Georges Bataille, L’Arcangelico – l’eternità della poesia

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bataille_Georges

Articolo di Sabrina Tolve

È difficile leggere Bataille[1]. Non tanto per la difficoltà insita nella sua stessa scrittura, quanto per l’impossibilità di entrare in possesso dei suoi libri.
Ma la costanza aiuta, la tenacia anche e col tempo se ne raccolgono i frutti.

Ho cercato L’Arcangelico per anni, prima di trovare una copia piuttosto blanda della stampa di un’ebook che circola in rete (G. Bataille, L’Arcangelico, Maldoror Press, 2011). Ma l’opera è del 1943, pubblicata nel 1944.

Ho regalato la stampa dopo averne letto il contenuto in una sola notte.

È bizzarro che «uno degli scrittori più importanti del suo secolo» – così diceva Michel Foucault nella prefazione all’opera completa di Bataille, edita ne La Bibliothèque de la Pléiade da Gallimard nel 1970 – sia, di fatto, quasi sconosciuto ai più. Non è bizzarro, invece, che l’opera di critico, antropologo, romanziere e sociologo del nostro autore, abbia completamente oscurato la sua poesia, visto che l’Arcangelico è composto da undici sole poesie (divise in due gruppi) e che altre undici furono scartate da Bataille stesso (ma che sono presenti all’interno della copia di cui sopra).

Insomma, ventidue testi poetici rapportati alla mole di testi in prosa, possono apparire scarni e affatto essenziali.

Eppure l’opera di Bataille, per quanto frammentaria possa apparire, è di fatto unitaria e compatta e i versi de L’Arcangelico avvalorano la mia tesi: la dimensione della trasgressione, dell’erotismo e del sacrificio, della violenza e del dolore, culminano, nei pochi versi composti dall’autore francese, in un crescendo che dalla tomba porta all’aurora. Come se la morte restituisse alla vita la sua valenza e le sue aperture verso l’inconoscibile.

Bataille parla di poesia già ne L’esperienza interiore e ne L’erotismo, e la sfuggevolezza dei versi, il viaggio attraverso il dolore che trascende, e che dalla morte pare amplificarsi in improvvisa gioia tesa all’infinito, è il nucleo centrale de L’Arcangelico e del concetto stesso che l’autore aveva della poesia: «La poesia conduce al punto stesso cui porta […] all’indistinto, alla confusione degli oggetti distinti. La poesia ci conduce all’eternità, alla morte, alla totalità […].»[2]
E se l’intento era questo, Bataille lo supera, addirittura, oltrepassando la morte e spingendosi in uno spazio-tempo altro, così dinamico da sembrare statico e cristallizzato, dove il sacrificio e la perdita diventano sacri e quasi religiosi, dove l’Io poetico viene tormentato fino a vedere, una volta accecato dal male, la luce.  Sebbene lo stile e la lingua rimangano arpionati alla negazione dell’aulico, per necessità, sebbene la parola sia nuda, cruda e tagliente, si giunge – in conclusione –  al luogo della serenità dove, finalmente, «la poesia è l’eternità.»[3]

Bataille_cover


[1]    Georges Bataille (Billom, 10 settembre 1897 – Parigi, 9 luglio 1962) è stato  romanziere, poeta, critico letterario, critico d’arte, filosofo e antropologo. Approfondì particolarmente i temi della religione e del sacro, dell’erotismo, della trasgressione, della violenza e della morte.
Se non hai letto niente di Bataille, devi (nell’ordine):
– vergognarti:
– leggere almeno la pagina di wikipedia a lui dedicata (proprio per non fare un’eccessiva brutta figura con te stesso):
– leggere qualcosa di Bataille. Puoi iniziare con L’erotismo, se vuoi leggere un suo saggio, o La storia dell’occhio, se vuoi leggere un romanzo erotico vero e che niente ha a che vedere con quella robaccia che attiene alle sfumature.

[2]    G. Bataille, L’Erotismo, ES srl, Milano, 2009, pag. 25

[3]    Ibidem.

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