R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Non credo lo si sottolinei mai abbastanza, che il primo disco dei Flaming Lips è uscito nel 1986. La band dell’Oklahoma ha esordito sul mercato quando gli Smiths esistevano ancora, quando il Grunge, l’ultima vera rivoluzione del rock, era molto di là da venire e quando etichette come New Wave, Dark, Gothic, New Romantic, Synth Pop raccontavano una realtà presente e in divenire, non erano ancora relegati nelle pagine delle retrospettive storiche. L’altra cosa sorprendente, quando ci si pensa (non so voi ma a me ha sempre colpito tantissimo) è che sono arrivati al successo più o meno planetario ben 13 anni dopo l’esordio, se dobbiamo considerare The Soft Bulletin come il momento in cui anche il resto del mondo ha scoperto la loro esistenza. Non sono poi molti gli act che hanno varcato la soglia del mainstream dopo una così lunga permanenza nei circuiti underground (il caso più clamoroso è forse quello dei R.E.M., che sono quasi loro coetanei ma sono esplosi dopo molti meno anni) e già solo per questo meriterebbero ampia considerazione.

L’ennesimo disco in studio (che potrebbe essere il quindicesimo, senza contare le collaborazioni con altri artisti, gli Ep, gli album di cover, ecc.) arriva al termine di un periodo particolarmente intenso, fatto di un lavoro in studio (King’s Mouth, uscito lo scorso anno), un disco assieme alle Deap Valley e la celebrazione del ventennale di The Soft Bulletin, di cui è uscito un live con orchestra registrato francamente malissimo. Ascoltando i primi singoli, American Head suonava sorprendentemente lineare e comprensibile, per gli standard di una band che negli ultimi anni aveva assecondato sempre di più il suo lato sperimentale. L’ascolto dell’intero lavoro ha confermato questa impressione ma non pensate nemmeno per un istante di esservela cavata con così poco. Wayne Coyne è sempre stato un personaggio sui generis, e questo ben prima che iniziasse a fare concerti all’interno di una bolla gigante e a invitare sul palco figuranti dai costumi improbabili. D’altronde uno che ha il coraggio di pubblicare canzoni da ventiquattro ore e di scrivere canzoni dai titoli come “Talkin’ ‘Bout The Smiling Deathporn Immortality Blues” o “I Was Zapped By The Lucky Super Rainbow” non può certo fare le cose come le fanno tutti. E allora ecco che se ci addentriamo nei testi e nel concept di questo American Head, lo si scopre dominato da un non so che di folle e da un nonsense che non hanno nulla da invidiare al suo predecessore.

L’idea in breve è questa: la notizia del ricovero in ospedale e poi della morte di Tom Petty ha colto Coyne e la band in viaggio da Austin ad Oklahoma City, dove tuttora risiedono. È stata un’occasione per riflettere di come gli Heartbreakers siano stati, più di molti altri, un’autentica band americana e di come, nonostante la provenienza inequivocabile, i Flaming Lips non si siano mai considerati tali. Da qui tutta una catena di pensieri e domande: cosa significa avere messo in piedi una band in Oklahoma (ed abitarci ancora dopo così tanti anni, aggiungo io), esistono degli artisti che hanno davvero espresso con la loro musica l’essenza di questo stato? Che cosa sarebbe successo se Tom Petty e i suoi compagni avessero incontrato i fratelli più grandi di Wayne Coyne e questi ultimi avessero venduto loro della droga?
Non è uno scherzo. Il mastermind dei Lips, una volta a casa, si è riguardato “Running Down a Dream” (il bellissimo documentario di Peter Bogdanovich) e ha così recuperato l’informazione che nel 1974 gli Heartbreakers, in viaggio per la prima volta verso la California, si sarebbero fermati per una sosta di qualche giorno a Tulsa, Oklahoma. Coyne era ancora un tredicenne timido e insicuro ma i suoi fratelli, a quanto pare, frequentavano un giro di biker e si dilettavano nel consumo e nella compravendita di numerose sostanze. Da lì il passo è breve: Avrebbero potuto incontrarsi? Non lo avrebbero riconosciuto, visto che all’epoca non aveva ancora pubblicato il primo disco, ma avrebbero potuto. E allora ecco che la fantasia comincia a viaggiare e prende forma una sorta di “Lost Sessions” di brani composti dai futuri Heartbreakers, in acido per l’ottima roba rifilata loro da quei biker di Oklahoma City. E come avrebbe suonato, questa band immaginaria? Esattamente come una versione americana dei Flaming Lips oppure, se preferite, come degli Heartbreakers psichedelici. Nelle parole di Coyne, American Head è semplicemente il tentativo di far entrare la sua band all’interno della grande storia del Rock a stelle e strisce, sulla scia di nomi simbolo come Grateful Dead e Parliament Funkadelic.

