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Father John Misty – Chloë and the Next 20th Century (Bella Union, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

“La mia distruzione è in ritardo di un’ora”Buddy’s Rendevouz

Ci sono due modi in cui si può approcciare il nuovo lavoro di Josh Tillman aka Father John Misty; il primo è rilevare di un sound e un’ispirazione sempre più seppelliti nel passato remoto. Il secondo è lasciarsi affondare in queste undici gemme melodiche senza tempo, tra arrangiamenti orchestrali curatissimi, una voce mai così misurata che raramente si fa travolgere o diventa veicolo di istanze personali come nel passato recente. Sceglie di nascondersi dietro le storie dei suoi personaggi (la Chloe del titolo, ragazzina viziata e gelida, immune al fascino del nostro e che finirà suicida; la scrittrice autoreferenziale di Q4 e … un gatto di angora … morto!). La musica che le accompagna è un meraviglioso azzardo. Lontana (ma non troppo) dall’ispirazione seventies delle precedenti prove, ora si abbevera alle antiche fonti del Crooning, della tradizione del Great American Songbook e della Hollywood dell’epoca d’oro.

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Spiritualized – Everything Was Beautiful (Bella Union, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Jason Pierce, aka J. Spaceman, titolare del progetto Spiritualized, torna quattro anni dopo And Nothing Hurt con il suo nono disco Everything Was Beautiful. L’album non si discosta dal percorso iniziato nel 1990, cioè dalla presa di coscienza che l’esperienza “acida” degli Spaceman 3 era ormai giunta a compimento ed occorreva una ripresa da quel paradiso lisergico. Dalle ceneri di quell’avventura pioneristica la rinascita come una fenice in una nuova ragione sociale caratterizzata da una forma musicale più matura nella quale psichedelia, elettronica e shoegaze contribuirono a creare una commistione Space rock unica. Questa nuova raccolta di pezzi rappresenta però qualcosa di più che un ritorno al passato. Complice la situazione mondiale post pandemia, Jason Pierce ritorna a noi con un lavoro che guarda molto indietro, precisamente nel suo momento migliore, quello per intenderci di dischi quali Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space del 1997 (rimasto il suo capolavoro e summa della sua opera), e il successivo Let It Come Down del 2001. Che abbia deciso di far i conti con i bei tempi che furono lo si capisce anche dalla copertina di questa nuova raccolta nella quale, come accaduto in passato, ritroviamo la scatola di un farmaco rappresentante un elisir di felicità. Non si tratta però di Viagra, ma di una scatoletta di Everything Was Beautiful, una sorta di blister pieno di medicine che riportano al momento pre CoVid in cui tutto era bellissimo e più semplice.

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Beach House – Once Twice Melody (Bella Union, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Una premessa è d’obbligo. Siamo entrati ufficialmente nell’Era della Preview. Ricordate quei momenti nei quali si acquistava un LP, o un supporto fonografico in generale e non si vedeva l’ora di correre a casa per provare e assaporare una nuova emozione sonora? Certo, nei giorni, o mesi precedenti avevi potuto ascoltare qualcosa, un brano che infondesse in te la certezza che la tua band o il tuo artista preferito fossero una garanzia di qualità, ma nulla più. Attendevi, pazientavi e pregustavi il momento. A costo di sembrare o essere un boomer, vi dico che rimpiango questa sensazione. Come Johnny Marr e altri artisti, anche i Beach House, nell’anno di grazia 2022, si concedono questa proposta commerciale e pubblicano un disco “a puntate” e per l’esattezza quattro. Il disco è monolitico, costituito da diciotto canzoni, per la bellezza di oltre ottanta minuti. La qualità è alta e il duo di Baltimora è una garanzia ormai da anni. Un motto sportivo dice che “squadra che vince non si cambia”, ma si rinnova e, in questo senso, Victoria Legrand e Alex Scally hanno trovato una loro dimensione. La loro fabbrica dei sogni propone sin da subito una novità sostanziale, per la prima volta infatti, uno loro disco è autoprodotto, anche se, in quasi tutti i pezzi è presente la supervisione in sede di missaggio di Alan Moulder.

