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Stefania D’Egidio

Crass – Normal Never Was-Revelations-The Remix Compilation (One Little Independent Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

In un mondo che gira al contrario, in cui tutti, ma proprio tutti, si sentono in diritto di dire la propria anche su cose di cui non sanno una beata cippa, a volte sento la necessità di un “sano isolamento domiciliare”, con la musica come unica arma di distrazione dalle miserie umane: ed è così che mi capita tra le mani una bizzarra cartella stampa di una raccolta di brani remixati di una band mai sentita, i Crass. Perchè bizzarra? perchè una compilation di quaranta brani, sì avete capito bene, quaranta brani, non l’avevo ancora vista. Comincio ad ascoltare distrattamente e resto subito folgorata, cerco spasmodicamente su wikipedia e scopro che si tratta di un collettivo punk anarchico, nato nel ’77 nell’Essex, famoso per aver coniato lo slogan “DIY” (Do it Yourself). Un gruppetto bello corposo, originariamente formato da nove membri (due chitarristi, tre cantanti, un bassista, un batterista, una disegnatrice grafica e un ingegnere delle luci), tutti viventi all’epoca in una comunità. Mea culpa non averli incrociati prima, anche se per ovvi motivi anagrafici, essendo stati pionieri del genere anarcopunk, e tra i primi a scrivere canzoni contro fascismo, razzismo, sessismo, guerre e sfruttamento, temi, ahimè, ancora attuali. Musica di protesta, ma anche fortemente propositiva, oltre i semplici proclami, fini a se stessi, di gruppi come i Sex Pistols; anarchia non per seguire la moda del momento, ma come vero e proprio modus vivendi.

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The Jesus And Mary Chain @ Alcatraz, Milano – 12 dicembre 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Tra le band culto degli anni ’80, The Jesus And Mary Chain sono entrati nell’immaginario collettivo come i degni eredi dei Sex Pistols, per lo scompiglio che accompagnava i loro concerti, che spesso si concludevano tra risse, feriti e arresti. Nati nella periferia di Glascow da un’idea dei fratelli Jim e William Reid con Bobbie Gillespie, dei Primal Scream, alla batteria per un breve periodo, non hanno mai negato di ispirarsi a gruppi come Velvet Underground e The Stooges. Già con il primo album del ’84, Psychocandy, riuscirono ad attirare le attenzioni della critica, ma è con l’album Darklands del ’87 che si consacrano definitivamente come capostipite di un nuovo genere musicale, lo shoegaze, grazie alla capacità di fondere le melodie pop con le atmosfere decadenti, le chitarre distorte e i feedback.

La tappa milanese di dicembre ripropone proprio quello che è considerato il loro capolavoro assoluto, dieci canzoni che avrebbero ispirato nel decennio successivo altre band, come i My Bloody Valentine e gli Slowdive. La serata è di quelle fredde e il ritorno all’Alcatraz dopo quasi due anni scalda cuore e mani; la capienza, si sa, è ridotta, ma il pubblico sa come accogliere a dovere non solo gli headliners, ma anche chi li precede, il quartetto Rev Magnetic; i primi trenta minuti scorrono tra atmosfere sognanti e psichedelia.

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The Darkness – Motorheart (Cooking Vinyl, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

La band più irriverente del britrock torna il 19 novembre con l’album Motorheart per Cooking Vinyl/Egea Music/The Orchard, a distanza di due anni dal precedente Easter Is Cancelled, entrato nella top 10 inglese con un buon riscontro di critica. Anticipato dalla titletrack e dai singoli Nobody Can See Me Cry e Jussy’s Girl, il disco è stato registrato, prodotto e mixato da Dan Hawkins nei Gateway Mastering Studios di Portland; copertina stravagante, con un rimando ai cartoons anni ’70, per la presenza di una sexy robot circondata da simboli fallici, il settimo lavoro in studio è stato annunciato dalla band come “l’album che spacca più forte di qualsiasi cosa fatta finora”, nove tracce (dodici nella versione deluxe) “per essere trasportati immediatamente da questa valle di lacrime lamentose ai campi elisi del rock dove tutte le mani sono alzate”. E Motorheart non tradisce le aspettative dei fans, forse il migliore prodotto negli ultimi anni.

