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Stefania D’Egidio

Weezer – Van Weezer (Crush Music/Atlantic Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Nonostante la freschezza della voce, che potrebbe far pensare ad una qualsiasi college band emergente, i Weezer sono ormai in giro dal lontano 1994 e non hanno mai nascosto il loro amore per gruppi storici, come i Kiss, i Nirvana e i Pixies. Dal debutto a oggi hanno venduto circa 35 milioni di dischi e già questo rappresenta un bel biglietto da visita per Rivers Cuomo e soci. Lo scorso 7 maggio è uscito il loro quindicesimo album in studio, Van Weezer, per Crush Music/Atlantic Records, prodotto da Suzy Shinn, nota per le sue collaborazioni con artisti pop come Panic!, Dua Lipa e Kate Perry.

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Clustersun – Avalanche (Icy Cold Records/Little Cloud Records, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

Punto di riferimento della scena shoegaze italiana, i Clustersun sono tornati il 20 maggio con il loro terzo album, Avalanche, pubblicato da Icy Cold Records (Francia) e Little Cloud Records (U.S.A.), mixato e masterizzato presso lo studio The Soundfield di Londra dall’icona della consolle James Aparicio, noto per aver lavorato con Depeche Mode e Mogwai. Fiducia ben riposta da parte del trio catanese, composto da Marco Chisari (voce e basso), Mario Lo Faro (chitarre) e Andrea Conti (batteria), perché la resa finale è di grande impatto sonoro e non deluderà certo gli amanti del genere. Non è un caso che siano stati scelti da due etichette straniere, vista la loro lunga esperienza di tour internazionali, con diverse date alle spalle sia negli States che in Europa, e la partecipazione a diverse compilation shoegaze, quasi più famosi all’estero che in Italia.

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Caparezza – Exuvia (Polydor/Universal Records, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

Il genio di Molfetta è tornato: Michele Salvemini, in arte Caparezza, a quattro anni di distanza dal precedente lavoro, ha pubblicato lo scorso 7 maggio il suo ottavo album in studio, Exuvia; 14 brani e 5 skit, con un titolo che, agli occhi dei più, potrebbe sembrare estroso: l’exuvia è l’esoscheletro, ciò che resta di un insetto dopo la muta, quindi riflette alla perfezione il percorso di evoluzione che ogni artista dovrebbe compiere. Prodotto quasi interamente in Puglia, ad eccezione del mixaggio finale, fatto in California da Chris Lord-Alge.
Le parole sono sempre il fulcro di partenza per le canzoni di Caparezza, lui che dice di non sentirsi superiore a nessuno dei rappers in circolazione, ma che di fatto è sempre almeno una spanna avanti agli altri, vuoi per la qualità dei testi, che, a mio parere, andrebbero studiati a scuola insieme ai classici della letteratura, che per la freschezza dei suoni, di respiro internazionale. Un artista sincero, che non segue i dettami del marketing, che fa uscire gli album solo quando sente di aver qualcosa da dire, arrivando persino ad eclissarsi nel mezzo, per ritrovare le energie e raccogliere le idee; arrivato a 47 anni, comincia a riflettere sui passaggi della vita, tanto che Exuvia starebbe benissimo all’interno di un trittico, di dantesca ispirazione, che vede come primo capitolo Prisoner 709, ad indicare quella prigionia che ogni musicista subisce nel dover interpretare un ruolo, ed Exuvia come secondo capitolo, quale espressione di cambiamento, ricerca di se stessi.

