R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Alcuni artisti, invece di limitarsi a raccontare il proprio tempo, provano ad immaginarsene uno diverso. Con The Myth We Choose, lo sciamanico pianista terapeuta Nduduzo Makhathini – leggi qui – appartiene senza esitazione a questa categoria, consegnando un lavoro che sembra nascere da una riflessione molto più ampia che non incentrata su una semplice raccolta di composizioni musicali. È un album che non solo interroga il presente ma lo mette in rapporto con il passato e con ciò che ancora dovrà arrivare, senza trasformare questo percorso in un puro esercizio intellettuale. Makhathini si conferma un vero eccentrico, un artista cioè capace di sfuggire alle convenzioni senza necessariamente ostentare la propria diversità. Il suo è un pianismo misurato ma aperto alle escursioni oltre tonalità, sempre interessato a cercare nuove possibilità espressive non interrompendo il proprio filo narrativo. Accanto al trio che da tempo rappresenta il cuore della sua musica – il contrabbassista Dalisu Ndlazi e il batterista Lukmil Perez – l’arrivo di nuovi interpreti amplia il raggio d’azione, musicisti che nomineremo in concomitanza con l’analisi dei singoli brani.

La tromba di Robin Fassie e gli altri ospiti non svolgono il ruolo di semplici comparse attorno ad un personaggio pittoresco – lo dico in termini empatici – come Makhathini, ma contribuiscono alla costruzione di una struttura sonora unitaria, nella quale ogni intervento aggiunge qualcosa di nuovo senza modificare la prospettiva dell’insieme. Una parte importante di questa costruzione arriva dall’introduzione di pulsazioni più contemporanee e di leggere elaborazioni elettroniche, suggerite anche dal contributo del figlio diciottenne Thingo Makhathini. Non si tratta di semplici sovrapposizioni decorative ma di una nuova semina che amplia il lessico dell’ensemble senza alterarne l’identità. Il risultato è un collage che risuona con echi quasi sacrali, nel quale strumenti acustici, timbri digitali e silenzi convivono con naturalezza. La cifra stilistica rimane quella di una musica profondamente lirica. Lo stesso Makhathini interviene spesso con la voce, non tanto e non solo per costruire vere linee vocali quanto per suggerire presenze, evocazioni, sospiri che sembrano fondersi con il pianoforte. Ne nascono canti nei quali il confine fra il parlato e la melodia perde progressivamente importanza. Il richiamo alla grande tradizione del jazz sudafricano è evidente, così come l’affinità spirituale con Abdullah Ibrahim, soprattutto nella capacità di lasciare che siano particolarità come il tempo dilatato e il peso di ogni nota a guidare l’ascolto. Potremmo parlare di The Myth… come di un’aneddotica composita, dove episodi personali, memoria condivisa, dimensione spirituale e ricerca sonora si intrecciano fino a formare un’unica narrazione. Tutto converge verso una visione nella quale il talento non coincide semplicemente con la padronanza tecnica, ma con la capacità di dare forma a un pensiero musicale coerente e necessario. L’intero progetto ruota attorno all’idea che le opere artistiche contribuiscano a determinare il modo in cui una comunità costruisce il proprio immaginario, quei miti di appartenenza e di crescita ad essa connaturate. In un periodo come la nostra epoca, ripiegata su sé stessa, questa prospettiva assume un valore quasi politico. Makhathini sembra ricordarci che il futuro dipende anche dalle narrazioni che decidiamo di tramandare e che l’arte può ancora esercitare una responsabilità collettiva. Così come il linguaggio verbale determina lo spirito del mondo in cui viviamo, la koinè musicale ne profila il sentimento e queste due lingue espressive si riflettono a loro volta su ciò che effettivamente siamo nel profondo, al netto di tutte le apparenze e le maschere che indossiamo. In questo album emerge il paradosso dell’eccezionalità di un evento normale. Nulla, in apparenza, è spettacolare. Un trio, alcuni ospiti, melodie raccolte, ritmi mai invasivi. Eppure proprio questo jazz di apparente semplicità produce un ipostasi dell’autentico che si traduce in una magmatica densità di significato. Ogni episodio sembra custodire una forza poetica silenziosa che cresce lentamente, senza ricorrere a effetti teatrali. L’impressione che ci lascia è come trovarsi davanti a una musica benedetta dalla nascita, capace di generare uno spazio di ascolto che invita alla riflessione più che all’intrattenimento. Non è un repertorio costruito per stupire immediatamente, ma un’opera che modifica gradualmente la percezione individuale, quasi imponesse all’ascoltatore benefiche potature sinaptiche, liberandolo dal rumore che accompagna la quotidianità. L’album in questione rappresenta una riserva di paradiso, un luogo mentale nel quale sostare, ritrovando un diverso rapporto con il tempo e con il silenzio. L’ascolto, tuttavia, richiede disponibilità. Non è una meta voyeurstica per chi cerca emozioni facili o virtuosismi esibiti. Al contrario, domanda partecipazione, attenzione ma soprattutto la volontà di lasciarsi trasformare dal suo procedere lento e meditativo. La ricompensa è notevole, perché ogni ritorno sull’album è una nuova discesa nell’anima, un ulteriore viaggio verso la luce interiore.
