Jerry Lee Lewis. That Lucky Old Sun

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jerry

Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

Quando la guerra finì la gente ebbe di nuovo voglia di ballare e di strillare. Quando ti tolgono la possibilità di vivere la tua piccola grande vita per colpe che non hai, quando il polverone e l’orrore diventano fotogramma e poi memoria collettiva, quando l’umano si fa tragedia non c’è posto per quelle tre o quattro cose per cui vale la pena di non spararsi. Poi un giorno restano macerie e residui di inferno da collezionare, processi da fare. Poi da qualche parte nasce un tizio che prende a calci e incendia il pianoforte e si accanisce sui tasti come un invasato. E la vita ricomincia. Così vanno le cose.
Jerry Lee Lewis non inventò un nuovo modo di suonare il pianoforte, ma di stare sul palco. Ma la sua follia era terribilmente sana. Era quella di tutta una generazione partorita dall’atomica, che riaffermava il proprio diritto all’esistenza. Puoi avere tutta la saggezza del mondo ma puoi togliere alla gioventù la voglia di spaccare tutto e sfinirsi con la forza e la sistematicità che solo la gioventù può vantare? No che non puoi. Lewis partecipò a quell’operazione di recupero del fuoco dalle ceneri della miseria umana che fu il rock degli anni 50. Poi pagò per ciò che era e volle essere. Uno che voleva vivere a modo suo. L’America dell’epoca e gli anni 60 lo gettarono via per ragioni diverse. Tornò, poi sparì. Poi ne fecero un’icona. Ed ecco che il ciclo si ripete. La vita personale ripete i cicli storici, solo partendo da un altro punto. Qui: dopo la gloria il declino. Arriva per tutti il momento di sorridere malinconici al vecchio sole che ha visto tutto e se ne frega. Perché siamo poca cosa nell’ordine delle cose. Ma Jerry Lee Lewis seppe essere la gioia. Perciò, nel suo caso, se Dio e gli uomini poterono non perdonarlo, quel vecchio fortunato sole lo aveva già fatto da tempo.

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