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Stefania D’Egidio

Måneskin – Rush! (Sony Music/ RCA, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Ogni loro uscita è destinata a far discutere: il popolino, si sa, ama dividersi in fazioni e dibattere di tutto, quasi non avesse nulla di meglio a cui pensare; questo i Måneskin lo hanno imparato presto e, come tanti artisti prima di loro, ne hanno fatto un punto di forza. Ad ogni polemica, infatti, seguono milioni di visualizzazioni, servizi televisivi, articoli di giornale e il tutto si trasforma magicamente in soldini: questo è il business, basta vedere il clamore suscitato dal matrimonio organizzato in pompa magna per il lancio di Rush!, a cui certo non potevano mancare i vip del momento, da Fedez a Machine Gun Kelly, officiato niente di meno che da Alessandro Michele, ex direttore creativo di Gucci. All’insegna del glamour, nella splendida cornice di Palazzo Brancaccio, una cerimonia esagerata, come solo loro sanno fare, ed “esagerazione” sembra essere ormai la parola d’ordine perché, da Sanremo in poi, sono stati onnipresenti sui principali mezzi di comunicazione, consentendo loro di spiccare il volo verso traguardi internazionali, l’Eurovision Song Contest prima e le trionfali date negli States poi, culminate con l’apertura per i Rolling Stones, fino alla partecipazione alla colonna sonora del biopic su Elvis. A chi li rimprovera di essere un prodotto di laboratorio, rispondo che il risultato è andato ben oltre le aspettative perché si è messa in moto una macchina macina soldi senza precedenti per un gruppo italiano. Fatte queste prime considerazioni, ho aspettato una settimana a recensire l’album, volevo far attenuare il “rumore dei nemici”, come direbbe lo Special One Mourinho, per non lasciarmi influenzare e concentrarmi solo sul prodotto musicale.

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Jet Set Roger and The Reindeers – In The Bleak Midwinter (Snowdonia dischi/Audioglobe, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Siete stanchi di ascoltare le solite canzoni natalizie di Mariah Carey e George Michael? Volete stupire parenti e amici con qualcosa di diverso? Ebbene, questo è l’album che cercavate! La Snowdonia dischi ormai ci ha abituato a vere e proprie chicche e non poteva essere diversamente anche per questo lavoro di Jet Set Roger and The Reindeers, In The Bleak Midwinter, uscito lo scorso 9 dicembre e distribuito da Audioglobe. A 14 anni dal primo volume Roger Rossini torna con la sua band natalizia e un nuovo disco composto per metà da brani inediti e per metà da canzoni già pubblicate in passato, ma con un arrangiamento del tutto diverso dal precedente. Rispetto al primo capitolo, la band si è impreziosita di nuovi elementi, che ampliano la tavolozza di colori aggiungendo un tocco swing e folk, senza tradire però l’originario approccio scanzonato che ci riporta in un luogo senza tempo e indefinito, sia esso una taverna inglese del 1600, come nella ballata dal sapore celtico Greensleeves, o un piccolo club americano degli anni cinquanta, come nella scatenata Santa Claus is comin’ to town.

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Assalti Frontali @ Barrio’s Live, Milano – 7 dicembre 2022

