Michael Jackson. La fine di un volto

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michael jackson

Articolo e illustrazione di Mauro Savino.

Michael Jackson è stato l’ultimo volto del Novecento. L’assegnazione di connotati immediati alla sua fisionomia è seguita a una folgorante caratterizzazione iconografica. La cui base è stata l’appercezione del suo corpo e del suo volto. L’estetica trascendentale kantiana si è così ripercossa sull’immaginario collettivo di due generazioni, in primis quella che ha vissuto l’ultima stagione del parossismo capitalistico.
Gli anni 80 del Novecento hanno reso possibili ipostasi estetiche sorrette dell’intuizione e dal depensamento. Michael Jackson è stato il volto, la risultante dell’infinitamente possibile di quel decennio, prima di riscrivere se stesso dentro i complessi processi che hanno riscattato un’allegria in disfacimento negli anni 90, prima di approdare al mondo sommerso dell’ultimo decennio, che ha visto la fine della sua parabola e di un volto divorato dal crollo esistenziale e psichico.
Il prodigio cinetico, il volto che non voleva essere volto, questo ha costituito il fardello di un uomo che ha venduto un miliardo di dischi. Ma proprio tale fardello ha costituito l’architrave di un mondo che Jackson credeva di costruire intorno a sé e che gli si è invece costruito intorno. I margini, però, sono un fatto complesso, se si può qui parlare di fatti.
La parabola artistica e umana di Michael Jackson ha dimostrato che la questione dei margini è questione di sovrapposizione di margini. L’uomo e l’artista hanno continuamente riscritto se stessi, finché i margini di sono accavallati e l’uomo e l’artista non si sono più saputi. In questo rivolgimento è iscritta l’agonia e la fine del volto di Jackson.
Che poi si vogliano celebrare i tanti inizi-di-qualcosa cui Jackson avrebbe dato corso a partire da quel 25 marzo 1983 per la celebrazione dei 25 anni della Motown, è questione di interpretazioni, come molta parte delle questioni riguardanti l’essere. Quella sera Jackson salutò gli anni con i suoi fratelli-spalla e diventò Michael Jackson. Quel che avvenne poi alla sua faccia è la cronaca del lato oscuro delle metamorfosi rese possibili dal mai sopito desiderio umano troppo umano di farsi grandi quanto dio e di renderlo piccolo quanto se stessi. Ma non è questo il volto di Michael Jackson. Noi non conosciamo, non possiamo conoscere il volto di nessuno, come ci ha insegnato Levinas. A meno che non ci liberiamo dei suoi tratti. Ciò che crediamo non è mai ciò che è. Meno che mai ciò che vorremmo.
Nei momenti migliori Michael Jackson ha fatto ciò che ha voluto. Vedendosi visto ha ridisegnato i suoi margini e i nostri. E, davvero, la tragedia è nata, o rinata, dallo spirito della musica. La voce e la danza sono stati gli strumenti di Michael Jackson. Il suo volto li ha costruiti e decostruiti. Un lavorio immane. Che, evidentemente, non poteva durare più di mezzo secolo.
Ovviamente, Michael Jackson quella sera non poteva saperlo. Non poteva saperlo la folla in piedi ad acclamarlo, ignara del mistero e dei dolori del tempo a venire. Né potevano saperlo quelli di noi che vissero allora quel che oggi è divenuto il racconto della fine di un volto.

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