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Royal Blood – Typhoons (Black Mammooth Records/Warner Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

La prima volta che li ho ascoltati in radio quasi cadevo giù dalla sedia tanta era la potenza del suono, ho subito pensato: “questi sì che spaccano!”; avevo poi scoperto che il duo, nato a Brighton nel 2011 e composto da Mike Kerr e Ben Tratcher, si sarebbe esibito di lì a poco all’Alcatraz di Milano per un prezzo ridicolo, così mi ero affrettata ad acquistare il biglietto e avevo iniziato a cercare informazioni in rete. Poco noti allora in Italia, all’estero avevano già riscosso un buon successo di pubblico e critica, grazie alla partecipazione a diversi festival, aprendo anche per gruppi famosi, come gli Arctic Monkeys e i Foo Fighters, tanto da attirare le attenzioni di sua maestà Jimmy Page, che si era speso in lunghi elogi su diverse riviste di settore. Vi dicevo della potenza del suono, con una distorsione portata ai massimi livelli e una sezione ritmica al cardiopalmo: non immaginate la mia sorpresa (e non solo la mia) quando la sera del concerto ho scoperto che quel sound così rude non proveniva da una sei corde, ma da un normalissimo basso Gretsch Junior Jett, acquistabile su qualsiasi store on line per poco meno di 400 euro, settato con un fuzz, un octaver e un qualsiasi ampli. Un vero colpo di genio per Mike Kerr e socio, in grado di assimilare i fondamenti del classic rock e di rielaborarli in una chiave del tutto fresca e incendiaria, sia nell’omonimo album di debutto del 2014, che nel successivo How Did We Get So Dark? del 2017. Quando è stata annunciata l’uscita del terzo album, Typhoons, il 30 aprile 2021, quindi ci si aspettava qualcosa sulla falsa riga dei precedenti, e, invece, ecco la svolta che non mi sarei mai aspettata: la virata verso l’elettronica.

Se nel lavoro del 2017 il duo si chiedeva come fosse arrivato a essere così “oscuro”, Typhoons vuole essere il raggio di luce che illumina il buio: frutto di un percorso interiore, che ha visto Kerr uscire dal tunnel della dipendenza da alcool e droghe, l’album tratta infatti tematiche molto personali ed è quasi interamente autoprodotto, eccezion fatta per i brani Boilermaker, che vede alla regia Josh Homme dei QOSA, di cui si sente fortemente la presenza, e Who Needs Friends con Paul Epworth. La lavorazione era già iniziata nel 2019, con un paio di tracce eseguite dal vivo in giro per l’Europa, ma la registrazione vera e propria era partita nel 2020. Pubblicato da Black Mammooth Records e Warner Music, Typhoons si presenta con una copertina futuristicamente accattivante, in versione cd, vinile, normale o autografato, e musicassetta, meno di 40 minuti per undici tracce in totale. Apre Trouble’s Coming, suono acido e dancereccio, come per i Muse di ultimo corso, che vi farà battere il piede per tutto il tempo; il leit motiv si ripete andando avanti: nella successiva Oblivion fanno la comparsa synth e cori, con una voce compressa alla Jack White. In terza posizione la titletrack, con quel ritornello orecchiabile e il solito riff ipnotico a cui ormai ci hanno abituato; il suono si fa poi cupo in Who Needs Friends, più fedele alla produzione passata, ma arricchito di intriganti cori sul finale e accompagnato da un video altrettanto magnetico, da evitare se soffrite di epilessia.

I trascorsi da tastierista di Mike negli Hunting The Minotaur si fanno sentire in Million & One, con un beat elettronico quasi ossessivo, mentre in Limbo finalmente Ben può scatenarsi con le sue bacchette, frapponendosi al botta e risposta tra la voce principale e i cori, con le tastiere in crescendo sul finale. L’unico pezzo che non mi convince è Either You Want It, specie messo prima di Boilermaker, ispirato dalla recente esperienza di disintossicazione di Mike, che cerca di farsi strada nel turbinio di pensieri mentre contempla il fondo del bicchiere. I successivi due brani, Mad Visions e Hold On, hanno davvero un bel groove, tanto da sembrare quasi un continuum, mentre la chiusura, affidata a All We Have is Now, versione piano e voce, dà un tocco di atmosfera onirica.

