Johnny DalBasso – tutta l’energia in un uomo solo

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Intervista di Nadia Merlo Fiorillo

JDB, iniziali di Johnny DalBasso, è il disco d’esordio di un one man band cresciuto artisticamente a suon di live e che in 10 tracce dalla fisionomia stilistica cangiante racchiude temi e sonorità che lo hanno accompagnato nel corso del tempo, da quando ha preso a suonare da solo chitarra, batteria e armonica fino a oggi.
La summa dell’album è un tracciato sonoro non di genere, che mischia punk, blues, rock’n’roll, intimismi acustici e bordate stoner in maniera coesa, ma prepotentemente delineata e affida all’energia e alla potenza del ritmo la prima e l’ultima parola su un percorso musicale vissuto, prima ancora che registrato.


Ricco di collaborazioni, e in questo smentendo curiosamente l’idea che vuole un one man band come unico esecutore dei suoi pezzi, JDB è il solco su cui Johnny DalBasso ha inciso fatica e sudore, per dare corpo a un’anima blues e rock che convince già solo per il fatto che è vera.
Abbiamo incontrato Johnny in un pomeriggio di maggio, su un letto usato a mo’ di divano e, tra i-Phoniche interruzioni, risate e relax, ne è uscito un quadro un po’ più completo sulla sua interessante personalità e sul suo esordio musicale.
In coda all’intervista, il brano C.P.C.A. in esclusiva per Off Topic.

Perché la scelta di una formazione musicale è caduta su un one man band e non su un gruppo di più musicisti?
È una scelta legata al mio modo di intendere il one man band e a quello che riesce ad ottenere suonando da solo.
Per definizione il one man band è chi, oltre alla chitarra, usa altri strumenti, principalmente quelli legati alla produzione del ritmo, ma per me one man band è anche un pianista, che suona la ritmica con una mano, la melodia con l’altra e contemporaneamente canta. Quindi, io tendo a vedere il one man band essenzialmente come un musicista…che poi lo si consideri un musicista “particolare” va bene, ma chi dice che la batteria non può essere suonata anche solo con i piedi?!
Quello che a me piace del one man band, però, è principalmente la quantità di energia e di suono che può uscire da un’unica persona. Il suono che produco, infatti, non è acustico, ma molto potente, tant’è che nei live tendo ad esagerare anche con il numero di casse usate perché cerco di riempire tutti i range di frequenza.
In realtà, mi piacerebbe ricreare da solo il muro sonoro tipico della musica degli anni ’50 -’60: è un mio sogno quello di produrre un forte impatto acustico e lo stupore di chi entra nel locale dove sto suonando, immaginando magari di trovarsi di fronte una band e invece trova solo me, mi piace molto e mi gratifica.
Oltre a questo, c’è anche il fatto che attualmente mi sto interessando tanto al concetto di ritmica percussiva primitiva, quella del semplice battere e levare, che in fondo è la base di tutto il ritmo. Certo, ha infinite varianti, ma la ritmica si riduce fondamentalmente a due colpi: tu-pa!
Metti tutto questo insieme e capisci perché un one man band (ndr. sorriso).

Allora, non posso non chiederti perché ti sei avvalso della collaborazione di alcuni musicisti per la registrazione di questo tuo disco d’esordio. Sembra una scelta paradossale, non trovi?
Ho riflettuto molto su questa cosa, a dire il vero. Quando chiedevo ai miei amici “come vedi il mio primo disco?”, mi sono sempre sentito rispondere “lo vedo con te che suoni”. E ho fatto il contrario.
Non ho voluto pensare a me, ma innanzitutto alle canzoni, perché lo studio di registrazione è il luogo in cui si creano canzoni. Fra qualche anno potrei suonare con una formazione di più elementi o fare altro, ma intanto le mie canzoni restano. Perché togliere loro quella giusta quadratura che poi davvero hanno avuto attraverso la collaborazione con altri musicisti?