Il primo incontro con questo lavoro è Kuzodlula, definita dallo stesso Makhathini come una meditazione sul perdono oltre l’imperdonabile. La tromba di Robin Fassie apre sul contrabbasso inizialmente stimolato dall’archetto e quasi da subito inizia il canto. La suggestione e i cori che seguono sono da brividi, il brano è molto lento e si avvertono i tipici schiocchi glottidei della voce presenti nella verbalizzazione zulu. Il pianoforte procede lirico, cercando qualche respiro out of tune, mentre la tromba s’intercala negli spazi del canto. Un avvio proprio folgorante. Imvunge KaNtu è un brano suonato a trio e cantato da Makhathini, con la sua voce ripresa e moltiplicata per suggerire un andamento corale. Ma l’elemento in assoluto più importante è il tentativo di realizzare un ibrido tra jazz contemporaneo e tradizione rituale africana. Ritmica complessa, rimpolpata dall’handclap. Il pianoforte viaggia con soluzioni armoniche all’avanguardia e con momenti più dilatati e riflessivi alla Omar Sosa. Kwamabili è una lenta ballad dall’ipotesi jarrettiana, con un carattere notturno ed intimo, risolta solo dal pianoforte e dal contrabbasso. Il modo di suonare dell’Autore evidenzia un profondo gusto melodico, come già si era potuto osservare nei suoi lavori precedenti, ma anche uno stimolo alla ricerca armonica sul modello del già citato Ibrahim. Anche Unembeza è giocata tutta in casa, tra Makhathini stesso e i sodali, Ndlazi e Perez. Un brano molto vicino alla tradizione sudafricana – ancora nominerei Ibrahim – ed infarcito di armonie gospel. Tutto sommato, il pezzo si presenta in modo più rassicurante e lineare rispetto a tutti gli altri. Lyoze Line Nangakithi è una sorta d’invocazione per la benedizione della pioggia. Pianoforte, contrabbasso e il flauto di Shabaka Hutchings – leggi qui – vengono solleticati da qualche effetto elettronico ma l’intero brano è un dialogo serrato e d’avanguardia proprio tra pianoforte e flauto, con qualche intervento vocale.

What People Say vede la presenza della moglie dell’Autore, Omagugu. La sua voce limpida con sfumature bronzee è impegnata in un brano a due facce, inizialmente una vera e propria canzone melodica che sembra addirittura provenire da un ipotetico American Songbook, resa però astratta dal gioco sostenuto tra pianoforte e contrabbasso. In un secondo tempo, Makhathini e Ndlazi modificano la traccia, virando verso un velato blues sui generis. Primordial Egg smuove la memoria di un mito quasi universale che nel mondo occidentale chiama in causa il racconto orfico della creazione e dell’Eros Protogonos. Questa volta il trio pianoforte, contrabbasso e batteria, vede Ayanda Sikade – leggi qui – sedersi sullo sgabello al posto di Perez. Quale miglior accenno alla primordialità che impostare un brano modale, molto dilatato, e con interventi percussivi disseminati lungo il percorso? Ekuqualeni rivede il trio originale ricomporsi tra effetti elettronici, vocoder compreso, in un brano che possiede sia il sapore dell’avanguardia sia qualche rimando classico per quegli accordi di pianoforte suonati con impeto e che si ripetono più volte nello stesso pezzo. Linwalo la Mubebi è tra i brani più consistenti e belli dell’album, se non il migliore in assoluto. Nel trio solito che affianca Makhathini, s’infila la voce di Muneyi, trentunenne cantante sudafricano, che sostiene lo struggimento di questa traccia dedicata all’amore paterno. L’andamento melodico e forse anche certe sfumature vocali mi hanno ricordato le inflessioni vocali di Paolo Angeli – leggi qui – e le sue melodie mediterranee. Ma non è solo questione di canto. Lo spazio creato dal