marilyn manson front

Articolo di Roberto Basilico

Il nuovo album di Marilyn Manson, The pale emperor, prende il titolo da un libro regalatogli dall’amico Johnny Depp intitolato Eliogabalo: Manson ne trae spunto e si identifica nell’imperatore Costantinus The Pale.
Già dalla prima canzone, intitolata Killing strangers, troviamo un Manson con una marcia in più rispetto ai lavori precedenti; percorrendo tutto l’album, infatti, si percepisce la presenza costante di sonorità rock – gothic – blues, con le quali sembra raccontare di essere tornato da un lontanto passato, pronto a catapultare gli ascoltatori nella sua cupezza universale.

Il singolo Deep six colpisce subito l’orecchio dell’ascoltatore con il six six six tanto caro a Manson, destinato appunto a rimanere a lungo nella testa di chi vi si imbatte; per non parlare poi di Slave only dreams to be king, brano in cui il reverendo ci accompagna nei suoi sogni, chiamando a raccolta gli dei nella sua anima con la voce calda e graffiante, oppure di The devil beneath my feet, dove quel fervore sotto ai piedi ha le sembianze di un lucifero pronto a farci scalpitare.
Scalpitiamo per salire su una nave da guerra e per non disperderci negli abissi, come accade in Warship my wreck, un brano completamente basato su un blues incalzante, riguardo al quale lo stesso Marylin Manson dice: “è sporco, come lo sporco che ho sotto le unghie, come qualcuno che ha scavato una fossa”. E tutto questo, in effetti, si sente.


Visti i continui riferimenti, Los Angeles probabilmente ha dato i natali a questo album, durante un viaggio in macchina verso le tenebre, con la voce di Manson che raggiunge vette inesplorate, come appunto in Third day of a seven day binge o in The Mephistopheles of Los Angeles, un pezzo con una linea melodica trascinante che si rivolge a Lazzaro per dirgli che anche lui risorgerà, magari come è stato per la fenice di Birds of hell awaiting, che rinasce col suo canto mentre brucia all’inferno.
Non mancano pezzi glam in questo album, come Cupid carries a gun – che si compone di una rappresentazione degna di un copione cinematografico – e nemmeno brani cadenzati e sospesi tra angeli e demoni, come Odds of even.
Inoltre ci pensano le bonus track – comprese nella versione deluxe – a confermare l’immensità di questo album: Day 3, Fated faithful fatal e Fall of the house of death (chitarra e voce, come sedersi attorno a un fuoco, in un bosco avvolto dall’oscurità).
In generale, dunque, questo è un disco oscuro che sembra provenire dal passato, precisamente dalla Los Angeles degli anni ottanta, quella fatta di wave-gothic e rock-blues, e ci accompagna oltre gli orizzonti, nel suo mondo sporco e cupo, ma in grado di sorprenderci ancora una volta.

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