judA – Quel brevissimo istante in cui ti manchi (Riff Records/Gooodfellas, 2014)

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juda

Articolo di Luca Franceschini.

Partiamo subito col dire che questa recensione sarà, molto probabilmente una causa persa. Sto per invitare all’ascolto di uno dei dischi che più mi hanno colpito, nell’annata musicale appena trascorsa. Si chiama “Quel brevissimo istante in cui ti manchi” ed è il terzo full length dei JudA, un terzetto milanese che già in precedenza aveva fatto parlare molto bene di sé.

Il titolo, decisamente originale ed evocativo, dice già molto di quello che abbiamo davanti: c’è un istante, breve ma non è detto, nella vita di tutti noi, in cui ci scopriamo a mancare a noi stessi, in cui ci rendiamo conto che il sottile filo che ci legava alla realtà esterna improvvisamente viene reciso. È possibile ricostituirlo, è possibile rimanere in piedi, ma lo sforzo da fare potrebbe essere immane, il prezzo da pagare ancora più grande.
La copertina, splendida ma angosciante allo stesso tempo, è un altro mezzo privilegiato per raccontare queste visioni. Perché potrebbe essere la tecnologia ad ucciderci lentamente, potrebbero essere i nostri errori, i nostri incubi. Ma, qualunque cosa sia che ci allontana dal nostro centro, è un dato di fatto che si rischia di morire, di scomparire ogni giorno.
Loro, del resto, lo sanno benissimo. “Malelieve”, il loro disco precedente, era piaciuto tanto, aveva venduto molto, e non erano in pochi quelli che pronosticavano al terzetto un futuro radioso. Dal vivo hanno suonato tanto, e anche in quella dimensione si sono fatti apprezzare più che a dovere. Eppure, qualcosa è successo. Non sappiamo cosa e forse non lo sapremo mai. O forse, più precisamente, non è successo nulla: gli equilibri del mondo musicale sono fragilissimi, soprattutto in questi ultimi anni: l’inerzia cambia rapidamente ormai, rimanere a galla è sempre più difficile. A volte ce la fa chi merita, altre volte meno. Lo dicono i fatti, dopotutto: i Ministri così in alto nelle preferenze del pubblico non si spiegherebbero, altrimenti. Ma è meglio lasciar perdere, non è questa la sede.

Francamente, non era scontato che uscisse un altro disco dei JudA. L’esplosione tanto attesa non c’è stata, questo è un mondo veloce, come ho già detto. È un mondo di mordi e fuggi, di meteore, dove la dimensione temporale conta molto di più di quanto abbia mai contato, anche tra le realtà più interessanti: in poche parole, se non fai breccia subito sei fuori e, quand’anche facessi breccia, non è poi detto che ti verrà data un’altra chance.
Ai JudA sarebbe anche potuto succedere: da next big thing del panorama indie rock nostrano, a nuovi entrati nel filone dell’oblio.
Per fortuna non è andata così. Ci ha pensato la Riff Records a metterli sotto contratto, con la Costello’s ad occuparsi del management.
“Quel brevissimo istante in cui ti manchi” è “l’attimo in cui ti svegli e ti rendi conto di essere sull’orlo del baratro”, come dicono loro nelle splendide note di accompagnamento al disco. Un disco che è doppio e già per questo bisognerebbe far loro un monumento: siamo nel pieno della cultura dello skip, i nostri iPad, iPod (ma esistono ancora?) e telefoni vari hanno sdoganato una costante, bulimica e compulsiva riproduzione di canzoni (mp3 bisognerebbe ormai chiamarle) senza nessun legame logico, in cui si passa alla successiva dopo che la precedente non è ancora finita. Lo ha scritto qualche giorno fa Claudio Todesco e lo trovo quanto mai centrato.
Ecco, in un momento come questo bisogna essere degli eroi, per decidere di pubblicare un lavoro doppio, che dura più di 80 minuti, che contiene brani di consistente lunghezza e che, soprattutto, non gioca la facile carta dell’hit single.
Perché i JudA non sono certo quel tipo di band. Partiamo dal fatto che i suoni sono meravigliosi. Raramente ho sentito una pulizia e una ricerca più minuziosa e appassionate. A partire dall’iniziale “Vibra”, il wall of sound delle chitarre ci colpisce in pieno come un pugno in faccia, ma non si può non rimanere estasiati dalle armonie che si avvertono in profondità e dalla delicatezza e dalla malinconia delle melodie vocali.

10

C’è la potenza, c’è la ripetizione ossessiva di note e giri di di chitarra, un certo gusto psichedelico che ammanta tutto il lavoro, ma ci sono anche squarci melodici sorprendentemente solari, a tratti quasi commoventi, proprio perché arrivano quando meno te lo aspetti, ad illuminare un paesaggio di malinconia e solitudine. È il caso della strumentale “Aquiloni a nord” o della conclusiva “Riflessi nel ghiaccio”, entrambe impreziosite da una viola e da un violoncello, strumenti che non diresti ma che invece si incastrano a meraviglia con tutto il resto.
Ecco, diciamo che bisognerebbe sedersi con calma in poltrona, mettere su delle buone cuffie (cuffie, non auricolari) e godersi il tutto. Stare tranquilli e rilassati (per quanto ve lo permetteranno le loro visioni, ovviamente) e farsi affascinare dagli ambienti e dalle sensazioni sonore che il terzetto riesce a creare. Farsi trasportare dall’inesorabile scorrere del disco, dall’inizio alla fine. Fruire dell’insieme, piuttosto che saltare direttamente alle parti più orecchiabili. Esattamente come i concept album di una volta, anche se questo di fatto non lo è. E magari leggersi i testi, nel frattempo. Già, perché Marco Antoci D’Agostino, bassista, voce e paroliere del gruppo, oltre ad essere un ottimo musicista, è anche uno che sa scrivere. Tra riferimenti filosofici, letterari e personali, le liriche di questo lavoro non sono semplicemente un accompagnamento alla musica, bensì qualcosa su cui meditare a fondo.