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Silk Sonic – An Evening with Silk Sonic (Atlantic Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Di Bruno Mars si sa pressoché tutto, essendo tra gli artisti più acclamati dell’ultimo decennio, una macchina sforna hits, meno conosciuto, invece, il compagno d’avventura Anderson .Paak, cantante, rapper, batterista e produttore discografico, che in passato si faceva chiamare Breeze Lovejoy. In realtà nel corso della sua carriera ha vinto ben tre Grammy Awards, ma in Italia non ce ne siamo quasi accorti, e ha partecipato a diversi progetti, con Knxwledge, con The Free Nationals e Dr. Dree. Quello che non immaginavo è che i due, pur essendo entrambi nati negli anni ’80, avessero una passione per un genere, la musica soul, che ha espresso il meglio di sé nel ventennio ’60-’70. Paak incontra Mars durante il 24K Magic World Tour del 2017 e tra i due nasce una speciale alchimia che li porta, nello stesso anno, a lavorare negli Abbey Road Studios di Londra assieme a Nile Rodgers (un’altra leggenda vivente) e Guy Lawrence degli Chic. I due si divertono come vecchi amici che strimpellano in un garage e nel 2021 annunciano la nascita del duo, attraverso i canali social, trovando nel bassista Bootsy Collins una specie di padre spirituale, oltre che uno special guest per l’album nascente, e sarà proprio lui a scegliere il nome del gruppo. Diversi tra loro, Mars quasi maniacale nella produzione dei brani, Paak più istintivo, i due sembrano completarsi a vicenda, accomunati da un passato poco semplice, che li ha visti dormire per strada agli esordi e con un background familiare non proprio idilliaco. An Evening with Silk Sonic è la loro risposta alla pandemia, un modo per esorcizzare la tragedia e diffondere buoni sentimenti e vibrazioni positive, un album, a detta loro, per “far star bene le donne e far ballare”.

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Curtis Harding – If Words Were Flowers (Anti- Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Negli ultimi anni la musica soul sembra vivere una nuova primavera grazie ad artisti come Michael Kiwanuka, Bruno Mars e Curtis Harding, tornato a quattro anni di distanza dal precedente album, Face Your Fear: il 5 novembre è uscito infatti If Words Were Flowers per l’etichetta Anti-, coprodotto insieme a Sam Cohen (Kevin Merby, Benjamin Booker) nel turbolento biennio 2019-2020. Un lavoro che è un omaggio al soul americano anni ’50 e ’60, ma con contaminazioni jazz, rap e blues, risultandone un caleidoscopio di colori ed emozioni, a partire dalla title track, posizionata ad inizio scaletta, che prende spunto da una frase con cui la madre invitava Curtis a dimostrare il proprio amore alle persone care prima che fosse troppo tardi (“regalami fiori quando sono ancora viva”).

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Grandmaster Flash @ JazzMi, Conservatorio Verdi, Milano – 31 ottobre 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Credo che una bolgia così non si sia vista mai al Conservatorio Verdi di Milano e, del resto, la serata è di quelle destinate a entrare nella storia, lo si capisce dalla grande affluenza di spettatori e dal tipo di utenza, non solo giovani e meno giovani, che la nascita del rap l’hanno vissuta in prima linea, ma anche grandi nomi del panorama radiofonico e dello spettacolo, da Linus a Luca De Gennaro, da Massimo Oldani fino alla bellissima Elodie. Non capita tutti i giorni di poter assistere alla performance di una leggenda vivente come Grandmaster Flash, io stessa lo inseguo da tempo, ma le volte precedenti si era sempre esibito lontano da Milano. Cosa posso dire di un personaggio così senza cadere nella retorica? Ci pensa lui stesso, all’inizio dello show, a ricordarci che, in un tempo neanche troppo lontano, quando non esistevano gli mp3, Serato Dj, i social e i computer, la musica veniva suonata con i dischi e, sullo sfondo, passano delle bellissime immagini del Bronx dei primi anni ’80, quando le feste venivano improvvisate rubando la corrente elettrica dalle colonnine per strada e la musica bastava per far ballare tutti e per far dimenticare, anche solo per pochi attimi, i problemi di un’intera comunità, quella afroamericana.

