Alessandra Faiella – ovvero l’ironia come stile di vita

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Intervista di James Cook 

Alessandra Faiella spazia con brillante talento dal teatro, alla tv, alla scrittura, facendo dell’ironia il comune denominatore che le permette di raccontare con “profonda leggerezza” il mondo femminile e le dinamiche che lo caratterizzano. L’abbiamo incontrata in una pausa delle prove del fortunato spettacolo “Nudi e crudi” di Alan Bennett, scoprendo una donna che ha raggiunto un livello di consapevolezza ed autostima davvero notevoli.

Quando hai avuto l’intuizione che la tua vita sarebbe stata nel mondo dello spettacolo? Ci hai mai ripensato in seguito?
Si, tante volte. Ogni volta che il lavoro non gira, ogni volta che si rimane fermi, perché il nostro mestiere è così: il più bello del mondo, ma poi ci sono momenti di stasi, te la vedi brutta, soprattutto se hai famiglia, figli, eccetera… Cominci a pensare “come farò ad arrivare a fine mese?” e in quei attimi ti maledici e maledici il giorno in cui hai fatto la scelta. Ti domandi “perché, perché ho deciso di fare questo mestiere e non di diventare veterinaria o assistente universitaria, come volevo fare?”, ma anche fornaia, tabaccaia, qualsiasi cosa che non fosse l’attrice…

E qual’è stato il giorno in cui hai deciso?
Il giorno preciso che ho deciso di fare l’attrice è stato quello in cui ho iniziato un corso di mimo, il mio primo in assoluto, “L’Augusto e il direttore”, una scuola di clownerie, di teatro comico, avevo circa 19 anni. Il maestro, quando mi vide nella prima improvvisazione mi chiese: “ma tu hai già fatto teatro comico?” “no, questo è il mio primo giorno di scuola” “ah, sembra che tu lavori già da tanto…” questo mi sembrò un incoraggiamento spontaneo  e quel giorno mi dissi “allora ce la posso fare in questo mestiere!”

Hai pensato quindi di avere qualcosa di innato…
Si, è così. Puoi imparare delle tecniche, però ci vuole un minimo di predisposizione. La comicità si può insegnare, ed infatti io insegno teatro comico. Poi il talento varia, c’è chi ne ha tanto e chi poco, chi cresce col tempo e chi si vede che è nato per fare quel mestiere. Insomma qualcosa devi averlo già di tuo, sennò è dura.

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A teatro passi da autori classici ad altri più leggeri, da monologhi a produzioni nelle quali  lavori in gruppo. Quale situazione ti appartiene maggiormente?
Io sono nata soprattutto come monologhista e questa è un po’ la mia dimensione preferita. Tuttora, anche se non faccio più cabaret ma teatro comico, metto in scena monologhi come “Sesso, grazie, tanto per gradire” di Franca Rame o “La versione di Barbie” che ho scritto io, tratta dal libro omonimo. L’ho fatto tra l’altro recentissimamente a Zelig  e mi sono divertita moltissimo. E’ stato un po’ tornare ai primi tempi, quando facevo proprio cabaret e mi piaceva da matti per il contatto con il pubblico. Da lì mi sono dedicata anche ad altro e oggi tutte le dimensioni ormai mi appartengono. Anche la commedia vera e propria mi entusiasma, ma diciamo che i monologhi sono la mia più forte radice, quando li faccio mi sento proprio “in pigiama”, a mio agio.

Ti sei rapportata con personalità del calibro di Franca Rame e Franca Valeri. Cosa ti hanno lasciato queste  figure femminili?
Franca Rame l’ho conosciuta personalmente e ci ho anche lavorato, con Franca Valeri ho avuto soltanto un brevissimo contatto, perché lei mi ha ceduto i diritti per mettere in scena alcuni suoi pezzi teatrali. Sono due persone straordinarie (nel caso di Franca Rame purtroppo bisogna dire “era”). La Rame l’ho conosciuta meglio, ho lavorato insieme a lei e a Dario Fo nella commedia “Il Papa e la strega” e poi mi hanno concesso i diritti per fare “Sesso, grazie, tanto per gradire”. Sono due personalità molto diverse ma fortissime. Una forse un pochino offuscata ingiustamente dalla presenza del marito, l’altra più autonoma e più indipendente. La Valeri è “uscita” maggiormente grazie al cinema e alla televisione, la Rame è stata più per estimatori, per conoscitori del teatro di un certo tipo e per l’attività politica. Comunque stiamo parlando di due personaggi di grandissimo calibro artistico e umano.

Quindi cosa ti hanno lasciato?
Tanta esperienza, consigli e soprattutto un riferimento. Per un attore è sempre importante capire qual è il suo, a chi si ispira. Il che non significa farne un’imitazione, ma ispirarsi a lui come tutto: visione del teatro, della comicità, della vita.
Tutte e due mi hanno lasciato questo tipo di modello. Credo di essere sempre stata originale, ma devo dire che forse hai citato le due comiche alle quali mi sono riferita maggiormente.