E allora andiamo, passando per la claustrofobica “Isolamento”, che cita volutamente i Joy Division non solo nel titolo ma anche nell’iniziale giro di basso e che va ad evocare anche quello che è uno dei romanzi più visionari e duri di Mc Carthy, “La strada”.
Proseguendo, ci si imbatte nei dieci minuti di “Nel deserto”, dalle parti chitarristiche che un po’ ricordano i Tool più “progressivi” (mi si passi il termine) e ancora nelle sfuriate pesantissime di “Ars Oblivionis” e “100”, che ironizza sul finto benessere anestetizzato con cui i social network e i programmi televisivi stanno lentamente uccidendo l’umanità (la serie televisiva Black Mirror potrebbe essere un’ottima materia di riflessione in proposito).
Si ritorna alle ossessioni psichedeliche con “Di stomaco”, altro episodio piuttosto intricato, vagamente alla Swans, con una  botta ritmica nella seconda parte che ci trascina nella rabbia e nella delusione dell’abbandono.
Ma ci sono anche delicatissime ballate, in questo lavoro. Ne abbiamo una per disco: “L’eleganza dei pensieri semplici”, commovente, drammatica nella sua dedica ad una persona che non c’è più, nella sua riflessione amara ma non per questo disperata, su ciò che la vita è in grado di farci. Un brano che la partecipazione di Laura Spada degli Psychovox rende ancora più intenso.
Sull’altro lato (tirando in ballo il linguaggio del vinile), “Quasi smetto” si muove su coordinate del tutto diverse, andando a pungere il mondo dei recensori e degli addetti ai lavori, il loro costante abbassamento di competenza, il conseguente danno che certi personaggi fanno a certe band (se ne deduce che anche i JudA ci sono passati), la necessità di andare avanti fregandosene, con la forza della propria proposta come un unico sostegno. Un ottimo pezzo, originale nel toccare un tema sicuramente urgente e attuale, prezioso nelle melodie e nel lavoro di arrangiamento, ancora una volta affidato agli archi di Francesco Saverio Gliozzi e Alberto Freddi.
E poi abbiamo una cosa come “L’inferno e il cristallo”, un altro di quegli episodi per cui bisognerebbe acquistare il cd a prescindere. Anche qui siamo su durate consistenti, per una canzone giocata su atmosfere allucinate, ad evocare l’eterno desiderio dell’uomo per la verità, per un amore che dia senso all’esistenza. E non è dunque fuorviante che siano Orfeo ed Euridice ad essere chiamati in causa. Un mito che da Ovidio a Virgilio, da Pavese a Buzzati, fino alle recenti riletture rock degli Arcade Fire, non ha mancato di affascinare e di suscitare domande.
Si arriva a destinazione con la già citata “Riflessi nel ghiaccio”, ancora una volta una canzone d’amore (un tema che, pur non essendo il principale, percorre come un filo rosso tutto questo lavoro), intrisa di sofferenza e di nostalgia (come, mi si conceda, dovrebbero forse essere un po’ tutte le canzoni d’amore). Un crescendo mozzafiato, con tanto di esplosioni chitarristiche nel finale. Uno dei momenti più alti di pathos, ideale per chiudere un disco che non è affatto una cosa ordinaria.
Ci vorrà pazienza, ci vorrà coraggio, ci vorrà apertura mentale, per apprezzare “Quel brevissimo istante in cui ti manchi”. Ma non è la solita frase di rito con cui il recensore di turno cerca di mascherare il fatto che un disco fa cagare. No, ci vogliono davvero tutte queste cose. Perché questa band non scrive canzonette, non scrive singoli indie pop, non fa cose che possono piacere al primo ascolto. Fa cose meravigliose che vanno innanzitutto ascoltate. E suonano da dio, tra le altre cose. Alessandro Denti (chitarra), Alberto Mangilli (batteria) e il già citato Marco ci sanno fare alla grande e appaiono perfettamente amalgamati in ogni momento.
Dicono anche che dal vivo siano una macchina da guerra e che assistere ad un loro concerto sia un’esperienza devastante. Non lo so, non ho mai avuto modo ma ho intenzione di rimediare il prima possibile.
Allora, per questo dicevo che questa recensione potrebbe essere una causa persa. Siamo ancora capaci di ascoltare qualcosa dall’inizio alla fine? Senza interrompere dopo dieci minuti per fare commenti idioti? Di sicuro questa è l’occasione buona per dimostrarlo…

20

Tracklist

CD 01
01. Vibra
02. Isolamento
03. Nel deserto
04. Aquiloni a nord
05. Ars oblivionis
06. Fiele
07. 100
08. Di stomaco
09. Del buio
10. L’eleganza dei pensieri semplici

CD 02
01. Nuove invenzioni
02. Il coma della ragione
03. L’inferno e il cristallo
04. Yakamoz
05. Quasi smetto
06. Riflessioni nel ghiaccio
07. Agricoltore

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