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Gli Assalti Frontali rappresentano la storia della cultura hip hop italiana; sempre in prima linea da trent’anni, hanno pubblicato lo scorso luglio l’album Courage cui è seguito un tour promozionale, che il 7 dicembre ha fatto tappa anche a Milano. Per chi non lo conoscesse, il Barrio’s Live non è solo un locale per mangiare e ascoltare musica, ma un punto di riferimento per i ragazzi del quartiere Barona, periferia sudovest del capoluogo lombardo, che, come tante periferie delle grandi città è diventato crocevia di razze e culture. Fortunatamente però, laddove qualcuno scorge solo problemi e degrado, qualcun altro ha avuto la lungimiranza di andare oltre le apparenze e, a partire dal 1997, grazie a Don Gino Rigoldi e a Comunità Nuova, vede la luce il centro di aggregazione giovanile, una particolare costruzione in ferro a forma di fungo, che sovrasta piazza Donne Partigiane, impossibile non notarla per la bellezza dei murales. Poi, nel 2000, con il contributo di Fondazione Cariplo, Bpm e di 1500 volontari, è stato realizzato il Villaggio Barona, primo complesso di housing sociale che ospita persone in appartamenti con affitto calmierato: rifugiati politici, studenti, ex tossicodipendenti, ragazze madri e famiglie in difficoltà. Il fungo ospita non solo il Barrio’s Live, ma anche il Teatro Edi e il centro sociale, il tutto gestito dalla Onlus Gli Amici di Edoardo, che organizza laboratori teatrali, doposcuola, lezioni di musica, momenti di supporto psicologico e corsi per l’inserimento lavorativo dei ragazzi sotto i 19 anni. Per questo motivo non si poteva scegliere una location migliore per il gruppo di Militant A e Pol G, che dell’arteducazione hanno fatto la loro mission, promuovendo laboratori di rap nelle scuole delle periferie romane e a Bab et Tabbaneh, quartiere a 30 km dal confine siriano, per bambini rifugiati, in quello che è stato il progetto europeo Singing for Peace. Preceduti da una kermesse di giovani rappers, alcuni locali, altri venuti da fuori città a raccontare storie di droga, di facili cadute e difficili riscatti, come da copione nell’attuale scena rap milanese, con un linguaggio però un po’ troppo colorito per me che vengo dalla old school e vedo nella musica una occasione di inclusione e non di divisione; non vi nascondo che ho provato un certo ribrezzo nel sentire frasi del tipo “picchio quel frocio di Mamhood/lo riempio di lividi così lo lascio a terra nudo con i brividi“. La prima ora passa così, qualche spunto interessante di riflessione c’è, ma questa sera sono là per gli Assalti e, mentre dall’altra parte di Milano sfilano pellicce e abiti firmati per la prima della Scala, io aspetto con ansia di sentire cantare di grandi ideali e battaglie sociali.

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Rumba de Bodas @ Nidaba Theatre, Milano – 24 novembre 2022

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

La Milano Music Week si è conclusa da poco, tanti gli appuntamenti in giro per la città, ormai è una tappa fissa dei miei autunni meneghini nonché una ghiotta occasione per ascoltare e parlare di musica. Quest’anno ho scelto il Nidaba Theatre, un locale piccolino, ma che restituisce all’appassionato quella bella sensazione di vicinanza all’artista che negli anni, purtroppo, si è persa nella folle corsa a riempire gli stadi e nella ricerca ossessiva dei sold out. L’ho scelto perché volevo vedere dal vivo un gruppo bolognese che mi ha fulminato al primo impatto: i Rumba de Bodas, giunti al loro quattordicesimo anno di attività, nati da un incontro tra i banchi di scuola, come spesso accade. Da allora un’attività live quasi frenetica per non tradire il nome scelto, che in bolognese significa “fare casino”, portando, prima in strada e poi sui palchi in giro per il mondo, il loro mix esplosivo di generi musicali. Dopo l’attività di busking, in Italia e in altre piazze d’Europa, iniziano a fare le prime apparizioni in vari festival, il Boomtown Festival in Inghilterra, il Fusion Festival in Germania, il Cous Cous Festival in Sicilia, il Montreaux Jazz Festival in Svizzera fino al 2018, quando volano in Corea del Sud e in Russia.

