Giuliano Vozella – un giovane songwriter con le idee molto chiare

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Intervista di James Cook 

Giuliano Vozella ha origini pugliesi, è laureato con lode in chitarra jazz, canta in inglese ed il suo sound è influenzato dal cantautorato americano. Il suo percorso solista inizia nel 2011 e, a ventidue anni, ha già due album all’attivo. Lo abbiamo incontrato in una sua recente visita milanese e ne è uscita una conversazione che rivela tutta la maturità e la determinazione tipiche di chi coltiva una passione autentica nel cuore…

Raccontami com’è nata la tua passione per la musica e come sei arrivato a  “Ordinary Miles”, tuo secondo album, pubblicato da poco…
E’ una passione nata quando avevo dieci anni, a raccontarla sembra quasi una favola: avevo una chitarra abbandonata su un armadio, che in realtà apparteneva a mio padre (all’epoca suonava anche lui). Mi son detto: perché non rimodernarla, in modo da poterla utilizzare. Così è stato, è uno strumento che tuttora ogni tanto suono, è messa lì come chitarra da battaglia, avrà almeno 30 anni… (risata)
In casa mia si ascoltava molta musica. La domenica mattina ad esempio era un classico mettere il disco di Freddie Mercury con Montserrat Caballé, un ascolto che era quasi diventato una routine. Ho cercato poi di crearmi un’indipendenza musicale sviluppando idee mie. In stanza continuavo a scrivere materiale, il primo cd è proprio nato dall’esigenza di mettere su disco le composizioni di quel periodo. Dopodiché  è iniziato il mio percorso accademico in conservatorio. Più studiavo, più maturavo un pensiero musicale così, quando a Monopoli ho concluso il triennio di chitarra jazz, ho anche pubblicato il secondo album “Ordinary Miles”, che è una sorta di chiusura di un cerchio, mentre un altro si sta aprendo.

E’ stato semplice arrivare ad incidere il primo disco?
In realtà il primo disco l’ho registrato io a casa, è stato davvero molto d’impatto per me, uscito di getto, ma non per questo meno curato. Il secondo ha sia liriche che melodie ed armonie più studiate. Anche la produzione, nel caso di “Ordinary Miles” è di un altro livello, a partire dall’etichetta Workin’ Label, per arrivare ad IRD che l’ha distribuito. Si è creato molto più coinvolgimento a livello personale con i musicisti. Oltre ad Alessandro Grasso (al basso) e Michele Ciccimarra (alla batteria), in formazione stabile nel mio trio, ho avuto numerosi ospiti che conoscevo già, è stato bellissimo. Emozionante poi vedere crescere una creatura musicale, alla fine averla fra le mani è sempre una vera gioia.

gv by rossella petruzzi

Nel nuovo album ti muovi tra atmosfere cantautorali folk blues e suggestioni jazz. I tuoi studi di chitarra si “sentono” parecchio. Quali sono i musicisti che apprezzi di più o ai quali in qualche modo ti ispiri?
Ce ne sono davvero tanti, come obiettivo personale ho quello di ascoltarmi un disco nuovo ogni giorno per studiarlo, cercando di carpire quello che il mio orecchio vuole, quello che mi manca. Non faccio distinzione di generi, capitano i songwriters  così come il quartetto jazz, ma anche il chitarrista solista. Creo in questo modo una sorta di playlist di artisti differenti l’uno dall’altro che, proprio per questo, mi influenzano molto. Penso a Wolfgang  Muthspiel, un chitarrista splendido che adoro perché contamina un  sacco. Nel suo ultimo disco solista, “Vienna Naked”, si sente proprio che il suo strumento, la chitarra, è lì, posta quasi in vetrina, mentre la voce, per la prima volta, lo accompagna. E’ un album veramente bello, me lo sono spolpato. Nell’ambito del songwriting ho ascoltato per molto tempo Ben Howard, poi Dallas Green, Lucy Rose, Matt Corby. C’è poi John Mayer, un disco del 2006, “Continuum”, che non c’entra nulla con il suo genere perché molto più R&B, è davvero stupendo, con tanta sostanza dentro, proprio da studiare. Così come Robert Glasper, “Black Radio” è un grande album, che ho ascoltato un sacco. Ho tanti musicisti come ascolti di riferimento, ma alla fine cerco sempre di essere molto personale, evitando la simulazione di qualcosa già sentito in precedenza. Di solito funziona così: sento il disco su spotify o deezer, mi piace da morire e compro immediatamente la copia fisica. In questi giorni ho ascoltato l’ultimo di Sean Carey, il batterista di Bon Iver. E’ un disco da solista stupendo, molto molto atmosferico, malinconico, a me piacciono tantissimo quelle cose lì…

