Lautréamont e I Canti di Maldoror

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Sicché, pretendereste che,  perché ho insultato, quasi prendendomi giuoco di me, l’uomo,

il Creatore e me stesso, nelle mie inesplicabili iperboli, la mia missione fosse compiuta?

No: la parte più importante del mio lavoro sussiste, tuttavia, ed è là il compito più importante da assolvere.[1]

Lautreamont_1

Articolo di Sabrina Tolve

Quando quest’estate mi sono stati regalati I canti di Maldoror, mi è stato detto: «Non temere; se ti senti prendere dalle vertigini è normale.» e ovviamente, non mi è stato detto solo questo. E alla fine della lettura, quando il libro era diventato un osceno cumulo di pagine staccate dalla copertina, sottolineate, fatte mie, ho dovuto ammettere che sì. Dopo aver letto Lautréamont si può fare a meno di leggere tutto il resto dei poeti maledetti o finti tali.

La cosa che mi fa sorridere, a distanza di pochi mesi, è che ogni volta che ho cercato informazioni e conferme sul testo in questione, tutti utilizzavano la stessa parola: vertigine. Lo disse anche Blanchot[2].
A voler essere distanti da quello che sono 
I canti di Maldoror, basterebbe dire che sono sei canti di un poema in prosa di stampo epico. Una sintesi che non vuol dire assolutamente nulla.

Perché qui non si canta di eroi  e non si parla di alcuna tradizione da tenere in memoria.

I canti di Maldoror sono un urlo, una beffa, una risata sorniona e impavida contro Dio. Sono una sfida all’Onnipotenza, in cui Maldoror stesso – antieroe dei canti – si lascia andare alle azioni più turpi e perverse, con una ferocia e una violenza pari a nessuno, all’interno dell’intera storia letteraria.

Qui la mostruosità non annoia, a differenza di quel che disse Klossowski.[3] Non c’è la noia di una lettura monotona, perché qui il Male prende vita per puro godimento e diviene Puro[4]. C’è una furia e una rabbia all’interno dell’opera, una nota sarcastica e ironica che piuttosto che creare ribrezzo, paradossalmente, incanta nel totale sconcerto che si prova. La forza della poesia di Lautréamont riesce a spiazzare completamente. È la Bellezza assoluta della parola, nata dalla depravazione più totale. Ne nasce una sorta di gioco proibito in cui i limiti umani vengono abbattuti, l’uno dopo l’altro, senza che ci sia rimedio alcuno.

È probabilmente un esorcismo vero e proprio, una dissacrazione completa e assoluta: Dio esiste solo perché viene negato. Un Dio inutile che disprezza se stesso quanto gli uomini che ha creato, e che il poeta irride con palese blasfemia e totalizzante poesia. Perché Dio si sottrae alle sue responsabilità. E viene attaccato e offeso, in nome d’una misericordia che ha insita in sé la tortura, coerente nel suo essere posta al contrario.

L’io esiste solo perché in perenne metamorfosi e in perenne lotta, con se stesso e con il sacro. È l’adolescenza che si prende gioco della razionalità e delle barriere imposte, dalla religione quanto dalla società. Ne nasce un bestiario nuovo  e provocatorio e assolutamente grottesco, nel suo inveire contro l’uomo e i suoi assetti sociali.

Ne I Canti,  tutto è il suo contrario. Il brutto si rovescia in bello, l’irrazionale diviene derisione e  vince, con la sua crudeltà. E c’è da dire che in tutto questo, Maldoror stesso non ne è escluso. Tocca all’antiumano, all’animale, renderlo putrescente almeno quanto la sua anima.  Ma gronda sangue anche lui.

Vi è una ricerca ossessiva di parossismi che si fanno autenticità artistica, scardinando modelli estetici imposti, perché «la poesia che abbia consistenza è sempre qualcosa di contrario alla poesia, poiché, mentre ha per fine ciò che è perituro, lo tramuta in eterno. Ma nemmeno importa se il gioco del poeta, la cui essenza è di unire al soggetto l’oggetto della poesia senza indebolirsi, lo ravvicina al poeta deluso, al poeta umiliato da uno scacco e insoddisfatto. In realtà l’oggetto, il mondo, irriducibile, insubordinato, incarnato nelle creazioni ibride della poesia, tradito dal poema, non è tradito dalla vita invivibile del poeta. A rigore, soltanto la lunga agonia del poeta rivela, in ultima analisi, l’autenticità della poesia.»[5]

A chiusa, vi dico: possano le emanazioni mortali di questo libro imbeverare l’anima vostra come l’acqua lo zucchero.

E chi vuol capire, capisca.

les chants de

 



Isidore Lucien Ducasse,  (Montevideo, 4 aprile 1846 – Parigi, 24 novembre 1870), è stato un poeta francese, il cui pseudonimo fu, appunto, Conte di Lautréamont.

A soli ventuno anni ha già scritto, e prova a dare alle stampe, I Canti di Maldoror, che furono sì stampati, ma mai pubblicati temendo la censura.

Stessa cosa accadde per le sue Poesie, estremamente diverse da I Canti.

Muore a 24 anni, ma bisogna attendere altri 4 anni prima di una pubblicazione.

Le sue opere restano comunque ignorate, finché i Surrealisti non si faranno portavoci dell’opera del poeta, rivedendo in lui un precursore della loro ideologia.

[1]  I. L. Ducasse, I Canti di Maldoror, Feltrinelli, Milano, 1981, pag. 297

[2]  M. Blanchot, Lautréamont e Sade, Dedalo Edizioni, Bari, 1974, pag. 116

[3]  Sulla noia del male nella letteratura, P. Klossowski, Sade, mon prochain, Editions du Seuil, 1947

[4]  «[…] si ha… il Male puro soltanto quando l’assassino, al di là del previsto vantaggio, gode di aver colpito.» G. Bataille, La letteratura e il Male, Edizioni SE, Milano, 2006, pag. 17

[5]  G. Bataille, op. cit., pag. 44

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Un pensiero riguardo “Lautréamont e I Canti di Maldoror

    CBGB: il suono della libertà ha detto:
    16 marzo 2017 alle 12:54

    […] ha a che fare con Maldoror, con Lautremont, è la rivolta contro il romanticismo alla Hugo. Se i Canti di Maldoror furono un’estetica dell’orrido costruita su corpi in disfacimento, per noia e bambina volontà […]

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