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The Crooks – Mediacracy (Maninalto!/ProRawk Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

I traguardi importanti vanno sempre festeggiati, specie nel mondo della musica dove non è facile barcamenarsi tra mode che cambiano, esigenze di mercato e difficoltà del momento; non potevano certo tirarsi indietro The Crooks, tra le band storiche del punkrock italiano, giunti quest’anno alla venticinquesima candelina. Nati nella scena milanese nel 1997, hanno pubblicato diversi album ed EP per etichette quali White Zoo Records, Tre Accordi Record/Warner, UK Division Records e Dischi Volo Libero/Self, ma è soprattutto dal vivo che danno il meglio di loro, con alle spalle diversi tour italiani ed europei. Nel loro curriculum vantano esperienze come band di supporto per gruppi importanti del panorama punk, quali Gluecifer, The Queers, Ash, The Libertines, Prima Donna, i mitici The Buzzcocks, per cui aprirono la data milanese al Legend di qualche anno fa, e i Green Day.

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Austin Meade – Abstract Art of An Unstable Mind (Snakefarm Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Quando mi sono imbattuta nel suo album, lo confesso, non sapevo neanche chi fosse Austin Meade e la prima reazione è stata: “Ah però…”, poi sono andata avanti così fino all’ultima traccia. Bel faccino, l’emergente texano, barba e lunghi capelli biondi nella cover tutta colorata di Abstract Art of An Unstable Mind, pubblicato il 7 ottobre per Snakefarm Records, seconda collaborazione con l’etichetta inglese dopo il lavoro di esordio Black Sheep, con cui aveva superato i sessanta milioni di streaming, del resto la mission della scuderia di Dante Bonutto è quella di far conoscere nomi nuovi del panorama rock roots, country e blues (tra i vari nomi anche The White Buffalo). Meade suona a livello professionale da sette anni, essendosi fatto le ossa in tour, nella scena Red Dirt del Texas e dell’Oklahoma, capace di spaziare tra la pesantezza del rock e la crudità della musica emo, sempre però mostrando le sue straordinarie doti di cantautore in ogni brano. Un lavoro di diciannove pezzi, in realtà non tutti veri e propri brani, perché alcuni sono interludi parlati della immaginaria stazione radio LMAM. Alla realizzazione del disco hanno collaborato il suo chitarrista di lunga data e partner creativo David Willie, il batterista Aaron Hernandez e il bassista Jordan Pena. Si potrebbe definire un concept album, un viaggio attraverso le varie tappe della vita di tre personaggi, dall’adolescenza all’età adulta: così Austin, nei panni di un regista in formato audio, accompagna i suoi personaggi, descrivendo il loro stato d’animo e i loro pensieri man mano che la vita si fa più complicata.

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Suede – Autofiction (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

C’era una volta il BritPop: sembra ieri eppure sono passati trent’anni da quando i gruppi inglesi come Oasis, Blur, Pulp e Suede si contendevano i palcoscenici di tutto il mondo, poi alcuni si sono persi dietro i burrascosi rapporti interpersonali, altri dietro la smania di intraprendere una carriera solista, mentre i Suede, tra alti e bassi e cambi di formazione, hanno proseguito per la loro strada, magari senza replicare i successi del passato, costruiti a suon di hits di facile presa e grande orecchiabilità, ma comunque affinando il proprio stile e seguendo la naturale evoluzione di una raggiunta maturità artistica. Il gruppo di Brett Anderson è giunto così al suo nono album in studio, Autofiction, pubblicato lo scorso 16 settembre per l’etichetta BMG; quasi un nuovo inizio per loro, che avevano scalato le classifiche inglesi nei primi anni ’90, con un sound che volutamente si rifaceva a idoli come Bowie, Roxy Music e Smiths. Poi la fase sperimentale, con maggiore spazio alle tastiere di Codling, i litigi interni, i cambi di formazione e la pausa dal 2003 al 2010. Autofiction è una rinascita, il ritorno a suoni più grezzi, tanto da essere definito da loro stessi un album punk, non nel senso comune della parola o, almeno, non alla Sex Pistols per intenderci, ma in quanto genuino, per nulla artificioso, un disco molto intimo con tematiche che riguardano da vicino i protagonisti: una riflessione sul tempo che passa, un modo di affrontare le ansie e le paure di questo tempo. Un bilancio della propria vita per Brett, non nuovo a queste considerazioni, già affrontate nelle due autobiografie pubblicate, Coal Black Mornings e Afternoons With The Blinds Drawn, entrando davvero nel privato quando nella canzone dedicata alla madre, persa da bambino, She Still Leads Me On, titolo di apertura, parla di come sia ancora oggi una guida per lui e di come si senta ancora in contatto con lei nonostante la morte li abbia separati. Non è un caso che la lavorazione sia durata ben quattro anni: tanto hanno impiegato Brett Anderson, Mat Osman, Simon Gilbert, Richard Oakes e Neil Codling a scrivere le canzoni, mentre la registrazione è stata velocissima.