Faiella Barbie

Hai partecipato a diverse trasmissioni televisive. Come hai vissuto il rapporto con questo importante “strumento di  comunicazione di massa”?
L’ho vissuto bene anche se la televisione è una trappola, un pericolosissimo strumento diabolico che tende a sfruttare il comico per poi a sputarlo dopo averlo masticato, come un chewin gum – o qualcuno usa la metafora dei pelati: siamo tanti barattoli di pelati in un supermercato, uno arriva, sceglie quello che preferisce, lo consuma e lo butta!
La tv è un po’ usa e getta, soprattutto oggi. Una volta forse c’era più spazio e possibilità di fare programmi dove i comici avevano più tempo, oggi è tutto molto ritmato, molto veloce. Io sono stata fortunata perché l’ho fatta in tempi ancora non così commerciali. Con Serena Dandini prima di tutti, poi la Gialappa’s, Zelig, la Bignardi, Chiambretti, tutti nomi e personaggi che fanno tivù in modo diverso, meno superficiale, meno commerciale. Per cui non posso dire di avere patito in televisione, mi sono divertita veramente tanto.

Il tuo rapporto con la radio sembra meno intenso. E’ una tua scelta o una casualità?
E’ stato un caso: inizialmente avevo lavorato un po’ in Rai Radio Due con “Ho i miei buoni motivi” e in altri programmi, poi mi hanno chiamato a Radio 101. Lì sono stata sfortunata perché registravo i miei pezzi ma loro, da un certo punto, avevano l’esigenza che io fossi in diretta. In quel momento avevo un figlio piccolo ed ero separata, quindi sola. Non potevo andare in radio alle sei della mattina, perché nessuno lo avrebbe accompagnato a scuola. Allora ho dovuto scegliere tra la mamma e la carriera (con voce melodrammatica) e ho scelto la mamma. Quindi l’esperienza radiofonica si è conclusa con molta nostalgia e rammarico perché è uno strumento che mi piace tantissimo.

Meglio della TV?
Per certi versi si. Intanto puoi andarci struccata, con le borse sotto agli occhi, col pigiama… E poi è una dimensione più rilassata. Alla tv c’è sempre questa competizione: “fai tre minuti!, fai 50.000 battute!, una dietro l’altra, battuta battuta battuta…” Ormai la televisione è diventata questo: ritmi frenetici, tempi ridottissimi, ti senti davvero una specie di macchina, mentre la radio ha tutt’altri tempi, puoi parlare, chiacchierare. Anche lei ha bisogno di ritmo, ma non è tutto scritto, non è tutto studiato, non devi prepararti le battute. Se te ne viene una spiritosa la fai, però non c’è nessuno che ti fiata sul collo e che ti vuole sempre in stile “facce ride”.
La tv è condizionata dagli sponsor. Soprattutto nelle tv commerciali i programmi, fin dall’inizio, praticamente “condivano“ le pubblicità. Si devono portare risultati, ascolti,  questo mortifica un po’ la qualità e non sempre lo share la premia.
La radio sicuramente è più libera, non ha questo incubo degli ascolti, quindi ti diverti molto di più.

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Negli ultimi anni hai pubblicato diversi libri. Una costante sembra essere il mondo femminile raccontato con approccio ironico, che diventa un mezzo per parlare di importanti temi sociali. Pensi che attraverso la leggerezza sia più semplice  sensibilizzare le persone?
Diciamo che io son capace solo così, questo è un po’ il mio stile. Chiaramente ci sono saggi filosofici che trattano sicuramente in modo più esauriente e intelligente quello che io ho scritto in saggi comici, però arrivano a un gruppo più ristretto di persone. Ci vogliono, perché senza le menti di grandi filosofi e i grandi scrittori non ci saremmo neanche noi piccoli comici, piccoli sociologi, loro ci guidano e noi facciamo divulgazione. Cerchiamo di trasmettere a più persone gli stessi concetti, veicolandoli attraverso la comicità e l’umorismo, sicuramente un modo per arrivare molto più facilmente al cuore e alla testa della gente. Sono due strade diverse e questa è quella che mi è più congegnale.

Leggendo il tuo curriculum mi ha incuriosito il fatto che sei coach personale di manager e artisti. In cosa consiste questa attività? (se puoi dirlo)
Ultimamente in realtà non faccio più coaching personale, ma di gruppo. Nel corso del tempo ho elaborato un metodo proprio per sviluppare l’autostima attraverso l’uso dell’ironia e dell’autoironia.