Cosa dire? Typhoons è sicuramente un album coraggioso: nell’anno in cui abbiamo perso i Daft Punk c’è ancora qualcuno che osa mettersi in gioco, mescolando rock, psichedelia ed elettronica, pur con il rischio calcolato di un lieve calo di tensione: come vi dicevo Either You Want It non mi entusiasma granché e sicuramente preferisco i primi due lavori a questo, che resta comunque un buon album. Sono curiosa di vedere se dal vivo sarà in grado di trasmettere quell’energia che è diventata il marchio di fabbrica del duo di Brighton e se, per il prosieguo, continueranno su questa strada o se torneranno su sentieri più battuti e sicuri.

Tracklist:
01. Trouble’s Coming
02. Oblivion
03. Typhoons
04. Who Needs Friends
05. Million & One
06. Limbo
07. Either You Want It
08. Boilermaker
09. Mad Visions
10. Hold On
11. All We Have Is Now

 

 

 

 

The Offspring – Let The Bad Times Roll (Concord Records, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

Il 16 aprile 2021 è uscito, per Concord Records, Let The Bad Times Roll dei The Offspring, prodotto ancora una volta da Bob Rock, a nove anni dal precedente album in studio, Days Go By; l’album è stato registrato a più riprese nel corso degli anni, ma i conflitti con la precedente casa discografica ne hanno ritardato la pubblicazione che, originariamente, era prevista per il 2020: dodici tracce per circa 33 minuti, di cui una cover strumentale, fatta a modo loro, In the Hall of The Mountain King, scritta niente di meno che nel 1875 da Edvard Grieg e usata come colonna sonora di numerosi film (mi sto scervellando da giorni per ricordare in quale l’ho sentita la prima volta) e una rivisitazione piano, voce e orchestra di Gone Away, tratta da Ixnay on the Hombre del 1997. Vi suonerà familiare anche Coming for You, con il basso a tracciare la linea melodica, perché in realtà il brano circola già nelle radio dal 2015.

Tutto l’album, per il resto, rappresenta un po’ un ritorno alle origini, a quelle melodie orecchiabili che, negli anni ’90, hanno fatto di loro, come dei Bad Religion, gli alfieri del pop-punk statunitense. La verve è quella di sempre, schietti come pochi, non hanno mai avuto paura di mostrare il lato oscuro della luna, criticando in maniera ironica, ma pur sempre feroce, la società a stelle e strisce. Nel brano di apertura, This is Not Utopia, parlano ad esempio di giustizia ed uguaglianza (“con tutto questo odio come possiamo sopravvivere?”), nella title track, Let The Bad Times Roll, si riflette sulla presidenza Trump, peccato sia uscito solo ora, in The Opioid Diares criticano, a suon di ritmo galoppante e chitarre vagamente metal, le facili prescrizioni di oppiacei da parte dei medici americani (Dr. Feelgood docet). Il punto di forza di questo gruppo sta proprio nell’affrontare con il sorriso anche le tematiche più cupe, come in Behind Your Walls, dove parlano di depressione, di suicidio, della perdita delle persone care.

Bisogna arrivare alla quarta traccia per trovare chitarre più grintose e ritmi più sostenuti, con ritornelli da stadio, come in Army of One e in Breaking These Bones, dove la batteria comincia a pestare a dovere; Holland, Noddles e soci restano comunque dei burloni e possono permettersi pertanto anche un’incursione nel jazz e nel rackabilly, come in We Never Have Sex Anymore, storia di un matrimonio al capolinea, che farà un po’ storcere il naso ai fan più ortodossi, ma che a me non dispiace affatto, si consoleranno poi con Hassan Chop, il brano più fedele alle origini hardcore della band.
La chiusura viene affidata a Lullaby, una ripresa arpeggiata del ritornello della title track, forse un tantino troppo veloce come epilogo, poco oltre un minuto, dà quasi la sensazione di qualcosa di incompleto, chissà che la cosa non sia stata fatta volutamente, in attesa di aggiungere un nuovo capitolo alla loro storia.
Intanto per il 2022 è già previsto un tour che toccherà anche l’Italia, con una tappa il 21 giugno al Carroponte di Sesto San Giovanni, nel frattempo ci godiamo le nuove canzoni, poi si vedrà…

Voto: 8/10 per le melodie veloci, i ritornelli orecchiabili e i temi importanti.