pianoforte, l’assolo partecipato del contrabbasso, l’armonia con un itinere ipnotico, tutto contribuisce alla creazione di questo inno panteistico, commovente ed aereo. Umbono si avvale dell’affiancamento discreto del chitarrista Kenaan Ahrends con il pianoforte e la stessa chitarra che viaggiano inizialmente all’unisono per esporre il tema. Il brano si dispiega tranquillamente, tra l’assolo di Makhathini e il suo vocione che infila qualche commento parlato. Anche questo pezzo si sviluppa per lunghi tratti in forma modale, per poi abbandonare la rassicurante sponda armonica. Quasi sul finale ascoltiamo un fluido assolo di Ahrends. Segue poi una ripresa di Linwalo la Mubebi, una storia a due tra canto e pianoforte che rende questo brano ancora più introvertito ma che, d’altra parte, consente all’Autore – in questo pezzo partecipano alla composizione anche il cantante Muneyi ed il figlio di Makhathini, Thingo – qualche escursione lirica in più. Tethered s’avvale della voce vellutata della cantante Thando Zide e ciò che ne esce è un ottimo brano di soul-jazz, una ballata intrigante in cui brilla, oltre alla stessa Zide, ancora una volta il pianismo dell’Autore, mai domo, sempre alla ricerca di spunti eclettici di arricchimento armonico. Si ascolta, sullo sfondo, qualche nebulizzazione elettronica. Ongaphesheya torna a racchiudersi nel guscio protettivo del trio originale, dove il pianoforte insegue i pensieri taumaturgici di Makhathini, svagando e abbandonandosi alla voluttà improvvisativa del momento. Insomma, non c’è in questo album alcuna componente debole e la qualità generale resta sempre molto, molto alta. È la volta di un’altra ripresa, quella di What People Say, con il canto di Omagugu, un po’ meno intonato che non nel brano di riferimento, e gli effetti elettronici del dj Black Coffee. Altra ripresa, questa volta della traccia di apertura Kuzodlula, per solo piano senza alcun apporto vocale. Sembra quasi che Makhathini senta il bisogno di approfondire questa composizione, dilatando le pause, rallentandone le cadenze, inserendovi frammenti nuovi, meditando e rimescolando il tutto con l’arte dell’improvvisazione. Si chiude tutto con Zimthilili, dove torna alla batteria Sikade. L’atmosfera si alleggerisce e si rischiara. Ma forse, in questo album, non ci sono mai state evidenti nubi.
Nduduzo Makhathini ci ricorda che la musica può ancora essere un gesto di responsabilità, un luogo nel quale etica ed estetica tornano a riconoscersi senza subordinarsi l’una all’altra. Qui manca l’urgenza dell’immediato, The Myth We Choose sceglie invece il tempo lungo della maturazione, della contemplazione e dell’ascolto meditato. Più che un album, è un invito a ripensare il nostro modo di abitare il mondo. Perché i miti che scegliamo oggi saranno, inevitabilmente, la memoria di chi verrà dopo di noi. E se è vero, come sembra suggerire Makhathini, che ogni suono contribuisce a disegnare l’orizzonte dell’umano, allora queste pagine musicali rappresentano qualcosa di molto raro, non tanto la cronaca del presente, ma l’abbozzo di un futuro possibile.
Tracklist:
01. Kuzodlula (4:43)
02. Imvunge KaNtu (3:01)
03. Kwamabili (3:10)
04. Unembeza (4:24)
05. Liyoze Line Nangakithi (4:26)
06. What People Say (3:05)
07. Primordial Egg (2:31)
08. Ekuqaleni (2:16)
09. Ḽiṅwalo ḽa Mubebi (6:22)
10. Umbono (5:02)
11. Ḽiṅwalo ḽa Mubebi (reprise) (2:40)
12. Tethered (5:37)
13. Ongaphesheya (2:48)
14. What People Say (reprise) (6:24)
15. Kuzodlula (reprise) (2:26)
16. Zimthilili (5:08)
Photo © Siphiwe Mhlambi
Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.






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