R E C E N S I O N E
Recensione di Stefania D’Egidio
La mia ultima recensione risale allo scorso ottobre, lo so, sono caduta in una specie di letargo, ma, come diceva il maestro Battiato: “la musica contemporanea mi butta giù”, finchè non mi è arrivata questa poposta di recensione una settimana fa. Incuriosita dal titolo bizzarro dell’album sono andata a curiosare nella cartella stampa e ho scoperto che i titoli delle canzoni lo erano ancora di più.
Come un gatto goloso, mi sono ritrovata tra le mani l’album di esordio di un gruppo nostrano: i Lovvbömbing!, che non vengono d’oltremanica, come si potrebbe pensare dal sound internazionale, ma sono un quartetto di Cesena composto da Francesco Brandolini, Federico Canducci, Francesco Lucchi e Lorenzo Ricci. Non c’è dato di sapere chi suoni cosa, ma il lavoro è talmente ben riuscito che mi prometto di approfondire la conoscenza del gruppo, magari con una bella intervista.

Preceduto da tre singoli che compongono, insieme ai rispettivi videoclip, la mini trilogia The Big Alien Come Up , Piss! Peas! Peace! è uscito sugli store il 30 gennaio scorso; composto in tutto da dieci brani di un’energia quasi catartica. Non lasciatevi ingannare dai visini puliti del quartetto perchè questi ragazzi tutto sembrano tranne che degli esordienti. Dall’album trasuda infatti una certa cultura musicale, che spazia dalla psichedelia, al punk , al hard rock e chi più ne ha, più ne metta. Suonano con una maestria da veterani, senza i fronzoli dei loro contemporanei: ne risulta un lp che sembra registrato nel garage di casa, con suoni distorti, talora persino sporchi, e dei brani che seguono sempre un andamento ciclico. Partono con un ritmo, ad esempio punk, tipo in Esquisito River, e dopo un minuto viene dispiegata l’artiglieria pesante, con lo scatenarsi di wah wah e gran cassa, per poi di nuovo tornare al punk dell’inizio ed è così un po’ in tutte le tracce, come se ogni canzone fosse una matrioska che ne contiene altre.

Il secondo pezzo, White Rabbyt, conferma quanto questi facciano sul serio con le distorsioni e il cantato ricorda vagamente lo stile dei Fontaines D.C.
In terza posizione, James Pond, la mia traccia preferita: psichedelia allo stato puro, per le chitarre in sottofondo e il riff avvolgente, che fanno da preludio ai bending finali.
Vi dicevo quanto fossero curiosi i titoli delle canzoni: eccovi serviti Sydney Weenie, potente come un pugno nel buio, la sferzata che non ti aspetti da una batteria galoppante, per quello che è l’unico brano strumentale dell’album, e Fajitas (Poliz Navidad), un concentrato di allegria contagiosa.
Se vi annoiate facilmente e volete rapidi cambi di ritmo mettete su Doodly Doo, con il suo bell’assolo finale, e non resterete delusi, mentre, se siete portatori di pacemaker, astenetevi da Fury, una scarica di corrente alternata farcita con una intrigante trama di basso ad accompagnare i deliranti fraseggi di chitarra. Per gli amanti del progrock, invece, c’è President Alien, traccia dall’iniziale ritmo sostenuto, con la solita frenata a metà, che fa da apripista alla sfuriata di chiusura.
Per la psichedelia alla massima potenza avvolgere il nastro fino a Majestic Silver Seas: trama ricca di suoni tra basso, batteria, sovrapposizioni di chitarre e voci sussurrate. Quasi dispiace arrivare alla fine, ma, si sa, tutte le cose belle prima o poi finiscono e con Telejunkies l’epilogo è al fulmicotone, perfetto per il pogo selvaggio sotto il palco: una canzone nata per essere suonata dal vivo, come del resto tutto l’album.
Piss! Peas! Peace! è un album che non può mancare nella vostra collezione se siete amanti del rock più autentico, dei suoni ruvidi, dei volumi alti e dei ritornelli cantati a pieni polmoni.






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