R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Era l’album più atteso dell’autunno e non poteva essere altrimenti per il quattordicesimo lavoro in studio di The Cure, una delle band più influenti del panorama musicale mondiale, e dopo sedici anni ecco Songs of a Lost World, pubblicato finalmente il 31 ottobre e presentato con un grande live streaming (di ben tre ore!) il 1 novembre su youtube dal Troxy di Londra. Quarantasei anni di carriera per Smith e soci, headliners al Glastonbury Festival per ben quattro volte e inseriti nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2019, uno di quei gruppi che ha navigato tra post punk, new wave e pop, arrivando ai giorni d’oggi con la stessa grinta del 1978, ma con il jolly di una raggiunta maturità artistica. Un traguardo così importante meritava da parte mia un ascolto attento, così ho evitato di leggere le recensioni dei colleghi, già in rete, per cercare di non farmi influenzare.

Songs of a Lost World è stato scritto e arrangiato da Robert Smith, prodotto e mixato in collaborazione con Paul Corkett e registrato presso i Rockfield Studios di Wales; design affidato a Andy Vella, con una cover che ritrae la scultura Bagatelle di Janes Pirnat del 1975; nei vari store troverete diverse versioni della copertina e vari formati (cd, vinile, musicassetta). In totale otto brani, scritti da Smith dal 2019, frutto di tutte le esperienze vissute negli ultimi anni e, pertanto, non poteva che essere un album molto introspettivo con un unico leitmotiv: lunghi intro strumentali con la voce che entra verso metà traccia, quasi a indurci dolcemente alla riflessione. Apre Alone, brano dall’atmosfera intensa e una struttura musicale complessa, fatta di echi che si sovrappongono ed emozioni che si rincorrono per riempire il vuoto di un mondo ormai alla deriva, tra sensazioni di smarrimento, solitudine e paura di una fine imminente.


Il viaggio emotivo prosegue con l’apertura di pianoforte di And Nothing Is Forever, cui si affianca subito dopo il sintetizzatore: il tema è l’accettazione della morte e la paura di morire da soli, che in fondo ognuno di noi ha. Ancora più cupa la melodia della successiva A Fragile Thing, con un bell’assolo di chitarra a raccontare la rassegnazione verso le proprie fragilità.


In Warsong l’arpeggio si fa fluido, nella migliore tradizione di The Cure, con un uso sapiente del delay e del riverbero a dare profondità alle note, riportando la mente ai tempi d’oro di A Forest e Pictures of You: l’effetto che ne deriva è ipnotico, ma con un tocco di tragicità in più dato dal fuzz della chitarra. In Drone:Nodrone Smith tratta il tema dell’invadenza della tecnologia nella vita privata di ognuno di noi e il ritmo si fa più serrato con un lungo assolo di chitarra impreziosito dal wah wah, dolce e malinconica invece la successiva I Can Never Say Goodbye, introdotta dal rumore della pioggia e dal pianoforte, con il basso di Gallup a fare capolino solo sul finale. Traccia strumentale scritta da Smith subito dopo la morte del fratello Richard a cui non riusciva a trovare delle parole adeguate, arrivate solo dopo molto tempo, ma che lo hanno aiutato a superare il dolore della perdita. Il settimo brano, All I Ever Am, esplora l’essere umano in quanto somma di esperienze e di ricordi: la trama si fa più cupa, ma con un’apertura nel ritornello e una batteria scoppiettante; pezzo bellissimo che riporta alle origini della band e introduce al gran finale dell’album. Endsong: 10 minuti per una chiusura epica, ancora un pezzo che esalta la batteria di Jason Cooper e quegli arpeggi di chitarra che, in quattro decenni, sono diventati forse la caratteristica più riconoscibile del loro sound. Il brano risale al 2019 ed è una lunga riflessione sul passare del tempo e sull’invecchiare in un mondo ormai devastato: correva il cinquantesimo anniversario dallo sbarco sulla luna e Smith osservava la luna con gli stessi occhi di quando era bambino, consapevole però di quanto fossero cambiati sia lui che la terra. Un brano che chiude alla perfezione il cerchio aperto con Alone di cui riprende per certi versi il tema: solo loro potevano creare una traccia così lunga tenendo le orecchie dell’ascoltatore incollate alle cuffie fino all’ultimo secondo… capolavoro assoluto!

Perché comprare questo album: perché nel mondo in questo preciso momento forse c’è bisogno di una pausa riflessiva per capire dove stiamo andando e cosa vogliamo fare in merito a grandi temi come le guerre, i cambiamenti climatici, la tecnologia che aliena e disumanizza.


Tracklist:
01.Alone
02.And Nothing Is Forever
03. A Fragile Thing
04. Warsong
05. Drone:Nodrone
06. I Can Never Say Goodbye
07. All I Ever Am
08. Endsong

Photo © Sam Rockman

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