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Nell & The Flaming Lips – Where the Viaduct Looms (Bella Union, 2021)

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Recensione di Arianna Mancini

Inusuali allineamenti planetari nel cielo musicale. Alla voce: Nell Smith, una ragazza di 14 anni, alla sonorizzazione: The Flaming Lips; sul set siderale: nove brani di Nick Cave. L’inconsueto e  particolare lavoro scaturito da questa collisione, uscito lo scorso 26 novembre per Bella Union, prende il nome di Where the Viaduct Looms.

Come può compiersi una simile sinergia astrale? Questa è un’ulteriore conferma delle magiche coincidenze della musica, di come un semplice concerto possa sancire l’inizio di qualcosa di straordinario ed inaspettato. Il punto d’incontro si palesò allo Sled Island Music and Arts Festival di Calgary nel 2018, nel cui programma presenziavano anche The Flaming Lips. Nell Smith, originaria di Leeds (Regno Unito), dopo essersi trasferita in Canada con la famiglia, partecipò al concerto dei Lips proprio in quell’occasione. Non era una novizia dei loro spettacoli, a cui aveva più volte partecipato con i suoi genitori, fra le prime file e sempre vestita con lo stesso costume da pappagallo. È qui doveroso fare una precisazione, per chi non fosse familiare con i live di Wayne Coyne e soci. Le esibizioni dal vivo dei ragazzi psichedelici di Oklahoma City sono un piccolo viaggio nel Wonderland. I seguaci spesso si travestono con costumi da animali o con altri tipi di maschere, i settaggi delle luci sono sempre surreali e corredati da video sullo sfondo, coriandoli e palloncini si librano nell’aria… e, non ultimo, l’immancabile bolla di plastica a grandezza d’uomo dentro la quale Coyne attraversa il pubblico.

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Lost Horizons – In Quiet Moments (Bella Union Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

I Lost Horizons tornano alla ribalta con un nuovo album molto interessante. In Quiet Moments è un disco maturo e personale, che viene studiato come un doppio LP di 16 tracce, diviso in due periodi differenti, prodotto per la Bella Union Records, la prima trance di pezzi esce a Dicembre, la seconda vedrà la luce ad anno nuovo, per la precisione a Febbraio. All’interno troviamo la collaborazione di diversi ospiti di spessore, tra cui: John Grant, C. Duncan, Marissa Nadler, Penelope Isles. Ma anche band di rilievo della nuova e vecchia scena underground.

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The Flaming Lips – American Head (Bella Union, 2020)

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Articolo di Luca Franceschini

Non credo lo si sottolinei mai abbastanza, che il primo disco dei Flaming Lips è uscito nel 1986. La band dell’Oklahoma ha esordito sul mercato quando gli Smiths esistevano ancora, quando il Grunge, l’ultima vera rivoluzione del rock, era molto di là da venire e quando etichette come New Wave, Dark, Gothic, New Romantic, Synth Pop raccontavano una realtà presente e in divenire, non erano ancora relegati nelle pagine delle retrospettive storiche. L’altra cosa sorprendente, quando ci si pensa (non so voi ma a me ha sempre colpito tantissimo) è che sono arrivati al successo più o meno planetario ben 13 anni dopo l’esordio, se dobbiamo considerare The Soft Bulletin come il momento in cui anche il resto del mondo ha scoperto la loro esistenza. Non sono poi molti gli act che hanno varcato la soglia del mainstream dopo una così lunga permanenza nei circuiti underground (il caso più clamoroso è forse quello dei R.E.M., che sono quasi loro coetanei ma sono esplosi dopo molti meno anni) e già solo per questo meriterebbero ampia considerazione.

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Jonathan Wilson – Dixie Blur (Bella Union, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Ylenia Pepe

Dopo due anni dal suo ultimo lavoro da solista, il cantautore statunitense Jonathan Wilson ritorna in scena con un’entrata ad “effetto” perfetta; infatti, come si può vedere dalla copertina di questo album intitolato Dixie Blur, il musicista si presenta con la barba blu, cavalcando un cavallo sbizzarrito di colore giallo ed arancione che domina grazie ad uno scettro a forma di cuore, attraverso il quale sprigiona colori.

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