno profondo, che non si spegne nel cuore, ma che cresce giorno dopo giorno come una coscienza che respira e che, attraverso l’arte e la poesia, sorvola la cattiveria umana.
Come diceva Alda «la casa della poesia non avrà mai porte». «Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita», un aforisma potente che sottolinea la natura sfuggente, libera e inafferrabile dell’anima poetica, come qualcosa di troppo etereo e selvaggio per essere imprigionato da catene materiali o concettuali, riflettendo la sua visione della poesia come un’esperienza trascendente legata al silenzio, alla notte e a una libertà interiore radicale. E tutto questo è stato riportato in scena in forma liquida, vivida. Un fiume che scorre in piena liberatoria. Un applauso senza fine.






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