Syd Barrett – Da nessun luogo e verso nessun dove

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Articolo e illustrazione di Mauro Savino

Hoelderlin, Van Gogh, Nietzsche, Strindberg. Barrett. La psichedelia e Barrett. La chitarra e Barrett. L’acido e Barrett. La polimorfa sessualità e fantasia infantili all’opera in questo astro esploso della storia del rock. Ogni aspetto confluisce nel quadro aperto di una personalità che soddisfò proprio uno degli assunti nicciani: l’artista o lo scrittore danno il meglio di sé entro i trent’anni.

Barrett si spicciò anche prima. Come altri grandi folli della letteratura e dell’arte Barrett pose un sigillo sul suo tempo e su quello che venne dopo. Accade infatti, anche se raramente, che nasca qualcuno in grado di esprimere se stesso in maniera totale. Oggi noi siamo subissati dal problema della comunicazione. Al termine espressione assegniamo invece un significato quasi scontato. Esprimiamo concetti, sensazioni, arriviamo a dire di esprimere noi stessi, ma questo non ci turba affatto. La schiera di menti devastate che hanno attraversato la storia della creatività e del pensiero, invece, ha principalmente avuto a che fare con questo. E allora il punto non è tanto se Barrett si sia giocato il cervello con l’acido o se Strindberg soffrisse di manie di persecuzione o se Hoelderlin si facesse chiamare Scaravelli. Il punto è che cosa c’è dietro tutto ciò. Posto che non otterremo mai una risposta definitiva, possiamo però dire che certe grandezze artistiche non hanno un passato e un futuro. Esse vivono per il tempo che vivono. In se stesse valgono nel momento in cui si pongono davanti a chi ne fruisce. Ciò che ne ricava chi osserva, ascolta o chi resta è meno affare dell’artista che di chi ne trae ispirazione. E questo produce due conseguenze: poco vale rimuginare sulla sorte di chi le ha espresse e chi le ha espresse ha prodotto qualcosa di irripetibile per cui c’è un prezzo da pagare. Il dramma di Barrett e di altri consistette forse nello spingersi troppo oltre i confini dell’espressione. Confini oltre i quali non conta più l’Accademia, di qualunque genere essa sia. Rimangono solo echi di uomini né giovani né vecchi che per un istante hanno avuto il gravoso compito di dover morire per inverare ciò che avevano creato. In questa peculiare morte riposano le prime e fondamentali intuizioni musicali e testuali di un tizio vissuto in un decennio d’oro che potendo fare di sé ciò che voleva, essendo capace di reale espressione, finì per far di sé ciò che poté.

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