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Ma quando vai a suonarle live non perdono qualcosa?
Forse qualcosa lo perdono, ma acquistano qualcos’altro. In assoluto, i pezzi non perdono nulla, perché se una canzone è buona puoi suonarla anche accompagnato da un solo strumento, come la chitarra acustica. Se un pezzo funziona, se comunica, allora arriva anche solo cantato.
Riguardo ai miei, probabilmente si perde il concetto di muro sonoro di cui ti ho detto prima e che è legato a più strumenti suonati contemporaneamente da un unico musicista.
Quando è un altro a suonare la batteria, non sono io il batterista, quindi si sentirà un’elevazione a livello sonoro molto più potente, d’altro canto si perde l’unicità, il fatto che sono io a spingere, a fermarmi, a rallentare.
Nel live si perde l’essere in tanti, ma ci sono il mio sudore, l’impeto, la fisicità estrema con cui suono i miei set e l’energia che non voglio mai risparmiare, né dosare. A me piace arrivare distrutto alla fine di un concerto ed essere one man band tutto questo te lo permette sempre…in fin dei conti, il sudore e la fatica sono l’anima del rock e del blues.

Mi racconti un po’ come è andata la gestazione dell’album?
E’ stato tutto molto casuale. Ero stato invitato a Napoli per aprire il live di una band e tra il pubblico c’era Giuseppe Fontanella, ora produttore e già chitarra storica dei 24 Grana. Quella sera mi sentivo un po’ “sfasteriato”, ma come sensazione era molto blues, dunque credo di aver suonato bene e Giuseppe ha voluto incontrarmi, dopo avermi sentito. Ci siamo poi rivisti e ci siamo confrontati sul disco, che abbiamo prodotto insieme. I pezzi sono rimasti nella forma originale che gli avevo dato e non è stato rimaneggiato nemmeno un accordo…direi che posso dirmi assolutamente soddisfatto del risultato, soprattutto per Sessolosapesse, che è venuta fuori dura e oscura come volevo.
Considera, poi, che per me un disco è la conclusione di un percorso che si è svolto prima ed essenzialmente in veste live, perché sono convinto che un disco sia a tutti gli effetti la verità del live, dunque questo album rappresenta la quadratura ideale del cerchio, del mio cerchio e resto davvero molto soddisfatto del risultato che io e Peppe abbiamo raggiunto.

Chi ha collaborato con te alla registrazione del disco?
Alla batteria mi ha affiancato Jonathan Maurano, dei Buddha Superoverdrive. Abbiamo registrato sia singolarmente entrambe le batterie, che in sovraincisione, ma con lui e grazie a lui ho compreso che il mestiere del batterista è tutt’altra cosa da quello che faccio io. Ho capito soprattutto che non sono un batterista, ma un musicista che porta il tempo, anche se questo aspetto è quello che più ci accomuna , perché entrambi vediamo nella ritmica, nel tempo musicale, qualcosa di possente, a volte addirittura di ossessivo.
Giuseppe Fontanella (24 Grana) ha suonato la chitarra in Lampi nel buio e il synth in Spara e in questo stesso pezzo, al basso, Nando Cotugno, sempre dei 24 Grana.
Poi c’è UNA aka Marzia Stano, già voce degli Jolaurlo, con cui ho duettato in C.P.C.A., pezzo che chiude il disco e che è venuto fuori molto bene, con un feeling particolare, come se ci conoscessimo da anni. E’ un pezzo melodico, che si discosta un po’ dall’impianto generale del disco, ma è un contrasto voluto all’interno di un album a suo modo molto vario, benché unito da un filo rosso. Non amo molto i dischi lineari, che da un punto di vista sonoro non variano mai e C.P.C.A. ha incarnato bene questa funzione “differenziante”.

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E qual è il filo rosso del disco? Tra l’altro, l’album è un condensato di più generi, dal blues al rock’n’roll, al punk fino a echi di canzone d’autore.
Il filo rosso sono io (risata)! In realtà tra i pezzi non c’è un concept esplicito che li lega, anche perché sono brani scritti in tempi molto diversi tra loro. Nel primo disco di solito si riversano i brani suonati dal vivo per anni…direi che il filo rosso è la mia vita, la mia esperienza, che a sua volta è il corpo dei testi, come delle sonorità a cui di volta in volta mi sono appassionato.