Quindi il “metodo Faiella”?
Esatto: ho messo insieme le mie tecniche teatrali, l’uso della voce, del corpo e soprattutto della comicità per “tirar fuori”. Le persone nel momento in cui utilizzano uno sguardo ironico più distaccato acquistano maggiore sicurezza, raggiungono più confidenza con sé stessi. Nel momento in cui usano meglio la voce prendono più coraggio, più grinta, gli strumenti teatrali sono perfetti per aiutare ad avere fiducia nelle proprie capacità e riuscire a parlare in pubblico. E’ molto divertente questa attività, alla gente piace davvero, è un modo per sviluppare assertività, insomma sembra che funzioni.

Hai lavorato in teatro, in televisione, in radio, al cinema, hai scritto libri. In quale contesto ti trovi meglio? dove ti diverti di più?
Uno dirà: “ma quando ti riposi?” Mi diverte un po’ tutto quello che faccio, però forse un po’ di più il teatro, anche se le tournée sono abbastanza faticose. Girare, stare lontani da casa comporta degli svantaggi che scrivere libri non ha: io me ne sto a casa, scrivo ed è meraviglioso. Però se mi dedicassi solo a quello, sempre nella mia cameretta, dopo un po’ il mondo mi mancherebbe. Ogni dimensione risponde a un tratto del mio carattere, ho bisogno di tutte queste attività. Ultimamente sto un po’ trascurando la scrittura proprio perché se sei sempre in giro, quand’è che hai il tempo di scrivere? Mai!

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Parlaci un poco di “Nudi e crudi”, di nuovo in scena in questi giorni al Teatro della Cooperativa, dopo il grande successo riscosso in tutta Italia, stavolta con Corrado Tedeschi nel ruolo di Mr. Ransome.
E’ una commedia di Alan Bennett, un grandissimo scrittore ed umorista inglese. Questo testo però non è una commedia, è un racconto lungo o un romanzo breve. Edoardo Erba, un drammaturgo italiano molto noto e molto bravo, ha realizzato la traduzione e l’adattamento teatrale. Non era stata mai rappresentata in Italia, proprio perché non è una pièce teatrale. L’idea di metterla in scena è stata molto fortunata e davvero apprezzata. C’è stato un cambio di partner perché Max Pisu  aveva altri impegni di  lavoro. Con Corrado Tedeschi sono agli inizi ma mi sto trovando proprio bene. In entrambi i casi si  tratta di due attori conosciuti e di grande valore. In questo spettacolo interpreto una moglie totalmente succube del marito avvocato tutto impettito, molto austero. Nel corso della rappresentazione succedono molte cose. Si inizia con un furto radicale, torniamo a casa dall’opera e ci hanno rubato tutto tutto, compresa la carta da parati e le prese della corrente. E’ un furto misterioso: perché lo hanno fatto in questo modo? Quasi mai rubano anche la carta da parati. Soltanto alla fine si scoprirà chi è l’artefice di questo colpo, chiaramente non lo riveliamo perché è un po’ un giallo. Nello sviluppo della commedia veniamo a contatto con personaggi bizzarri. La cosa bella è che tutti sono interpretati da un solo attore, Claudio Moneta. Essi fanno si che Mrs Ransome, il personaggio che interpreto io, pian piano metta fuori la testina di lumaca dalla sua chiocciola. Comincia a divertirsi, a capire che intorno a lei c’è un mondo, non solo il suo ricamo ed un noiosissimo marito. L’aspetto interessante non è soltanto conoscere l’autore del furto, ma seguire l’evoluzione di questo personaggio, che sarà graduale ma inesorabile. Il marito, al contrario, vive malissimo il cambiamento: sarà felice quando ritroveranno le loro cose, lei invece si divertiva molto di più prima. Il finale è una sorpresa…

Come ti vedi nel futuro?
Vecchia? Con le rughe…

Hai ancora un sogno da realizzare?
Certo che ce l’ho e ve lo posso anche dire: sogno di fare “Un posto al sole”. Adesso voi penserete che sono pazza. Si! Un posto al sole è la fiction di Rai 3, quella napoletana, chi vi partecipa si sistema per la vita, dura da cent’anni! Se hai un ruolo in una produzione così, anche se non per sempre, sarebbe qualcosa di più stabile. In fondo noi artisti agogniamo ad avere il posto fisso, mentre chi ce l’ha desidera fare l’artista. Nel nostro campo la sicurezza non te la da nessuno, però un po’ di più forse la fiction televisiva. Ho detto Un posto al sole, ma naturalmente non volevo riferirmi esclusivamente a questo titolo. Mi piacerebbe tanto interpretare una fiction o una sit-com, però queste ultime, recentemente, non sono di moda, non le fa più nessuno e questo mi preoccupa. Spero che prima o poi questo desiderio si possa realizzare, così potrò dire di aver fatto proprio tutto, tutto, tutto!

 

Ringraziamenti:
a Sara Novarese e al Teatro della Cooperativa per la disponibilità
a Marina Alessi per le foto [4 e 5]

a Ellebi per il grande aiuto

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