A Juliet, la tua chitarra, hai dedicato un brano che si distingue un po’ da tutti gli altri, sia per la struttura che per la durata…
Ecco, quella che vedi stesa a terra è Juliet (risata). In effetti il tema del brano parte al quarto minuto; su una durata complessiva di nove, quattro sono completamente frutto di improvvisazione. E’ un pezzo nato perché dopo tanti anni finalmente ho avuto modo di comprare la mia chitarra, costruita dal liutaio Piero Pascale, studiata insieme a lui. E’ stato quasi un atto liberatorio, una storia alla Romeo e Giulietta ma con finale positivo, una sorta di “finalmente ce l’ho tra le mie braccia”. La suono quotidianamente, sono soddisfattissimo, al punto che la canzone “Juliet” è nata quando ero in studio per registrare questo pezzo strumentale, originariamente, appunto, di quattro minuti. Era talmente bella l’atmosfera venutasi a creare con Alessandro Grasso, anche fonico dello studio Four Walls, che alla fine ho detto: “spegni le luci e fai partire la registrazione“. Mentre le luci erano spente io avevo già iniziato a suonare, tant’è che si sentono anche i rumori di Alex che esce dallo studio e i miei respiri. Stavo comunicando con lo strumento è stato proprio una sorta di… wow!

juliet

Tu sei pugliese ma stai progettando un trasferimento a Milano. Pensi che questa città possa dare la spinta giusta alla tua “carriera”?
Abito in Puglia, in un paesino vicino a Bari. Dal punto di vista della bellezza adoro questo luogo perché vedere il mare tutti giorni (come scrivo anche nel disco) è una cosa che davvero mi piace molto. Benché artisticamente ci siano comunque  tante cose da fare, il pensiero che ho in mente in questi giorni è in merito alle distanze: in due ore posso arrivare  a Foggia, con tre fino a Napoli. Trasferendomi a Milano mi sentirei più al centro della musica. Questo è un po’ il mio obiettivo, cambiare un po’ l’aria, che a volte fa bene e vedere come va. Ho 22 anni, alla fine, se tutto dovesse andare male, potrei sempre dire: “almeno ci ho provato “.

Il tuo sound è molto “internazionale”, oserei dire americano. Hai pensato di spingerti anche oltre i confini italiani?
Magari, mi piacerebbe davvero! Stando a Milano, progettare un viaggio sarebbe molto più facile, non ci sarebbero quelle otto ore di treno che mi distanziano da Bari. Mi sono innamorato da subito di questa città, quando sono venuto qui a gennaio…

gv_

Com’è nata la collaborazione con Soltanto e cosa ti ha trasmesso lo “spirito libero” di Matteo Terzi?
Matteo, come persona mi ha dato tanto, oltre ad essere ormai un fratello per me. Questa fratellanza nasce dalla musica, adesso mi sta ospitando, come prima è venuto lui da me. E’ nata proprio così la nostra conoscenza, ho scoperto la sua storia on line e l’ho invitato a Bari. Io organizzavo anche delle situazioni live in qualche club e gli ho chiesto: “ti va di venire a fare un tour in Puglia?“ Lui ha risposto: “si sono un busker, vengo!”. Lui voleva anche suonare in strada e lo ha fatto. E’ la prima volta che ho visto un artista come lui nella mia città, un musicista che davvero  ci crede e riesce a farlo fino in fondo. Abbiamo condiviso un’esperienza così bella che il nostro legame è rimasto, continuiamo a sentirci e a collaborare perché tanto ci unisce. Quando sono venuto a Milano ha portato anche me in strada a scoprire quel tipo di mondo. E’ davvero qualcosa di favoloso, perché molto libero. Attraverso questo spirito lui mi da tanta carica. Nel mio disco c’è un brano, “Daily Routine” che narra in un certo senso la rottura di un’abitudine quotidiana (il ritornello dice: rompi la routine quotidiana perché devi essere pronto a tutto quello che la vita ti da). Matteo mi è sembrato davvero la persona più adatta per interpretare questa strofa.

Sulla copertina del disco è come se stessi disegnando i tuoi progetti attraverso una strada lunga a fianco di uno spartito. Nonostante la tua giovane età sembri avere idee molto chiare per il futuro…
(risata) mahh… si molto chiare nel senso della musica. Continuare a suonare per sempre, questa è l’unica cosa che sento di voler fare. Il fatto di trasferirmi a Milano, di cercare nuovi input, pone le sue fondamenta proprio in quella musica, in quegli spartiti. Con l’immagine in copertina del disco, che è stata realizzata da Tommaso della Toshiro Productions, è come se volessi mettere su quel tavolo tutti gli elementi che fanno parte della mia “valigia”. Ci sono spartiti, così come una buona dose di caffè, cavi, plettri, corde. Non manca poi una macchina fotografica, è una delle mie passioni, soprattutto mi piace molto la possibilità di fermare delle emozioni e riviverle ogni volta che si ripresentano davanti agli occhi. Le idee chiare sono relative, la strada lunga da affrontare c’è, bisogna percorrerla, bisogna andare avanti…

 

Ringraziamenti:
a Toshiro Kureiji e Rossella Petruzzi per le foto

a Ellebi per il grande aiuto

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