Ascoltando alcuni brani, si sentono delle precise influenze: Rino Gaetano ne Il terzo re, lo stoner rock dei QOTSA in Maialini – pezzo tra l’altro di notevole potenza acustica – e addirittura qualcosa di Daniele Silvestri in Spara. Chi ho dimenticato tra i tuoi ispiratori?
Silvestri non direi, non è un mio riferimento. Rino Gaetano c’è, senza dubbio, d’altronde come fai a non pensare a lui o a Fred Buscaglione, quando vuoi rifarti agli outsider italiani?! Mi piacciono poi molto anche Carosone e Battisti e, ovvio dirlo da ona man band, Edoardo Bennato. Mi rifaccio molto al periodo della musica italiana fino agli anni ’70, ma amo molto anche la new wave, sebbene nel disco non sia in alcun modo citata. Se, invece, prendi i pezzi più punk, in quel caso ci trovi i Ramones, per i quali stravedo, ma per il rock direi che i riferimenti sono i classici, come Rolling Stones e Beatles.

Hai citato Bennato e devo ammettere che la domandina l’avevo già preparata. Da one man band non temi di essere paragonato – fatte le dovute differenze, è ovvio – a quello che è il one man band per eccellenza della musica italiana e tra l’altro napoletano? E come pensi di uscirne da un confronto del genere?
Per il momento nessuno mi ha attribuito alcun tipo di legame con Bennato, ma per me rappresenta colui che ha aperto la strada al one man band, tra l’altro sdoganando come nessun altro il punk.
Bennato è riuscito a distaccare un certo tipo di musica dal modello dell’orchestrona italiana della Rai, smuovendo le acque e diventando un modello di riferimento importantissimo per i musicisti che sono venuti dopo. Non posso dire che sia il mio modello di riferimento, ma il suo essere contro , in un modo comunque elegante e pop, mi ha sempre affascinato.

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In Settanta parli dell’età dell’oro del rock. Come vedi, invece, oggi lo stato dell’arte del rock italiano?
Non mi pare che oggi ci sia qualcosa di rilevante nel panorama rock, a differenza di altri periodi che hanno visto fiorire ondate in cui il rock sembrava essersi ripreso da un momento di stanca e penso, in particolare,  all’epoca del grunge e a quella del rock british-scozzese fine anni ‘90, per dirne due. Attualmente trovo molto interessanti gli Arctict Monkeys, ma anche i Franz Ferdinanz, che si situano in un filone che ha dato un’ottima rilettura di ciò che è stato il rock in tempi pregressi. Di nuovo e di eclatante, però, io non vedo nulla. Anche in Italia è così: buone riletture del rock, e penso a un disco come A sangue freddo del Teatro degli Orrori, ma anche Wow dei Verdena mi ha lasciato un’ottima impressione, soprattutto live. Da qui a dire che il rock italiano lascia il segno, però, ce ne corre.
Poi c’è il fenomeno hipster, ma eviterei di parlarne, se non come fenomeno modaiolo con una scarsissima sostanza musicale, dunque glissiamo pure (ndr. sorriso).
All’opposto, invece, c’è tutto un sottobosco di musicisti di talento, che ho conosciuto e che non se ne fregano della moda, ma si impegnano a scrivere canzoni che hanno un loro perché, nonostante alla fine il risultato resti poco incisivo in termini di diffusione.

Prendo spunto da Spara, che nel testo contiene un invito a lasciare una traccia di sé, qualunque essa sia, per l’ultima domanda, che ti faccio a mo’ di augurio. Con questo disco che traccia ti aspetti di lasciare nella musica italiana attuale?
Di sicuro mi aspetto di lasciare un disco che non sia noioso e in fondo ho la presunzione di dire che sono riuscito a fare un disco non noioso, differente da quelli che ti chiedono di stare a capire cosa passava nella testa di chi lo ha inciso, mentre lo scriveva. Vorrei lasciare una traccia di leggerezza, questo è sicuro, ma una leggerezza che colpisce con testi semplici e senza fronzoli introspettivi chi ascolta l’album.
Mi piacerebbe che venisse letto come un disco non noioso, ripeto, ma che parla in modo diretto e sincero e non mi interessa nemmeno posizionarmi all’interno di un mercato discografico: quello lo lascio agli hipster o a chi fa dischi pallosi o a un certo folk attualmente di moda.
Io non voglio essere tutto questo. A me basta essere Johnny DalBasso.

 

Grazie a Davide Visca per le foto

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