Il risultato, lo dico senza troppi giri di parole, è il miglior disco dei Flaming Lips dai tempi di Yoshimi Battles The Pink Robots. E visto che stiamo parlando di quello che quasi all’unanimità è considerato il capolavoro della band (nonché uno degli album più importanti degli anni Zero) la mia potrebbe sembrare un’affermazione azzardata. Giudicherete voi. La verità è che Wayne Coyne e Steven Drozd per una volta hanno lasciato perdere le divagazioni sperimentali e si sono ricordati di essere anche (e forse soprattutto) dei grandissimi autori di canzoni. Detto fatto: American Head, se si esclude l’opener Will You Return/When You Come Down, che inizia come una cantilena ipnotica e si trasforma in una bucolica ballata Folk dalle atmosfere vagamente lisergiche e un paio di tracce strumentali dove c’è una maggiore componente elettronica e un po’ più di ricerca sonora, è semplicemente una raccolta di ballate. Ballate a la Flaming Lips, ovvio, quindi dove la malinconia algida che le ammanta più o meno tutte quante, non pare mai troppo forte da condizionarne l’umore e dove c’è sempre il sospetto che prima o poi arriverà un unicorno dagli occhi viola o qualche buffo personaggio colorato e improbabile a stemperare la tensione. Dopotutto siamo in un universo inventato per cui anche quando si parla di un figlio che confessa alla madre di avere assunto dell’LSD, o quando ci sono due fratelli che vanno al cinema fatti di Quaaludes o ancora, una donna che teme per il proprio uomo, braccato dalla polizia dopo aver ucciso uno spacciatore, o un ragazzo che dall’aldilà indirizza un messaggio alla propria madre dopo essere stato ucciso da un gruppo di rapinatori (qui Coyne ha raccontato una sua esperienza giovanile, anche se ovviamente nel suo caso non è morto!) dobbiamo sempre ricordarci che si tratta appunto di fiction, che niente di tutto questo è accaduto davvero, che questi sono i Flaming Lips che fanno finta di essere qualcun altro. Per cui anche tutti questi riferimenti “vintage” alle droghe, ad un universo Post Summer of Love che non esiste più, non devono essere intesi alla lettera: sono semplicemente il parto folle e spregiudicato di un artista che ha sempre voluto fare le cose alla sua maniera, senza piegarsi alla convenzionalità. Eppure, nel momento stesso in cui danno vita ad un concept variopinto e psichedelico, Wayne Coyne e Steven Drozd (col sempre indispensabile apporto di Dave Fridmann alla consolle) scrivono anche il loro personale album Roots e si riappropriano di una tradizione che per mille motivi non hanno mai guardando negli occhi.

Un disco di ballate, dicevamo. Ballate tristi, struggenti, dove la voce di Coyne, sempre più sottile col passare degli anni e sempre più gestita con mestiere, è sostenuta da una tessitura strumentale fatta di chitarre acustiche, piano, archi ed elettronica minimale, poche chitarre elettriche e una sezione ritmica che interviene con discrezione, unitamente ad un lavoro di produzione che, nonostante la pulizia generale del suono, non stempera quella ruvidezza e quella sensazione di rumore di fondo  che è sempre stata un po’ uno dei marchi di fabbrica di questa band.

Si fa fatica a crederlo ma non c’è un solo pezzo brutto: Flowers of Neptune 6, lentissima e indolente, Dinosaurs on the Mountain, con voci filtrate e tappeto elettronico, evocazione nostalgica di quelli che per Coyne sono “probabilmente gli ultimi ricordi che ho prima che mi accorgessi dei pericoli e della tristezza del mondo”; e poi At the Movies on Quaaludes, col suo accompagnamento pianistico e orchestrale, God and the Policeman, dove Coyne duetta con Kacey Musgrave; il tutto che sfocia nel trittico Mother I’ve Taken LSD, Brother Eye (che ha una sorta di break schizzato in stile Country ma che per il resto si mantiene fedele al mood generale) e Mother Please Don’t Be Sad, che non solo costituisce l’apice indiscusso del disco ma anche (ancora una volta, perdonatemi se esagero) uno dei momenti di intensità e ispirazione più alti mai espressi dai Flaming Lips in tutta la loro carriera.

Come se non bastasse, a chiudere il tutto arriva l’interessante intuizione di My Religion is You che, accompagnata anche da un video molto evocativo, con Coyne che canta con in mano dei fiori giganteschi, sullo sfondo di un roveto ardente di mosaica memoria, pone degli interrogativi provocanti: com’è possibile che Gesù Cristo abbia dato la vita per gli uomini? Com’è possibile che si possa morire per un’altra persona? E ancora: dire alla persona amata “La mia religione sei tu” è abbastanza per ritenere di aver trovato ciò che dà senso alla vita?

Un disco bellissimo, la risposta ideale a chi li considerava da tempo un gruppo finito.

Tracklist
01. Will You Return / When You Come Down
02. Watching the Lightbugs Glow
03. Flowers Of Neptune 6
04. Dinosaurs On The Mountain
05. At The Movies On Quaaludes
06. Mother I’ve Taken LSD
07. Brother Eye
08. You n Me Sellin’ Weed
09. Mother Please Don’t Be Sad
10. When We Die When We’re High
11. Assassins of Youth
12. God and the Policeman (Feat. Kacey Musgraves)
13. My Religion Is You