Tracklist:
01. Thi is Not Utopia
02. Let The Bad Times Roll
03. Behind Your Walls
04. Army of One
05. Breaking These Bones
06. Coming for You
07. We Never Have Sex Anymore
08. In the Hall of The Mountain King
09. The Opioid Diares
10. Hassan Chop
11. Gone Away
12. Lullaby

 

 

 

 

Greta Van Fleet – The Battle at Garden’s Gate (Universal Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Quando ci si accinge a recensire i Greta Van Fleet si corre il rischio di inciampare nella trappola dei paragoni scomodi: infatti già con il precedente lavoro del 2018, Anthem of The Peaceful Army, erano stati massacrati, dal punto di vista mediatico, per la somiglianza della voce di Josh Kiszka con quella di un altro famoso cantante di una nota band (di cui, di proposito, non farò il nome), quasi fosse un crimine anziché una botta di culo che madre natura ti concede. In tanti li avevano accusati di essere squallidi cloni in cerca di identità, così che questo secondo album è arrivato forse troppo carico di aspettative. Uscito il 16 aprile per Universal Music in cd e vinile colorato Tie Dye in edizione limitata, già al primo giorno di ascolto ha sollevato un vespaio, dividendo il popolo del rock, pertanto mi limiterò a parlarvi di The Battle at The Garden’s Gate per quello che è, una raccolta di 12 brani di sano rock’n’roll in stile anni ’70, con incursioni nella psichedelia e, a tratti, nel progressive. Registrato nell’arco di un anno e mezzo a Los Angeles sotto l’abile guida del produttore Greg Kurstin (lo stesso di Foo Fighters, Paul McCartney e Adele), scelto per la sua camaleontica capacità di lavorare a qualsiasi genere, è stato concepito dalla band come qualcosa di grandioso, con l’intento di scrivere la colonna sonora di un film non ancora realizzato, ispirandosi ai loro artisti preferiti, in primis The Kinks e Ennio Morricone.

Gli ingredienti per la riuscita della ricetta ci sono tutti: chitarre acustiche, come in Tears of Rain, e chitarre rocciose, in Built By Nations, in Caravel, il mio pezzo preferito, e in Age of Machine, bel trip rock psichedelico sull’uso della tecnologia, assoli da manuale, fantastico quello del pezzo di chiusura, The Weight of Dreams, sezione ritmica imponente, il tutto benedetto da una voce al di fuori dal comune.
Volevano fare della musica che andasse dai bassi più bassi agli alti più alti e l’obbiettivo è stato centrato in pieno: si va dalle ballad come Heat Above, Broken Bells (e per favore smettetela di dire che assomiglia a Stairway To Heaven) e Light My Love, lento rubacuori con accompagnamento di pianoforte, che mette d’accordo le groupies di ieri e di oggi, a brani dal piglio più frizzantino, come My Way, Soon e Stardust Chords, fino alla psichedelia orientaleggiante di The Barbarians e ai cori celestiali di Trip The Light Fantastic.

Cos’altro si potrebbe desiderare? Forse testi meno semplici e banali, a detta di qualcuno, ma a volte un pò di leggerezza è d’obbligo, specie di questi tempi: provate a immaginare le schiere di analfabeti funzionali, di cui pullulano i social, che tentano di interpretare i testi esoterici e mitologici delle band anni ’70… Inutile girarci attorno: i quattro di Frankenmuth sanno padroneggiare gli strumenti, hanno un innato talento per gli arrangiamenti e una passione per i suoni analogici, anche solo per questo andrebbero lodati e supportati, specie da noi nostalgici; lo avevo già detto a proposito dei Maneskin, lo ripeto per loro: ben venga tutto ciò che serve ad arginare l’avanzata dei barbari trappisti o a risvegliare il rock! Forse The Battle at The Garden’s Gate non sarà l’album che consentirà loro di scrollarsi di dosso l’etichetta di cloni, però ribadisce qual è la strada che vogliono percorrere, già battuta da altri, ma non per questo meno interessante; che vi piaccia o no i Greta Van Fleet sono così, nessuno vi obbliga ad ascoltarli, eppure sarebbe un vero peccato, per gli amanti del genere, lasciarseli scappare per questione di pregiudizi, del resto loro stessi, a chi li critica, rispondono che non gliene frega un c…o: amano fare musica, amano i loro fan e amano anche gli haters, che alla fine sono utilissimi per attirare l’attenzione dei media.

