R E C E N S I O N E


Recensione di Sabrina Tolve

Non ho mai pensato che gli Strokes fossero la rivoluzione che una parte della critica ha raccontato. La loro importanza storica è evidente, così come la capacità di aver definito un’estetica immediatamente riconoscibile all’inizio degli anni Duemila, ma spesso dietro quella reputazione ho trovato un rapporto piuttosto ambiguo fra influenza e originalità.
Reality Awaits mi è sembrato interessante proprio perché sembra consapevole di questo problema. La band non prova a rifare Is This It, e sarebbe persino inutile aspettarselo, al contrario prende il proprio repertorio di cliché – le chitarre intrecciate, il fraseggio asciutto, la ritmica newyorkese, l’atteggiamento svogliato di Casablancas – e cerca di sporcarlo. A volte ci riesce e altre volte sembra semplicemente applicare un filtro nuovo a una formula vecchia.

Gli Strokes fanno i conti da almeno venti anni con l’idea che il pubblico si è costruito di loro. Sembra siano nati come giovani salvatori del rock’n’roll newyorkese, per poi essere sopravvissuti alla propria stessa leggenda, ed essere diventati infine musicisti interessati solo a deformare quel suono che li aveva resi riconoscibili. Reality Awaits è il settimo album della band, arriva a sei anni da The New Abnormal e ancora una volta con Rick Rubin alla produzione. Nove brani, poco più di quaranta minuti e una scelta che mette immediatamente in discussione qualsiasi nostalgia per gli Strokes degli esordi: la voce di Julian Casablancas è spesso sottoposta a un uso massiccio dell’Auto-Tune, mentre le chitarre, il basso e la batteria cercano nuove combinazioni fra new wave, post-punk, glam, elettronica e pop. Proprio quest’uso dell’Auto-Tune è la cosa che mi ha perplessa maggiormente. Certo, può essere interpretato come una scelta estetica precisa – una voce artificialmente deformata dentro un disco che parla di alienazione, tecnologia, consumo, invecchiamento e difficoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che viene mediato, potrebbe diventare proprio un dispositivo di distanza, ma potrebbe essere anche un semplice espediente, e diventare parte del groove.

Ad ogni modo, l’album apre con Psycho Shit, forse uno dei tentativi più espliciti di rompere con l’immagine tradizionale della band. Un andamento lento, quasi doom, una tensione che cresce progressivamente e Casablancas trasformato in una presenza vocale distante, filtrata, quasi disincarnata. Dine N’Dash dà velocità, e ha il merito di possedere quella combinazione di immediatezza e stranezza che Reality Awaits cerca per buona parte della sua durata. Il brano procede con una sicurezza quasi classica, salvo poi deviare e cambiare direzione. Il risultato è uno dei momenti in cui gli Strokes sembrano più spontanei, meno preoccupati di dimostrare la propria capacità di essere diversi. È anche uno dei pezzi che ricordano perché, al di là della mitologia, questa band sa ancora scrivere una canzone capace di rimanere in testa. Lonely in the Future mi è sembrato un brano importante: ritorna la new wave degli Strokes, quella struttura fatta di chitarre precise e movimento ritmico, ma la superficie è più consumata, più stanca. Casablancas canta un futuro già diventato presente e lo fa attraverso una sequenza di riferimenti, battute e bersagli che comprende anche Anthony Fantano. Il problema è che l’ironia rischia di diventare una scorciatoia. Casablancas sembra continuamente consapevole di essere Julian Casablancas, di essere dentro gli Strokes, di essere osservato mentre osserva il mondo. È una forma di autocoscienza che può essere divertente, ma che alla lunga diventa anche una gabbia. Musicalmente, però, è uno dei brani più solidi del disco. Falling Out of Love è, al contrario, forse il brano che mostra meglio il limite dell’intero progetto. La melodia è bella, malinconica, quasi sorprendentemente classica. Il problema è che il trattamento vocale arriva a frapporsi fra la canzone e l’ascoltatore, e diventa una superficie che rende più difficile entrare emotivamente nel pezzo. Going to Babble On sembra un classico, ma è decisamente un brano poco interessato alla posa del giovane rocker. Going Shopping, singolo dell’album, è più semplice delle altre tracce, e forse proprio per questo funziona meglio. Il ritornello arriva, le chitarre fanno il loro lavoro, Casablancas può giocare con la voce senza sommergere completamente la canzone. Con Liar’s Remorse l’album entra nella zona più psichedelica. Il brano ha un andamento più dilatato e meno prevedibile, e qui l’Auto-Tune diventa quasi uno strumento supplementare, una patina che altera la percezione della voce. È anche uno dei casi in cui la stranezza, dopo qualche ascolto, comincia a funzionare. The Fruits of Conquest mi ha incuriosita molto, soprattutto dal punto di vista ritmico. C’è una componente disco-funk, una certa eleganza obliqua e una costruzione che parte quasi come un brano pop per poi diventare progressivamente più cupa, e dimostra che comunque gli Strokes riescono ancora a trovare delle novità all’interno del loro linguaggio. Chiude Tyrants of the Mellow Moon, che è forse il momento più controverso dell’album. È un brano lungo, dilatato, che per alcuni versi mi è sembrato abbia indebolito l’album. Forse un colpo netto avrebbe reso il brano – e l’album stesso – più incisivo.

Dopo il primo ascolto mi è sembrato che, dopo venticinque anni, gli Strokes abbiano deciso di iniziare a negoziare con la propria leggenda – ed è in questo senso che ho trovato l’album interessante. Come dicevo, non ho mai considerato gli Strokes intoccabili e Reality Awaits li mette in scena, li altera, li filtra e talvolta li prende in giro. La ritmica continua a muoversi dentro coordinate conosciute, le chitarre continuano a suonare nello stesso modo, Casablancas continua a interpretare il ruolo del cantante svogliato, sarcastico, malinconico e apparentemente distante – solo che ora lo fa attraverso una voce che sembra arrivare da un’altra dimensione.
Il risultato è diseguale.
Chi mi conosce sa che non sono assolutamente una fan dell’Auto-Tune, ma ammetto che in alcuni casi, in questo album, riesce davvero a trasformare la voce di Casablancas in un elemento estraniante. Ad ogni modo il disco è comunque più curioso del semplice ritorno nostalgico che avrebbe potuto essere. E questo, per una band che avrebbe potuto vivere per sempre dentro l’ombra del proprio esordio, non è poco. Gli Strokes continuano a essere una band estremamente riconoscibile, forse troppo direi. Ma almeno su Reality Awaits sembrano finalmente divertirsi a mettere in discussione quella riconoscibilità. Non è la demolizione della loro leggenda, né una sua definitiva consacrazione. E forse è proprio questa la realtà che li aspetta.

Tracklist:
01. Psycho Shit (5:24)
02. Dine N’Dash (5:03)
03. Lonely in the Future (3:20)
04. Falling out of Love (6:21)
05. Going to Babble On (4:06)
06. Going Shopping (4:19)
07. Liar’s Remorse (4:51)
08. The Fruits of Conquest (5:08)
09. Tyrants of the Mellow Moon (4:10)

Cover art © Untitled (Cowboy) 1989 courtesy of Richard Prince


Sabrina Tolve è con Off Topic dagli esordi, ha scritto di libri e teatro. Oggi si occupa di musica, prediligendo quella politica e sociale. Vive in Irlanda.  

Lascia un commento

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere