R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

I Lost Horizons tornano alla ribalta con un nuovo album molto interessante. In Quiet Moments è un disco maturo e personale, che viene studiato come un doppio LP di 16 tracce, diviso in due periodi differenti, prodotto per la Bella Union Records, la prima trance di pezzi esce a Dicembre, la seconda vedrà la luce ad anno nuovo, per la precisione a Febbraio. All’interno troviamo la collaborazione di diversi ospiti di spessore, tra cui: John Grant, C. Duncan, Marissa Nadler, Penelope Isles. Ma anche band di rilievo della nuova e vecchia scena underground.

Un grande collettivo di artisti, che non deludono le aspettative e che portano nel loro bagaglio musicale, tanta esperienza e livello tecnico. Le sonorità di questo lavoro sono fresche e originali, in perfetto timbro alternative rock, con tinte shoegaze, l’insieme che si crea è di ottima fattura. Simon Raymonde e Richie Thomas, dopo la parentesi preziosa dei Cocteau Twins, band scozzese degli anni 80, riprendono il sound dream pop e ethereal wave, che li conferma ormai da anni. In questa nuova creatura, si segue un percorso neoclassico e sperimentale, dai risvolti interessanti.

Con Halcyon inizia questo viaggio sonoro, avvolti da un’aura celestiale e sensibile. La parte vocale è notevole, dal giusto timbro pop. Un’autentica gemma d’apertura. A seguire I Woke Up With An Open Heart il primo singolo d’impatto rilasciato negli scorsi mesi, un assaggio prezioso e deciso. Troviamo anche un videoclip molto interessante e l’aggiunta di strumenti a fiato, diretti dal gruppo The Hempolics, progetto inglese di spessore, che da il giusto mood al brano, con le sue varie influenze reggae, jazz. Nella sognante Grey Tower facciamo un salto nel tempo, in un’atmosfera anni 70, stile Neil Young dei primi lavori, la composizione è godibile.

In Linger, il pianoforte si incastra con una voce sussurrata, dal gusto personale e malinconico, nei vari cambi c’è un grande utilizzo di loop temporali e distorti. One For Forget una take molto diretta, dalle sonorità storte e ripetitive, ma dalle forti emozioni. Dando la giusta attenzione, ci ricorda qualcosa dell’artista Pj Harvey, soprattutto nelle chitarre ruvide e la parte vocale struggente.

Every Beat That Passed continua le orme dream pop, già largamente affrontate, con i cori infiniti che completano il brano e una batteria dalla ritmica giusta. Discorso diverso per Nobody Knows My Name, una sorta di ballata d’altri tempi, sempre alla continua ricerca di idee precise e mai banali, la composizione si regge sulla voce inconfondibile e dal sound unico. Chiudiamo con Cordelia, il secondo singolo estratto di recente, dove troviamo la collaborazione fondamentale, di John Grant musicista e compositore americano ex Czars, che si culla nel suo mondo fatto di chitarre acustiche e contorni folk rock, ma questa volta si cimenta con nuove tecnologie come il vocoder e l’aggiunta di violini dissonanti. Una grande chiusura.

Un buon risultato per il duo di Grangemouth, che senza troppi giri di parole porta alla luce un disco pulito, leggero senza tecniche esagerate, orecchiabile anche ai meno interessati al genere.

Tracklist: 

  1. Halcyon
  2. I Woke Up With An Open Heart
  3. Grey Tower
  4. Linger
  5. One For Regret
  6. Every Beat that Passed
  7. Nobody Knows My Name
  8. Cordelia