Tracklist:
01. Heat Above
02. My Way, Soon
03. Broken Bells
04. Built By Nations
05. Age of Machine
06. Tears of Rain
07. Stardust Chords
08. Light My Love
09. Caravel
10. The Barbarians
11. Trip The Light Fantastic
12. The Weight of Dreams

 

 

 

 

Evanescence – The Bitter Truth (BMG, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Dal dolore a volte possono nascere anche cose positive, se non ci si lascia sopraffare: lo sa bene Amy Lee, cantante e leader degli Evanescence, che ha trasformato la devastazione provocata dalla morte del fratello in energia creativa, buttando anima e cuore nella realizzazione di The Bitter Truth, quinto album in studio della band, pubblicato lo scorso 26 marzo da BMG, a ormai dieci anni di distanza dal precedente lavoro, se escludiamo lo sperimentale Synthesis del 2017.

Un titolo che riflette le storture della società moderna e che, al tempo stesso, vuole essere un invito a prendere di petto la vita e a non sprecare neanche un attimo; una copertina home made, che sa tanto di anni ’90, quelli della formazione musicale per Amy Lee, con l’immagine di una pillola, che diventa metafora della vita, come a dire “ingoia questa pillola e vai avanti!”. La lavorazione dell’album era iniziata, a onor di cronaca, prima che scoppiasse questo guazzabuglio di pandemia, con la registrazione di appena quattro brani e il tutto avrebbe potuto anche perdersi nel nulla, data la distanza geografica che separa i vari componenti del gruppo, ognuno residente in posti diversi degli States e con la chitarrista Jen Majura, alla prima esperienza in studio con gli Evanescence, addirittura in Germania, ma la determinazione di portare a termine il progetto è stata più forte di ogni avversità: tutti in studio di registrazione, dopo aver effettuato tampone, ciascuno con il proprio mezzo di trasporto, in modo da creare una bolla covid free, e le tracce di chitarra spedite dall’Europa.

The Bitter Truth inoltre non è solo un progetto musicale perchè a giugno sarà accompagnato dalla pubblicazione di una collana di graphic novel, intitolata Echoes From The Void, ispirata a brani vecchi e nuovi, partorita dalle mani di diversi illustratori, che si alterneranno in storie di 20-30 pagine ciascuna. Dieci anni possono sembrare un’eternità per un gruppo che di album ne ha fatti pochi, ma a volte la vita prende pieghe impreviste, anche per i musicisti: Amy Lee ha dovuto lottare con le unghie e i denti per arrivare dove è arrivata, non senza lasciare cadaveri lungo il cammino, visto che è l’unico membro superstite della formazione originale, sgomitando per farsi strada in un ambiente, quello metal, prettamente maschile, e scrollandosi di dosso l’immagine di clone femminile dei Linkin Park.

12 tracce in tutto che segnano un ritorno alle origini, sia dal punto di vista strumentale che dei testi, molto personali, quasi catartici e arricchiti di messaggi positivi di lotta e resilienza: un album dal tipico sound gothic metal, infarcito di suoni elettronici, come in Artifact/The Turn o in Better Without You, con un tocco di epicità, come in Part of Me, il mio brano preferito. A volte si strizza l’occhio alla musica pop, in Yeah Right, ispirato forse dall’ascolto di artisti come Billie Eilish e Bjork, di cui Amy è una fan sfegatata, altre si picchia duro tra chitarre distorte e percussioni tribali, come in The Game is Over, nella cupissima Feeding The Dark o in Take Cover. C’è spazio però anche per il sentimentalismo, con due ballad davvero belle: Wasted on You, un pò in stile Radiohead, e la struggente Far From Heaven, con intro di pianoforte cui si aggiungono gli archi e una voce celestiale, delicata, ma al tempo stesso potente di Amy, che, oltre alle corde vocali, ci mette tutto il cuore nel ricordare il fratello, scomparso prematuramente nel 2018. Non poteva mancare anche un pizzico di impegno sociale, con Use My Voice, che inizialmente doveva essere il racconto di una storia di abusi sessuali, ma poi ha assunto connotati politici, dettati dalla drammatica esperienza di essere governati, in un periodo terribile, da un pazzo come Trump, costringendoli a scendere in campo e ad esortare tutti i fan a far sentire la propria voce per cambiare il mondo: non a caso c’è una sovrapposizione di voci e cori con chitarre grintose e una sezione ritmica esplosiva, quasi a voler risvegliare le coscienze da un lungo torpore…

Voto: 9/10 perché sincero e capace di scatenare forti emozioni.

Tracklist:
01. Artifact/The Turn
02. Broken Pieces Shine
03. The Game Is Over
04. Yeah Right
05. Feeding the Dark
06. Wasted on You
07. Better Without You
08. Use My Voice
09. Take Cover
10. Far from Heaven
11. Part of Me
12. Blind Belief

 

 

 

 

The Rumjacks – Hestia (Four/Four ABC Music, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

Il giorno di San Patrizio è passato da un po’, eppure sento ancora quella nostalgia canaglia che mi fa desiderare di ballare e alzare una pinta con gli amici, sarà perché ho passato la Pasqua a ficcare tamponi nel naso delle persone, perché nell’ultimo anno abbiamo visto andar via troppi, senza neanche il tempo di salutarli, o perché ogni santo giorno si è tempestati di brutte notizie e non se ne può più: a volte ci vuole una sana dissociazione dalla realtà per poter sopravvivere.
Mi scollego per un’ora dal mondo e mi ascolto Hestia l’ultimo album dei The Rumjacks, un quintetto folk punk multietnico, seppur originario di Sydney: basta scorrere i nomi dei componenti per capire che i loro nonni non sono nati tra canguri e koala, sarà per questo che la loro musica, come quella dei più famosi Pogues, dei Dropkick Murphys e dei Flogging Molly, ricorda più i suoni tradizionali irlandesi o scozzesi che il rock australiano. Un tripudio di note che affondano le loro radici nelle melodie celtiche, fatte di strumenti non convenzionali come mandolino, banjo, fisarmonica e cornamusa, dalla grande vitalità e che denota un autentico e orgoglioso attaccamento alle proprie origini.

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Joe Strummer – Assembly (Dark Horse Records, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

L’uovo di Pasqua 2021 ci porta in dono Assembly, una raccolta pubblicata lo scorso 26 marzo dalla Dark Horse Records, la casa discografica fondata da George Harrison nel 1974 e portata avanti dagli eredi, che abbraccia l’intera carriera di Strummer, al secolo John Mellor.
L’album è stato anticipato dall’uscita del singolo Junco Partner, in una versione acustica casalinga, che ha accompagnato tutta la sua carriera, dagli esordi con la prima band, The 101ers, poi inclusa nel 1980 nell’album Sandinista dei The Clash e, infine, colonna portante della scaletta live dei Mescaleros negli anni 2000. Scoperto nei sotterranei del leggendario artista su una cassetta etichettata a mano, Junco Partner vede Strummer in solo con la sua acustica, restituendoci un adattamento intimo di questo classico R&B degli anni ’70, con la sua voce inconfondibile e il tocco ritmico della sua telecaster.

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