Suede by Dean Chalkley
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Ozzy Osbourne – Patient n.9 (Epic/Sony Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Nel giorno in cui il mondo intero piangeva la morte di una leggenda, ecco che un’altra bussa alla porta per ricordarci che c’è ancora e che venderà cara la pelle prima di passare a miglior vita. Lo fa nel migliore dei modi, forse l’unico che conosca, Ozzy Osbourne, tornando con il suo tredicesimo album in studio, considerato anche Under Cover del 2005. Se la grandezza di un personaggio si misura dall’importanza dei nomi che hanno partecipato alla realizzazione del disco, allora Madman non ha pari in questo, avendo chiamato a raccolta per quest’ultima fatica alcuni dei migliori chitarristi al mondo: dall’amico di lunga data Tony Iommi, riff master ineguagliabile, a Zakk Wylde, Jeff Beck, Mike McCready ed Eric Clapton, insomma gente che non ha bisogno di tante presentazioni. A completare la rosa Robert Trujillo dei Metallica al basso, già collaboratore di Ozzy in passato, Chad Smith dei RHCP e il compianto Taylor Hawkins dei Foo Fighters, che si alternano alla batteria; se stessimo parlando di basket sicuramente sarebbe un dream team! Del resto come poter rifiutare una chiamata del Principe delle Tenebre? Nonostante i continui problemi di salute, che lo hanno afflitto negli ultimi anni, e che altro non fanno che alimentare le fantasie su un ipotetico patto con il diavolo per avere l’immortalità, Ozzy non sembra avere nessuna voglia di mollare il microfono.

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Ossi – Ossi (Snowdonia Dischi/Audioglobe, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Tra i miei peggiori difetti sicuramente la testardaggine, se mi convinco di una cosa non c’è verso di togliermela dalla testa: una di queste l’avversità per le piattaforme di musica digitale, sia per lo sfruttamento economico ai danni dell’artista, che per la smaterializzazione dell’opera, perché, per quanto di facile fruizione, nulla può eguagliare il piacere di tenere in mano un cd o, meglio ancora, un vinile. Per questo oggi voglio parlarvi di un lavoro in uscita il 9 settembre: il nuovo progetto di Vittorio Nistri e Simone Tilli, un album che va ascoltato, ma soprattutto sfogliato,letto, guardato e riguardato, per il suo artwork, che è un omaggio a quel fumetto underground che fu, negli anni passati, fiore all’occhiello di quella controcultura di cui ci sarebbe tanto bisogno ancora oggi. La copertina stessa dovrebbe essere esposta in una galleria d’arte, riunendo due firme storiche della rivista Frigidaire: in front cover l’indomabile scheletrino del compianto Andrea Pazienza , la back cover, il booklet e il logo affidato a Ugo Delucchi, che di Pazienza stesso fu allievo. Le dimensioni atipiche del booklet (25.4 x 17.4) richiamano quelle del fumetto underground americano degli anni ’70, la spirale psych e i colori sono del disegnatore Lido Contemori e il progetto grafico di Gabriele Menconi (Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Viareggio). Insomma, come potrebbe tutto ciò essere sostituito da un frigido click?

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