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Iron Maiden – Senjutsu (Emi Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

C’è ben poco da aggiungere quando si parla di un gruppo come gli Iron Maiden, che è entrato di diritto nella storia della musica e che ha contribuito a scriverla la storia, essendo una delle colonne portanti di un intero genere, la New Wave of British Heavy Metal. Centinaia i gruppi che a loro si sono ispirati nel corso degli anni e di cui poi avremmo sentito parlare, ad esempio Metallica e Slayer, tanto per citarne due.
In principio erano visti come un manipolo di capelloni sfigati, con giacca di pelle e jeans attillati, in una Londra dove sintetizzatori e suoni elettronici imperavano, snobbati dalle radio e dalle masse, eccezion fatta per i frequentatori del Ruskin Arms, unica isola felice della capitale inglese per gli amanti del metallo. Impiegano qualche annetto a farsi notare dall’industria discografica, cercando di distinguersi dalle band punk del momento, da cui, tuttavia, attingono per i primi album, ed è solo dopo l’allontanamento del cantante Paul Di’ Anno, divenuto un fardello troppo pesante per i suoi vizi, e l’arrivo del più duttile Bruce Dickinson, che spiccano davvero il volo.

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Billy F Gibbons – Hardware (Concord Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

A vederlo incute un certo timore Billy Gibbons, con la sua barba lunga, gli occhiali scuri e la voce tenebrosa, ma in realtà è una persona dolcissima nella sua stravaganza: ho avuto l’onore di incontrarlo qualche anno fa in quel di Locarno, intervistato da uno dei miei idoli radiofonici, Luca De Gennaro, ed è stato uno dei pomeriggi più spassosi che abbia passato. Ti aspetti che tiri fuori chissà quale aneddoto e, invece, ecco che attacca a parlare della sua infanzia in Texas e di quando, all’età di 5 anni, la madre lo portò ad un concerto di Elvis Presley e rimase folgorato dalla musica. Un predestinato, perchè, figlio di direttore d’orchestra, comincia prestissimo a suonare la batteria, ma è a 14 anni che molla tutto per la sei corde, e inizia a suonare in giro con il suo gruppo, arrivando perfino ad aprire per Jimi Hendrix. La gavetta è lunga, nel ’69 fonda gli ZZ Top con il bassista Dusty Hill, gemello di barba, e il batterista Frank Beard, ma è solo negli anni ’80 che raggiungono il successo con l’album Eliminator. Nell’immaginario collettivo il trio è sempre associato alle hot rod, le vetture storiche americane che sfrecciano nel deserto tra dune, cactus e serpenti a sonagli, alle bottiglie di whiskey e a bellissime donne dagli abiti succinti e quest’etichetta Billy se la porterà dietro anche nella sua carriera solista, con tre album all’attivo.

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Chris Cornell – No One Sings Like You Anymore (Universal Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Qualche anno fa mi era capitato di recensire una biografia di Chris Cornell, uscita qualche mese dopo la sua prematura morte: una vita di alti e bassi la sua, tra successi eclatanti, specie con i Soundgarden, e flop commerciali, le dipendenze, il distacco dai suoi migliori amici, quasi tutti portati via da overdosi, e poi la rinascita nell’ultimo periodo, sia per la carriera che per la vita privata, grazie a Vicky, il nuovo amore con cui aveva creato una bellissima famiglia. Nulla poteva far presagire che si sarebbe suicidato, ma soprattutto nulla faceva pensare che fosse ancora preda di una grave sindrome depressiva: bello come il sole, con una voce che madre natura concede a ben pochi – di sicuro tra le migliori nel panorama rock degli ultimi 40 anni – e tra le più versatili, come dimostrato dalla raccolta pubblicata in formato elettronico lo scorso 11 dicembre e che uscirà anche in formato fisico il prossimo 19 marzo.

Photo: Andrew Stuart

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