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Paolo Fresu – Around Tuk @ Conservatorio Verdi, Milano – 24 ottobre 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

La rassegna JazzMi da anni regala agli appassionati di musica grandi emozioni e l’edizione 2021 non poteva essere da meno, con grandissimi interpreti sui palchi meneghini e domenica 24 il programma offriva, al conservatorio Verdi, il concerto di Paolo Fresu, con Around Tuk. Tuk Music è l’etichetta discografica, fondata dieci anni fa dal musicista sardo, con l’idea di produrre nuovi talenti del panorama jazz italiano e internazionale: cinque di questi talenti accompagnavano il trombettista nella serata milanese, Raffaele Casarano al sax, Sade Mangiaracina al piano elettrico, Dino Rubino al pianoforte, Marco Bardoscia al basso ed Enrico Morello alle percussioni.

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Frankie Hi-Nrg Mc – Faccio la mia cosa (Mondadori, 2019)

L E T T U R E


Articolo di Stefania D’Egidio

Da tempo mi ero ripromessa di recensire Faccio la mia cosa di Frankie Hi-Nrg Mc edito da Mondadori nella collana Strade Blu, in primis perchè ho un debole per l’autore, non lo nascondo, lo stimo molto perchè rappresenta forse il lato più autentico del rap, quello di musica di protesta, poi perchè, pagina dopo pagina, ho ritrovato parte della mia infanzia e di quella di un’intera generazione. Di qualche anno più grande di me, il suo racconto inizia con il giorno della nascita, coincidente con la conquista della luna da parte degli astronauti americani, e prosegue poi con varie peripezie in giro per l’Italia, a causa del lavoro del padre e per le sue origini, per metà siciliano e per metà piemontese. In tutto questo la vita di Frankie si intreccia con le vicende della cronaca italiana di quegli anni, dagli attentati terroristici ai delitti di mafia e, in mezzo, la scoperta della musica, dallo Zecchino d’oro fino al hip pop, nei primi anni ’80, il genere che gli cambierà l’esistenza.

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Duran Duran – Future Past (BMG, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Senza pensarci troppo, il mio amore per la musica nasce proprio con loro, i Duran Duran, quando rubavo a mio fratello il piccolo mangianastri Grundig per ascoltare Seven and The Ragged Tiger. In barba ai critici musicali che ne avevano pronosticato una morte rapida e indolore, io, con l’entusiasmo di una bambina di sette anni, sapevo già che la nostra storia d’amore sarebbe durata a lungo, tanto da farne la colonna sonora della mia vita, e come una moglie fedele sono andata dritta per la mia strada, anche quando, dopo il successo planetario di Arena, il gruppo sembrava andare alla deriva, dapprima con la separazione dei membri nei progetti paralleli The Power Station e Arcadia, poi con l’uscita di Roger e Andy. Gli anni ’90 tra alti e bassi, in realtà più bassi che alti, eccezion fatta per The Wedding Album, nulla di scandaloso, erano gli anni del grunge, si preferivano suoni nudi e crudi, poi nuova linfa vitale con l’arrivo del secondo millennio, la reunion e i successi di Astronaut e dei più recenti All You Need is Now e Paper Gods.

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