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Recensione di Antonio Asquino.

Ad un paio d’anni di distanza dallo straordinario Hugo Cabret, Scorsese regala agli appassionati della settima arte un nuovo (ennesimo) capolavoro, una scintillante lezione di cinema da vedere, rivedere e possibilmente da far studiare nelle scuole apposite (sempre che ne esistano ancora di decenti). Il regista americano negli ultimi anni sembra aver trovato una mano sapiente e geniale che rende difficile evitare il paragone con le produzioni dei suoi (tanti) periodi migliori, sicuramente quello era un cinema tanto passionale e anarchico quanto questo è chirurgicamente calcolato e magistralmente costruito ma il risultato non cambia, siamo nel campo dell’eccellenza filmica e addirittura questo The Wolf Of Wall Street rischia seriamente di insidiare le vette massime del regista statunitense.

Mi riferisco a capolavori come Quei Bravi Ragazzi, Toro Scatenato piuttosto che Casinò.

Tratto dalla vera storia del broker newyorchese Jordan Belfort, raccontata dal protagonista nell’omonima autobiografia (già bestseller), il film narra dell’ascesa e della caduta (ad opera del governo statunitense) di questo truffatore di borsa, dipendente dalla droga, dal sesso ma soprattutto avido di denaro e abile a raggirare beoti americani, esponenti dell’aurea mediocritas della middle class, anch’essi dipendenti dal dio denaro ma incapaci di tentare la fortuna da soli o troppo stupidi e ingordi per non rendersi conto di venire puntualmente derubati e sbranati da questo lupo di Wall Street, qui superbamente interpretato da un Leonardo Di Caprio ai suoi massimi storici. Scorsese utilizza una messa in scena dal marcato accento grottesco dove però non c’è nulla di esagerato se non in qualche dettaglio di sceneggiatura (come riconosciuto dallo stesso Belfort dopo aver visto il film). E’ tutto un eccesso terribilmente realista che si traduce in una regia visivamente esaltante, degli attori azzeccatissimi in ogni ruolo (i laidi freak cofondatori della società di Belfort appaiono in tutta la loro sgargiante bestialità e bruttezza) ed una riscrittura cinematografica, ad opera del bravissimo Terence Winter (che gli appassionati di serie tv riconosceranno come uno dei principali artefici di capolavori come I Soprano e Boardwalk Empire), a cui è impossibile trovare un difetto tanto è ricca, intelligente, perfetta nell’alternanza di tempi comici e tragici e nello sviluppo sia dei personaggi che delle situazioni.

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Le scene memorabili si sprecano e in pratica caratterizzano un buon ottanta per cento di quello che passa sullo schermo, personalmente mi piace mettere in evidenza tutta la sequenza che va dall’assunzione di Quaalude scaduto da parte del protagonista e del suo vice Donnie, passando per l’arrivo del nostro in preda a semiparalisi al country club fino al rischio di morte per soffocamento del vice, salvato con effetti tragicomici da un Di Caprio ispirato da un cartone di Braccio Di Ferro, una gemma di cinema grottesco di livello difficilmente riscontrabile in altri film degli ultimi vent’anni.

A questo punto, visto che la chiave grottesca è il nostro leitmotiv, una grottesca nota di colore ( e usuale dolore visto che parliamo dei soliti cialtroni di carta stampata e web che mai si risparmiano quando è, secondo loro, il momento di rendersi ridicoli di fronte a chiunque sia dotato di normale intelligenza): diversi fenomeni del tentativo di approfondimento hanno rilevato come il film, a parer loro, sia troppo moralmente ambiguo nel contribuire a formare un giudizio negativo sul protagonista in questione, insomma la classica sciocchezza che ci aspetteremmo da una vecchia rimbambita in preda a fervore e ignoranza religiosa o da gentaglia tipo i membri del Moige. Parliamo di gente che è ancora incapace di giudicare una qualsiasi opera d’arte come si dovrebbe e cioè secondo canoni estetici, tecnici e (se cerchiamo il coinvolgimento e l’identificazione) di resa secondo criteri soggettivi mentre invece pretende che l’arte faccia quello che loro e le decadenti istituzioni sociali, pedagogiche e culturali che contribuiscono a sotto-sviluppare a tempo di record, non sono capaci di fare. L’arte non esiste per essere scuola, né chiesa, né gruppo di ascolto e aiuto, ha valori completamente diversi e probabilmente anche più alti. Cominciare a pretendere che nel ventunesimo secolo si superino certe gravi carenze culturali e si capisca questo semplice fatto sarebbe finalmente auspicabile.