“I tempi sono maturi”: Alex Fornari (ex Pale), Blue Agent in solitaria

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Intervista di Monica Mazzoli  

Quando si parla new wave italiana, capita (troppo) spesso di dimenticarsi del nome dei Pale. Eppure, a ben vedere, dovrebbe essere il contrario. Offtopic ripercorre con Alex Fornari i momenti salienti della storia dei Pale e ne approfitta per parlare del nuovo album solista di Alex, “Tutte le ferite”, uscito il 15 Maggio.

Nel 1978, anno di formazione del tuo primo gruppo – gli Electric Nerves – la strada era tutta da costruire: rispetto alla situazione odierna, c’erano pochi mezzi, le prime etichette indipendenti italiane erano di là da venire (Italian Records, Urgent Label, I.R.A. Records) e ancora non si era mosso quasi niente, né a Bologna, né a Firenze (nda. i due grandi centri propulsivi del post- punk e della new wave italiana degli anni ottanta). Cosa ti (vi) ha spinto a rompere con la monotonia di tutti giorni? In poche parole qual è la stata tua massima ispirazione creativo – artistica, quella da dove, nel bene o nel male, è partito tutto?
In realtà ispirazione e punto in cui tutto è partito non coincidono. Alcuni artisti che significavano tantissimo per me, Bowie, Lou Reed, i Roxy Music e Brian Eno, erano colossi irraggiungibili. Come potevo io, quindicenne italiano, pensare di poter essere come loro? Impossibile davvero. Così, quando nel 77 arrivò il Punk, io risposi alla chiamata che diceva “se anche non sai suonare, imbraccia la chitarra e suona tanto forte e tanto male da far crollare miti e distanze”. Gli Electric erano al 90 % una miscela di rabbia e fantasia, più un 10% di tecnica. Il Punk fu il detonatore per giovinastri come noi già gonfi di esplosivo. Non avevo dimenticato i maestri, è che proprio non sapevo come emularli.

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I Pale T.V., poi diventati più semplicemente Pale, non sono mai stati un gruppo tradizionale, di quelli che si limitano a suonare e scrivere canzoni, come ce ne sono a migliaia. Il concetto stesso di canzone credo ti (vi) sia stato molto stretto in quegli anni. La musica viene al servizio di altri linguaggi: quello cinematografico dei testi e quello visivo delle esibizioni. Non vi siete mai posti dei limiti ed è forse per questa ragione che poi avete rotto con la casa discografica e avete autoprodotto l’ultimo singolo (nda. distribuito solo come copia promozionale)?
Con i Pale TV scrivevamo i brani come se fossero piccoli film per poi recitarli sul palco. Ogni show era una sorpresa per lo spettatore: non solo cambiavamo in continuazione il look, ma cambiavamo le strutture dei brani, testi che passavano dall’inglese all’italiano (Tatuate e Contuse, unico brano in italiano di Blue Agents, fino alla mattina del pomeriggio di novembre in cui fu registrata, era un brano in inglese intitolato Cool German Ladies ). Alla base della rottura con Italian Records ci fu proprio l’impossibilità da parte loro di capirci appieno e di conseguenza di gestirci.

“Morti e Sepolti” appunto. Cosa era morto e sepolto? Il mercato discografico? La new wave?
Morti e Sepolti era dedicata all’ambiente artificiale e velenoso che si era creato attorno al fenomeno New Wave: artificiale, pretenzioso ed immobile come una casa funeraria specializzata in cosmesi post-mortem. Anche se poi quel titolo si adattò perfettamente alla nostra mossa successiva: con l’abbandono volontario delle scene diventammo noi i morti e sepolti. D’altronde il gioco dei doppi significati, dei labirinti, della mutazione è sempre stata una costante presente nei miei pezzi. Deve essere il fatto di essere nato lo stesso giorno di Jorge Luis Borges. Che è morto nel giorno prima della nascita di Blue Niagara.

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Se il 2013, con la ristampa di “Blue Agents” e la partecipazione alla compilation inglese “Mutazione”, è stato un anno importante per i Pale, il 2014 potrebbe esserlo ancor di più: è in programma l’uscita di Penitenziali, secondo album mai pubblicato. Qualche anticipazione?
Penitenziali è composto da 6 registrazioni originali del 1983 e tre brani di allora registrati all’inizio di quest’anno. L’album è quasi interamente in italiano e vede per la prima volta l’introduzione della chitarra, strumento col quale, nell’ultima fase dei Pale, aveva sostituito il sassofono. E’ un album acido e oscuro, lo specchio di quello che era diventata la band dopo Blue Agents. Quelli erano i brani coi quali si aprì per i Simple Minds nel tour italiano del luglio 83.

Ufficialmente la tua esperienza con la musica si è conclusa con lo scioglimento dei Pale, nel 1984. Però se si è musicisti non si smette mai di esserlo, lo si è per sempre. Da dove nasce questa voglia di esporti, di (ri)portare alla luce i tuoi racconti? C’è stato un avvenimento che ha segnato un prima e un dopo?
Per anni ho rifiutato i riflettori. Ho scritto e composto, mimetizzato tra la gente normale. Poi qualche anno fa è iniziato un fenomeno strano: gente molto più giovane di me che aveva scoperto Blue Agents o il Cyanic Fane (il blog ufficiale PTV) ci stava venendo a cercare. Nello stesso periodo abbiamo firmato un contratto per la ristampa di BA e la pubblicazione degli inediti. E poi è arrivato Federico Fiumani che mi ha chiesto di aprire per i Diaframma al Calamita di Cavriago e in quel momento mi son detto: ”Ok forse i tempi sono maturi per tornare in scena”.

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Con la copertina di “Tutte le ferite” ti esponi in prima persona, ci metti la faccia. Quasi una dichiarazione d’intenti: io sono sempre io e mi metto a nudo. E’ un’ interpretazione calzante?
E’ quello che faccio da sempre. Espormi, mettermi in prima linea è l’unico modo che conosco per fare le cose. E’ dall’epoca degli Electric Nerves che sono frontman di qualcosa.

In “Tutte le ferite” hai collaborato con vari musicisti, tra cui anche Whip e Blue Niagara dei Pale. Ciononostante appare come un album fortemente personale, un album cantautorale che ha una forte impronta rock. Quale sono le tue influenze musicali/letterarie?
“Di tutte le ferite” è nato in solitaria, sono dieci brani da me composti alla chitarra e sui quali ho poi lavorato con Blue Niagara, Whip e i musicisti della mia band, quelli che chiamo affettuosamente i miei malefici drughi. Ho 50 anni, e nella mia vita ho amato l’opera di artisti molto diversi tra di loro. Non so quanto oggi possa risultare semplice individuare un’influenza precisa. Musicalmente e letterariamente amo il minimalismo e di conseguenza detesto la ridondanza. Ma se ti faccio nomi, e mischio musica e letteratura, potrei farti girare la testa: come se Caetano Veloso e Silvio Rodriguez cantassero con QOTSA e Stone Temple Pilots, come se Houellebecq e Bret Easton Ellis scrivessero per Battisti.

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L’album si divide idealmente in due parti: il lato A con i testi in italiano, il lato B in cui ritorni all’inglese. Hai sviluppato una doppia scrittura, come mai?
In realtà oggi scrivo prevalentemente in italiano. Gran parte dei pezzi in inglese sono stati scritti nel mezzo della mia lunga assenza dalle scene. L’album è diviso in quel modo perché volevo indicare un passaggio meno brusco tra il mio passato e il mio oggi.

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